Tag Archive: musica


«Circa due anni o diciotto mesi dopo gli avvenimenti coi quali si è conclusa questa storia, essendo andati a cercare nel sotterraneo di Montfaucon il cadavere di Oliviero il Daino […] furono trovati, fra tutte quelle ripugnanti carcasse, due scheletri di cui uno teneva stranamente abbracciato l’altro. Uno di quei due scheletri, che era d’una donna, aveva ancora qualche brandello di veste d’una stoffa che era stata bianca, e gli si scorgeva intorno al collo una collana di grani turchini, con un sacchetto di seta, ornato di perline di vetro verdi, aperto e vuoto. Erano oggetti di così infimo valore, che certo il boia non aveva voluto saperne. L’altro scheletro, che teneva il primo strettamente abbracciato, era d’un uomo. Si notò che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa fra le scapole, e una gamba più corta dell’altra. Quello scheletro, però, non presentava nessuna traccia di rottura di vertebre alla nuca, dal che risultava evidente che non era stato impiccato. L’uomo al quale era appartenuto, dunque, era entrato là dentro da sé, e vi era rimasto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, si polverizzò».

(Victor Hugo, Notre Dame De Paris)

 

 

NOVARA – Lo scorso 13 settembre, in occasione della serata di apertura della nuova stagione dell’Associazione RI-NASCITA, ho avuto modo di conoscere una nuova band  novarese, i Pop James, composta da Giulio Tosatti (vibrafono, percussioni), Benedetto Degli Innocenti (basso), Konstantin Gukov (chitarra), Riccardo Milo (voce).
Quattro giovani musicisti, conosciutisi sui banchi di scuola o attraverso amici comuni e provenienti da diverse esperienze (c’è chi ha una formazione accademica ed è discendente di una famiglia di musicisti e c’è chi invece è un autodidatta, ma tutti hanno già suonato in altri gruppi), che circa due anni fa hanno dato vita a questa nuova realtà: «Inizialmente era “solo” un progetto. Come vero e proprio gruppo che tiene concerti esistiamo da un anno, prima c’è stata una lunga fase preparatoria anche per mettere insieme le differenti componenti che ci caratterizzano», spiega Giulio.

Foto di Stefano Nai

Foto di Stefano Nai

Ma che musica fanno i Pop James? Attraversano vari generi: dall’elettronica all’acustica, dal chill out alle danze con sonorità africane e caraibiche, toccando anche il progressive e il post rock. «Generalmente eseguiamo concerti elettronici ed in spazi piuttosto ampi. Quello di questa sera è il nostro primo concerto acustico, per di più in un ambiente così intimo e raccolto… Un esperimento per noi, che però ci sta piacendo molto. Diciamo che, non essendoci di mezzo l’elettronica, c’è meno preoccupazione riguardo ad eventuali inconvenienti tecnici che possono capitare durante l’esecuzione e personalmente la cosa mi permette di godermi di più l’evento», ammette Giulio.
«Sì e poi qui, con il pubblico così vicino, c’è un’energia pazzesca!», afferma Riccardo.

Un’energia percepita pure dai soci di RI-NASCITA, che si sono lasciati trasportare dalla loro musica variegata ed elegante seguendo il concerto con partecipazione e concedendosi anche, ad un certo punto, qualche passo di danza.

Perché Pop James? «In onore di Bob James, considerato uno dei padri fondatori dello smooth jazz. È stato Giulio a farcelo conoscere ed apprezzare e così, cercando il nome per il nostro gruppo, abbiamo pensato a lui», ci svela Benedetto.

L’agenda di questa band è ad oggi fitta di impegni, a dimostrazione del crescente e meritato successo che sta ottenendo.
«Per noi, soprattutto adesso che ci dobbiamo far conoscere, è importante suonare il più possibile ad ogni occasione e concentrarci quindi sulle esibizioni dal vivo. Abbiamo comunque realizzato un EP, dal titolo 001, e ne abbiamo in programma un altro. Intanto però i nostri brani sono scaricabili in free download sul sito».

