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Giovedì, 6 agosto alle ore 21.30 nella Sala Ipogea della Copertina IL GIOVANE STREHLERMediateca Montanari in Piazza Amiani a Fano (PU) presenterò il mio libro Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano all’interno della rassegna La bella estate.
Un nuovo appuntamento per questo saggio, che ad oggi si è guadagnato l’attenzione di appassionati ed esperti del settore nonché recensioni e segnalazioni su testate come «Corriere della Sera», «Sipario» e «Hystrio» (che potete trovare, insieme a tutte le altre uscite, nella sezione Rassegna stampa).

Fano e il suo Teatro della Fortuna vengono inoltre nominati all’interno del mio libro poiché, proprio nei primi anni Quaranta, furono luogo di incontri che avrebbero segnato la storia del futuro Piccolo Teatro di Milano… Per scoprirne di più, dunque, vi aspetto il 6 agosto!

 

Clarissa Egle Mambrini

A poco più di un anno dalla pubblicazione, il mio libro Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano continua il suo viaggio.Copertina IL GIOVANE STREHLER
Dopo averlo portato a Vercelli nel mese di ottobre (senza contare le presentazioni dello scorso inverno fra Novara, Trieste e Mortara), è la volta adesso di una tappa molto importante: MILANO. Venerdì, 21 novembre, infatti, sarò ospite della Libreria dello Spettacolo, situata in Via Terraggio 11, a pochi passi dalla Basilica di Sant’Ambrogio e dall’Università Cattolica. La presentazione, alla quale parteciperà anche il professor Guido Michelone e che sarà condotta dalla giornalista Laura Frigerio, avrà inizio alle ore 18.30.

Con il professor Guido Michelone alla Mondadori di Vercelli lo scorso 19 ottobre

Con il professor Guido Michelone alla Mondadori di Vercelli lo scorso 19 ottobre

Non è però questo l’unico appuntamento. La settimana successiva, più precisamente venerdì, 28 novembre alle ore 18.00, tornerò a Mortara (PV), che mi aveva accolta ai primi di febbraio per una lezione su Strehler che tenni alla Biblioteca Civica “Francesco Pezza”. Ora invece presenterò il libro alla Libreria Le mille e una pagina, in Corso Garibaldi 7.

Durante la lezione tenuta nel mese di febbraio alla biblioteca di Mortara (PV)

Durante la lezione tenuta nel mese di febbraio alla biblioteca di Mortara (PV)

Nel frattempo, prima di questi due eventi dal vivo, potrete seguirmi in televisione e alla radio. Lunedì 17 novembre, infatti, dalle 15.45 circa sarò ospite della trasmissione di Telelombardia Milano per voi, in diretta su Milanow (canale 191 del digitale terrestre), mentre mercoledì 19 novembre alle 10.00 mi potrete ascoltare dai microfoni di RadiOrizzonti in Blu (anche in streaming sul sito).

Durante un'intervista televisiva per un'emittente locale a novembre 2013

Durante un’intervista televisiva per un’emittente locale a novembre 2013

In occasione delle due presentazioni sarà ovviamente possibile acquistare il volume, che è disponibile su richiesta in oltre 4.000 librerie in tutta Italia e in vendita on line sulla vetrina del sito di Lampi di stampa e sui migliori siti come ibs.it, libreriauniversitaria.it, lafeltrinelli.it, hoepli.it, ecc.
Se invece volete andare sul sicuro, trovate alcune copie nei seguenti punti vendita:
Libreria Lazzarelli (Novara)
IBS.it (Novara)
Libreria La Talpa (Novara)
Mondadori Bookstore (Vercelli)
Abook Piccolo Teatro (Milano)
Libreria dello Spettacolo (Milano)
Milano Libri (Milano)
Libreria Minerva (Trieste)

 