Non resta dunque che augurare tutto il meglio ai Pop James per una lunga e luminosa carriera. Per rimanere aggiornati, basta cliccare “Mi piace” sulla loro pagina Facebook: non lasciatevi scappare l’occasione di sentirli dal vivo.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

NOVARA – Casa Bossi, splendido palazzo antonelliano situato nel centro di Novara, a pochissimi passi dalla Cupola di San Gaudenzio – altro gioiello antonelliano – è rimasta abbandonata per alcuni decenni e al suo aspetto elegante e signorile si è aggiunto un fascino sempre più sinistro e spettrale, finché tra 2009 e 2010 un’associazione di volontari, il Comitato d’Amore per Casa Bossi, si è costituita appositamente per farla tornare a nuova vita, ripulendola e rendendo accessibili al pubblico alcune parti esterne ed interne, aprendola sia per visite sia per eventi culturali. In poco tempo i riflettori si sono di nuovo accesi su questa villa tanto cara ai novaresi, al punto che è arrivata al secondo posto nell’edizione 2010 dell’iniziativa FAI “I luoghi del cuore” ed è presto diventata fonte di ispirazione per diversi artisti locali che vi hanno girato cortometraggi e videoclip (l’ultimo è Ossigeno della rock band novarese Park Avenue), allestito installazioni e mostre, senza contare che era già stata protagonista nel 1996 del romanzo di Sebastiano Vassalli Cuore di pietra. Tutto questo fermento intorno a Casa Bossi, creato anche attraverso conferenze e dibattiti con autorità e semplici cittadini, ha finalmente portato ad ottenere un contributo economico che si spera possa riportare la villa alla sua antica bellezza.

novara_018_casa_bossi

Intanto però le attività del Comitato d’Amore non si fermano e tra fine agosto e metà ottobre la dimora riaprirà al pubblico per una serie di eventi culturali fra teatro, musica e libri con ingresso ad offerta libera. Tutte le serate avranno inizio alle 21.00, mentre la mostra omaggio al fotografo Gabriele Basilico, recentemente scomparso, seguirà il seguente orario: venerdì 16.00 – 18.30, sabato e domenica 10.00 – 12.30 / 15.30 – 18.30.

Per ulteriori informazioni su Casa Bossi, sugli eventi, sulle attività del Comitato e su come sostenerle potete visitare il sito o iscrivervi al gruppo Fb.

A4 Casa Bossi Ok

Clarissa Egle Mambrini

18 e 19 febbraio 2013, Rai Uno
VOLARE – LA GRANDE STORIA DI DOMENICO MODUGNO
Miniserie in due puntate
Regia Riccardo Milani
Soggetto e sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Con Giuseppe Fiorello (Domenico Modugno), Kasia Smutniak (Franca Gandolfi), Alessandro Tiberi (Franco Migliacci), Antonio D’Ausilio (Riccardo Pazzaglia), Diego D’Elia (Antonio Cifariello), Federica De Cola (Giulia Lazzarini), Massimiliano Gallo (Giuseppe Gramitto), Gabriele Cirilli (Claudio Villa), Alberto Resti (Johnny Dorelli), Armando De Razza (Cucaracho), Pierluigi Misasi (Fulvio Palmieri), Antonio Stornaiolo (Padre Domenico), Roberto De Francesco (Don Antonio), Cesare Bocci (Raimondo Lanza di Trabia), Michele Placido (Vittorio De Sica)
Casting Rita Forzano23560285_beppe-fiorello-domenico-modugno-la-fiction-volare-nel-blu-dipinto-di-blu-0
Aiuto regia Francesco Capone
Costumi Alberto Moretti
Scenografia Massimo Geleng
Fonico Andrea Petrucci
Organizzatore di produzione Antonio Stefanucci
Direttore di produzione Francesco Morbilli
Direttore della fotografia Saverio Guarna
Montaggio Patrizia Ceresani
Musiche originali Andrea Guerra
Produttore Rai Fabrizio Zappi
Prodotto da Elide Melli