MILANO – Piccolo Teatro Grassi gremito la sera del 13 dicembre per l’evento-amarcord curato da Claudio Beccari Giorgio Strehler e io. Quarant’anni di lavoro al Piccolo Teatro di Milano, che ha visto protagonista sul palco di Via Rovello Gian Carlo Dettori. Fra racconti, ricordi personali, letture, proiezioni di documenti e fotografie, l’attore ha ripercorso il proprio lungo sodalizio con Strehler, cogliendo l’occasione per tratteggiare un interessante ritratto umano e professionale del grande regista, di cui a Natale ricorrerà il sedicesimo anniversario della scomparsa.
Soffermandosi sulla realtà teatrale italiana dei primi decenni del Novecento e dell’immediato dopoguerra, Dettori ha spiegato al pubblico l’importanza di Strehler, di Grassi, di D’Amico e delle loro scelte moderne, che rivoluzionarono le scene del nostro Paese introducendo la figura del regista e i teatri stabili, oltre a battersi per un “teatro d’arte per tutti”.
L’attore, prima di trasferirsi dalla natia Sardegna a Roma per frequentare l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, non aveva mai avuto modo di assistere ad uno spettacolo teatrale. Il primo fu la Trilogia della villeggiatura diretta da Strehler: in quel momento decise che avrebbe voluto lavorare con il grande regista. L’occasione si presentò l’8 giugno 1957, quando, poche settimane dopo il saggio finale in Accademia, fu convocato al Piccolo per un provino. Dopo una lunga attesa arrivò finalmente Strehler, considerato già allora un maestro, un genio, un mostro della scena. Dettori, agitatissimo, fu invitato ad andare sul palco per recitare il brano che aveva preparato, il Racconto del Diacono Martino tratto dall’Adelchi di Manzoni. Dopo qualche battuta, Strehler lo interruppe e invertì i ruoli, chiedendo di cedergli il posto e di fargli da suggeritore. Recitò quindi lui alcune battute e infine domandò al giovane incredulo: «Allora, come sono andato?». Dettori ovviamente non poté che incensarlo e quando vide che il regista fece per andarsene, gli chiese che ne sarebbe stato di lui, visto che non aveva effettivamente sostenuto il provino. «Tu la prossima stagione farai il Coriolano. L’ho visto da come ti muovi e sei entrato in scena che sei un attore», fu la risposta di Strehler.
Al Coriolano della stagione 1957-58, «uno spettacolo capitale nella carriera di Strehler», per Dettori seguirono altri titoli come Platonov di Čechov, in cui si sperimentò ulteriormente la recitazione epica teorizzata da Brecht (la sua Opera da tre soldi era stata messa in scena al Piccolo nel 1956), l’immancabile Arlecchino servitore di due padroniLa grande magia (in cui l’attore ebbe finalmente un ruolo da protagonista, al posto di Franco Parenti appena deceduto), Il campiello fino ad arrivare a I giganti della montagna nel 1994, un allestimento dell’incompiuta opera pirandelliana segnato da profonde amarezze per il regista, che già allora presentiva un periodo oscuro per l’Italia e per la Cultura.