 

Non sono un’amante della televisione e specialmente di telefilm, fiction, miniserie, soap opera et similia, tanto più dopo alcuni “obbrobri” visti nelle scorse stagioni sul piccolo schermo, in cui le opere di grandi personaggi venivano messe in secondo piano o quasi annullate per privilegiarne la vita privata, rappresentata con toni da romanzo “Harmony” che certo non rendevano giustizia al personaggio in questione e lo riducevano a “omuncolo” o “donnicciola” dedito/dedita a vizi e null’altro. Ancora ricordo per esempio la bruttissima miniserie su Walter Chiari andata in onda un anno fa di questi tempi… L’unica cosa buona fu l’interpretazione del bravo Alessio Boni, nei panni proprio del grande comico, ma tutto il resto era inguardabile, anzi, una pugnalata al cuore per chi, come me, adora Chiari e pensa che meriterebbe un trattamento ben più degno della sua arte.
Perciò, convinta che anche di Modugno avrebbero fatto uno scempio, lunedì sera mi sono accinta a vedere la prima puntata pensando che avrei cambiato canale subito dopo. Invece così non è stato: nonostante infatti la scontata struttura a flashback, tipica di ogni fiction Rai, man mano che la miniserie procedeva mi appassionavo alla storia e, stranamente, anche quando entravano in scena donne e amori del protagonista, si mantenevano toni sobri e rispettosi della loro memoria e della loro vita privata, senza mai oltrepassare il limite del buon gusto e senza lavorare tanto di fantasia introducendo noiosi e scontati elementi da feuilleton. Certo, solo i diretti interessati possono sapere cosa c’era di vero e cosa di inventato, però, a maggior ragione quando alcuni dei personaggi sono ancora viventi, mi sembra doveroso – in un film come in un libro o in uno spettacolo – non lasciarsi sopraffare dalla smania di scandagliare quasi morbosamente ogni briciola della loro intimità.
Al di là di tale questione, ho apprezzato Volare – La grande storia di Domenico Modugno perché ha mostrato il tortuoso e faticoso cammino del grande artista pugliese prima di arrivare allo strabiliante ed inaspettato successo con Nel blu dipinto di blu, scritta insieme all’amico Franco Migliacci – che sarà suo paroliere per il resto della carriera – e vincitrice del Festival di Sanremo nel 1958. Tutti, dai compagni di studi al Centro Sperimentale di Cinematografia agli addetti ai lavori e ad alcuni famosi artisti (come Anna Magnani ed Edith Piaf), riempivano spesso di complimenti il giovane Modugno per le sue doti artistiche e soprattutto canore (nonostante lui volesse a tutti i costi fare l’attore e utilizzasse le sue canzoni come piacevole passatempo e ripiego per racimolare qualcosa), eppure, dopo il diploma conseguito appunto presso il Centro, Mimmo si barcamenò per anni tra “lavoretti” come comparsa in qualche film o cantante ai concerti altrui, negli spettacoli di rivista o per gli emigrati italiani all’estero. Pochi gli ingaggi veramente importanti, molte invece le porte in faccia, tanto da sembrare ai limiti dell’assurdo vedere quanti sacrifici dovette fare Modugno e quanto gli costò la sua passione, sostenuta dalla caparbia volontà di riuscire e forse dall’inconscia convinzione che un giorno lui sarebbe diventato qualcuno. E quando la determinazione veniva meno, gli amici ma soprattutto la fidanzata (e poi moglie) Franca, attrice diplomatasi con lui, lo spronavano a non mollare, a cogliere le occasioni, seppure non apparentemente promettenti. Una storia che sicuramente è un valido insegnamento per i giovani e forse ancora più che mai in tempi in cui tutto sembra dovuto qui e ora senza capire la necessità e la soddisfazione di conquistarsi qualcosa.
La miniserie, che ha anche mostrato la genesi di alcune note canzoni di Modugno (per esempio La donna riccia, Musetto, Vecchio frack), soffermandosi in particolare su quella casuale, lunga ed elaborata di Nel blu dipinto di blu, ha raccontato circa un decennio della sua vita, dalla partenza dallo splendido paesino natio per l’avventura al Centro Sperimentale nella grande città fino alla strabiliante vittoria a Sanremo, che per lui significò l’inizio vero e proprio della carriera nonché di una nuova vita.
Ad interpretare questo grande artista uno straordinario ed eccellente Beppe Fiorello, che ne ha ricreato voce, fisionomia, mimica e gestualità con una precisione ed una passione notevoli. Tutte le canzoni presenti nella miniserie sono cantate proprio da Fiorello: talmente bravo che, chiudendo gli occhi, sembrava di sentire la voce di Modugno. Al suo fianco un ottimo cast, in cui vale la pena ricordare, nel ruolo della moglie, Kasia Smutniak, nei panni dei fraterni ed inseparabili compagni di studi, Alessandro Tiberi (Franco Migliacci), l’ex comico di Zelig Circus Antonio D’Ausilio (Riccardo Pazzaglia) e Federica De Cola (la futura grande attrice Giulia Lazzarini), nonché il simpatico cammeo di Michele Placido nelle vesti di Vittorio De Sica. Non è stata forse una scelta felicissima quella di affidare il ruolo di Claudio Villa al comico Gabriele Cirilli: pur essendo bravo, infatti, era difficile non ridere di fronte alle sue uscite in romanesco che ricordavano più che il “reuccio” la famosa domanda del personaggio di Cirilli «Chi è Tatiana?». Ma ciò non ha offuscato la piacevolezza di questa fiction, molto ben diretta da Riccardo Milani e seguita da oltre 11 milioni di spettatori.

Per ulteriori informazioni e curiosità, si possono consultare il sito interamente dedicato a Modugno e quello della miniserie, sul quale è ancora possibile, per qualche giorno, rivedere le due puntate.


Clarissa Egle Mambrini

Navigando su internet mi sono imbattuta in questo struggente ricordo di Renzo Arbore sull’amata Mariangela Melato. Non ho capito bene quale sia la fonte principale (forse «Il Sole 24 ore»); io l’ho trovato a questo link http://www.brogi.info/2013/01/renzo-arbore-il-privilegio-di-averla-accanto.html e in ogni caso ci tengo a pubblicarlo anche sul mio blog.
Buona lettura!
C. E. M.

Melato-Arbore

IL PRIVILEGIO DI AVERLA ACCANTO

di Renzo Arbore

«Sono stato innamorato di una grande artista e di una grande donna. E sono stato fortunato, per aver conosciuto una persona eccezionale che mi ha fatto diventare prima uomo e poi artista, una fortuna, lo dico con il cuore a pezzi, che ora pago con il grande dolore che provo.
Per lei, che era un dono della vita, ho sentito un amore ininterrotto. Io che ho sempre desiderato diventare un artista, stavo con una artista vera, un privilegio unico averla accanto, vedere che le sue scelte erano sempre fatte per migliorarsi; non era artista per ambizione personale o smania di ricchezza, lei viveva l’arte come una missione e per questa ha affrontato grandissime rinunce improntate all’etica, alla bellezza, alla cultura.
Era figlia di un timidissimo vigile urbano che ho conosciuto e lei era riuscita con enorme fatica e rinunciando alle cose futili a coltivarsi. Amava i libri, fino all’ultimo li ha voluti con sé, ai complimenti vacui preferiva quelli del suo pubblico fatto di persone modeste e intellettuali schivi. Andava orgogliosissima, tra i tanti premi, dall’aver ricevuto due volte il Duse, stravolgendo così il regolamento che non consentiva doppioni.
Questi ultimi tre anni, sono stati terribili per lei e anche per me. Nonostante ciò, malata, sottoposta a cure faticosissime affrontate con enorme coraggio, viveva per tornare sulla scena e ha ancora portato al successo tre lavori straordinari: Casa di bambola, Il dolore, un meraviglioso monologo e Filumena Marturano per la televisione. Era una donna vera, con una nobiltà d’animo fortissima. I suoi sentimenti erano puri, s’interessava di piccoli artisti, saltimbanchi, gente semplice, era lontana dalla meschinità, dalle menzogne, dalla cattiveria, dal cattivo gusto.
Lei mi ha insegnato la sua cultura straordinaria e io le ho fatto amare la cultura del Sud. Come i grandi aveva un fortissimo senso dell’umorismo e della musica. Aveva lo swing, una grazia interiore; ballava come nessuna, si aggiornava in maniera che mi lasciava stupefatto, aveva una passione per la sceneggiata, come per Ronconi e Medea, era multiforme. Tutto senza mai un accenno al botteghino, non abbiamo mai parlato di soldi noi due. Oggi la ricorderà Emma Bonino: non si conoscevano bene ma Mariangela l’amava perché riconosceva in lei il suo stesso rigore. Sempre con un sorriso. Quello con cui ci ha lasciato».