Foto di Luigi Cimnaghi

Foto di Luigi Cimnaghi

Il legame instauratosi fra i due artisti era così profondo che Dettori seguì Strehler anche quando questi abbandonò il Piccolo dal 1968 al 1972 e fondò il Gruppo Teatro Azione con sede a Prato. Fu proprio durante le prove di una ripresa televisiva di Nel fondo di Gorkij (nuovo allestimento de L’albergo dei poveri che aveva inaugurato la sala di Via Rovello nel 1947) che Strehler confermò la sua grandissima sensibilità per le immagini e per le luci, elemento fondamentale nei suoi spettacoli: si accorse infatti di una differenza di soli 5 gradi nella luce dei fari rispetto al giorno precedente, un particolare praticamente impercettibile all’occhio umano e di cui non si erano accorti nemmeno i tecnici.
L’amicizia però non significava per il regista concedere favoritismi o avere preferenze: le ragioni dell’Arte e del Teatro venivano prima di tutto. Lo dimostrò in due occasioni, agli inizi degli anni Settanta, quando propose a Dettori il personaggio del Fool nel Re Lear salvo poi ripensarci per assegnare ad una sola interprete il doppio ruolo Cordelia/Fool, perché questa gli sembrava una scelta in linea con la sua lettura del dramma shakespeariano, e quando gli offrì il ruolo del protagonista Mackie Messner ne L’opera da tre soldi al posto di Gianni Santuccio che aveva dato forfait per poi sostituirlo invece con Domenico Modugno perché c’era bisogno di un nome noto.
Deluso, Dettori dalla stagione successiva andò a lavorare allo Stabile di Genova con Ivo Chiesa. Tornò al Piccolo nel 1987 per l’Edizione dell’Addio dell’Arlecchino e restò al fianco di Strehler fino alla morte, avvenuta dieci anni dopo, parlando della quale l’attore ha anche ricordato, non senza commozione, di una sera di Natale di qualche anno prima in cui Strehler era stato ospite a casa sua.
«Giorgio si faceva spesso raccontare la vita quotidiana mia e della mia famiglia. La sua curiosità andava dalle domande più banali a quelle più strane. Poteva infatti capitare che nel bel mezzo di un discorso mi chiedesse da che lato del letto dormisse mia moglie. Secondo me si comportava così perché fondamentalmente lui aveva paura della vita e viveva il teatro come un modo per scappare da essa. La prima cosa che in effetti insegnava ai suoi allievi era la curiosità: li mandava fuori da scuola a spiare la vita altrui, perché riteneva l’osservazione importantissima per un attore. “Un attore deve saper guardarsi attorno, osservare gli altri e chiedersi che vita hanno, come parlano, cosa pensano…”, diceva».

Al termine, commossi applausi colmi di gratitudine per aver rivissuto il mito di Strehler per una sera grazie ad un grande attore che non ha tra l’altro mancato di regalare qualche breve ma intensa interpretazione dei suoi personaggi man mano che ne parlava.

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Per approfondire la figura di Strehler, il contesto in cui maturarono le sue scelte giovanili, il suo metodo di lavoro, le sue teorie sul teatro e i suoi anni al Piccolo, consiglio i seguenti volumi (che sono solo una selezione fra tutti quelli dedicati a questo importante artista):

– Stella Casiraghi (a cura di), Il metodo Strehler. Diari di prova della “Tempesta” scritti da Ettore Gaipa, Skira, Milano, 2012.

– Maria Grazia Gregori (a cura di), Il Piccolo Teatro di Milano. Cinquant’anni di cultura e spettacolo, Elemond Editori Associati Leonardo Arte, Milano, 1997.

– Clarissa Egle Mambrini, Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano, Lampi di stampa, Vignate (MI), 2013.

– Giorgio Strehler, Io, Strehler. Una vita per il teatro, Conversazione con Ugo Ronfani, Rusconi, Milano, 1986.

– Giorgio Strehler, Lettere sul teatro, prefazione di Giovanni Raboni, a cura di Stella Casiraghi, Archinto, Milano, 2000.

– Giorgio Strehler, Nessuno è incolpevole. Scritti politici e civili, a cura di Stella Casiraghi, Melampo, Milano, 2007.

– Giorgio Strehler, Non chiamatemi maestro, a cura di Stella Casiraghi, Skira, Milano, 2007.

– Giorgio Strehler, Per un teatro umano. Pensieri scritti, parlati e attuati, a cura di Sinah Kessler, Feltrinelli, Milano, 1974.

 

Clarissa Egle Mambrini

Nella notte di Natale del 1997, Giorgio Strehler – ritenuto il Regista per antonomasia – ci lasciava improvvisamente, a 76 anni, nei giorni in cui erano in corso le prove di Così fan tutte del suo amato Mozart, opera che avrebbe inaugurato la nuova sede del Piccolo Teatro. A poche settimane di distanza dal conferimento del Nobel per la letteratura ad un altro importante uomo di teatro italiano, Dario Fo, Strehler se ne andava con un colpo di scena stupendo tutti, impegnato fino all’ultimo in ciò cui aveva dedicato la propria vita, il Teatro, fatto di cultura, di passione, di costanza. Una morte, insomma, quasi scontata per un artista, eppure, come lui stesso aveva dichiarato meno di un anno prima a Maria Grazia Gregori nel libro Il Piccolo Teatro di Milano. Cinquant’anni di cultura e spettacolo, non avrebbe voluto lavorare fino alla fine: «Adesso per quel poco di tempo che ci sarà voglio concentrarmi sull’ineluttabile destino degli essere umani. Non ho intenzione di continuare a fare questo mestiere pensando di essere immortale. Voglio dare una fine a quest’esperienza che è stata tutta la mia vita, per poi fermarmi nella contemplazione della morte. Ma voglio anche mettere a frutto quel bagaglio di esperienze umane e artistiche che ho potuto fare, per lasciare qualcosa a qualcuno… Forse potrei scrivere delle riflessioni sul teatro.»Giorgio Strehler
Il tempo, però, di abbandonare le scene e dedicarsi all’eventuale stesura di riflessioni teatrali non ci fu, ad altri è toccato negli anni portare avanti la sua immensa eredità artistica e culturale, recuperando talvolta lettere e scritti personali e inediti riguardanti la sua lunga carriera, cominciata come attore nella stagione 1940/41 e poi proseguita quasi esclusivamente come regista (di prosa e di lirica), soprattutto a partire dalla fondazione del Piccolo Teatro di Milano, inaugurato insieme all’inseparabile amico Paolo Grassi e a Nina Vinchi il 14 maggio 1947 con l’allestimento de L’albergo dei poveri di Maksim Gorkij. L’aver dato vita al primo stabile pubblico in Italia fu sicuramente un grande traguardo in un Paese arretrato culturalmente rispetto al resto d’Europa nonché ancora pieno della miseria portata dalla guerra, ma fu innanzitutto l’importante inizio, per il teatro della penisola, di un nuovo corso, di cui Strehler fu indiscusso protagonista, creando spettacoli che hanno fatto la Storia di questa arte. Il più famoso rimane indubbiamente Arlecchino servitore di due padroni, rappresentato per la prima volta il 24 luglio 1947 e tutt’oggi portato in scena dovunque, confermandosi come lo spettacolo teatrale italiano più conosciuto al mondo. Oltre a Goldoni, altri drammaturghi rimasero al centro dell’indagine strehleriana, concentrata fin dall’inizio sull’uomo: Pirandello, Shakespeare, Brecht, Bertolazzi, Cechov, solo per citare i più ricorrenti. Affermava il regista nel colloquio con la Gregori: «Io ho creduto in un teatro come glorificazione dell’infinita complessità, della libertà e del mistero dell’uomo. Del suo destino che ho sempre pensato meraviglioso anche se tanto lontano da poterne scorgere, a malapena, un tenue bagliore. Ma è quel bagliore che ha accompagnato tutta la mia vita, dandole il senso più vero. C’è una forma di severità nel mio modo di fare teatro con furore, un furore ardente. […] Se guardo alla mia vita, se penso all’avvenire credo che l’uomo possa percorrere due vie: o l’autodistruzione o il dovere di testimoniare la continuità degli esseri viventi. Perché quello che conta è sempre la vita. Sopra tutto e tutti».
La grandezza di Strehler stava non solo nel genio artistico in grado sviscerare un testo senza mai tradire l’autore e di lavorare tenacemente e appassionatamente concentrandosi su ogni minimo dettaglio – dalla recitazione degli attori, con cui collaborava senza imporre una propria visione, alle scene, ai costumi e alle luci –, bensì anche nella costante attenzione al contesto sociale da cui nasceva l’esigenza di rappresentare un certo spettacolo piuttosto che un altro. Per lui, il teatro era un connubio di arte e politica, tanto che aveva cercato di apportare il proprio contributo con una legge sul teatro che però non fu mai approvata, e riteneva necessario un ruolo degli intellettuali nell’attività politica del Paese: «Gli intellettuali devono capire che l’isolamento testardo, il disimpegno sistematico per non “sporcarsi le mani” insteriliscono la loro presenza nella società. E gli uomini politici debbono rendersi conto che il contributo degli uomini di cultura e degli artisti, soprattutto in un paese di alte tradizioni come il nostro, è una linfa preziosa per il progresso civile.» (Io, Strehler. Una vita per il teatro, conversazioni con Ugo Ronfani). Dichiarazioni che suonano incredibilmente attuali, come molte altre raccolte nelle diverse pubblicazioni edite prima e dopo la morte del Maestro, come viene ancora oggi chiamato e come lui stesso si chiamava poiché riteneva la propria attività un “mestiere”, attribuendo al teatro la sua tipica natura di bottega artigiana.

Quando Giorgio Strehler morì io avevo 13 anni e di lui sapevo solo che era un importante regista di cui sentivo spesso parlare in televisione; per me era quel signore sempre vestito di nero e dalla folta chioma bianca, apparentemente molto severo e ombroso. Mi ricordo lo stupore che colse me e i miei familiari nel momento in cui, riuniti intorno alla tavola per il pranzo di Natale, apprendemmo la notizia e non dimenticherò mai nemmeno la strana emozione di ritrovarmi il giorno seguente a rendergli omaggio, nel suo Piccolo Teatro, del quale varcavo per la prima volta la soglia, dove fu allestita la camera ardente. Non osai avvicinarmi, restai fra le poltrone della platea, da cui Milva era uscita poco prima che noi arrivassimo. Andandomene, se non ricordo male, apposi la mia firma sul quaderno posto all’ingresso del teatro, intravedendo fra le altre la firma di Ottavia Piccolo.

La nuova sede della Città del Teatro ideata da Strehler sarebbe poi stata inaugurata il 26 gennaio 1998 con Così fan tutte e intitolata al regista appena scomparso. Lì avrei visto i miei primi spettacoli del Piccolo, mentre al Grassi e allo Studio sarei andata solo in tempi più recenti, durante gli anni dell’università, quando, oltre a conoscere più approfonditamente la storia di questa importante istituzione, scoprii con enorme stupore che Giorgio Strehler debuttò come giovanissimo regista nella mia città, a Novara.
Sulla scia di quella scoperta risalente ad alcuni anni fa e dell’entusiasmo derivatomi da essa, ora, dopo ricerche durate parecchio tempo, sul regista triestino sto scrivendo un libro, Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro, che uscirà nel 2013 per i tipi della casa editrice milanese Lampi di Stampa con un contributo di Stella Casiraghi, grande conoscitrice del Maestro e curatrice di diverse pubblicazioni ad esso dedicati. Questo volume, oltre ad offrire una panoramica sulla cultura e sullo spettacolo dei primi anni Quaranta, si concentrerà prevalentemente sugli spettacoli novaresi diretti dal regista nel 1943 nell’ambito del teatro dei G.U.F., dando spazio anche ai suoi scritti dell’epoca comparsi su diverse riviste e quotidiani nonché alla sua attività di attore e regista fino ad arrivare alla fondazione del Piccolo nel 1947. Ponendo quindi l’attenzione su un periodo significativo per la storia personale e professionale di Strehler, intendo valorizzare eventi di cui la città di Novara dovrebbe essere orgogliosa e che spero di aiutare a conoscere più approfonditamente.
Sarà il mio omaggio a “quel signore sempre vestito di nero e dalla folta chioma bianca”.

 

Clarissa Egle Mambrini