NOVARA – Continua il felice connubio fra Morgan e il Teatro Coccia. Dopo il successo ottenuto iofacciolo scorso ottobre con la regia de Il matrimonio segreto di Cimarosa (cfr. il mio articolo “Il matrimonio segreto” dark e psichedelico di Morgan fa volare alto il Coccia), sua prima prova nell’opera lirica, l’eclettico artista milanese ha pensato di ambientare nell’affascinante cornice del Coccia il videoclip della nuova canzone Io faccio del rapper Big Fish, brano a cui partecipa lo stesso Morgan.
Diretto da Rino Tagliafierro e presentato in anteprima a dicembre agli Hip Hop Awards di MTV, il video è stato trasmesso a Quelli che il calcio… domenica e a Occupy Deejay su Deejay TV lunedì, stesso giorno in cui il brano è stato inserito nella programmazione di radio e canali musicali nazionali.
Di nuovo ampia visibilità, quindi, per il teatro novarese, protagonista del video insieme ad una ballerina classica dopo che negli ultimi anni era stato fugace sfondo in due spot pubblicitari, uno con Catherine Spaak e l’altro con l’étoile Eleonora Abbagnato.

 

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo scritto il 18/10/2012]

Era dal febbraio 2007 che non vedevamo al Coccia un’opera così divertente, da quando cioè il veterano Beppe De Tomasi regalò al pubblico novarese un particolare e riuscito allestimento “cinematografico” de Il Turco in Italia di Gioachino Rossini. Lo scorso 5 ottobre, serata inaugurale della nuova stagione teatrale, assistendo a Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa con la regia di Morgan abbiamo rivissuto le stesse emozioni, a cui si è aggiunto il gradito stupore di veder rispettato lo spirito dell’opera, cosa su cui nutrivamo qualche dubbio trattandosi della prima prova da regista lirico dell’eclettico musicista e cantautore milanese. Nel corso dello spettacolo lo scetticismo invece è stato completamente cancellato per fare spazio a sorrisi, meraviglia e allegria, suscitati non solo dalla trama, intessuta di equivoci e di amore, ma anche dalla bravura dei cantanti (i più applauditi sono stati il basso Bruno Praticò nel ruolo di Geronimo e la soprano Stefania Bonfadelli nei panni di Carolina) e dei musicisti (l’Orchestra Filarmonica Italiana diretta dal giovane e talentuoso Carlo Goldstein), nonché dall’originalità essenziale e visionaria di Morgan, che ha creato un allestimento innovativo e coinvolgente modernizzando personaggi e vicende senza stravolgere il senso della storia né tanto meno il genere musicale dell’opera buffa cui appartiene.
Il matrimonio segreto è dotato di una musica talmente briosa e vivace che riesce difficile pensare sia stato composto quando ormai questo genere era al tramonto. La vitalità delle melodie e dei personaggi incantò il pubblico fin dalla prima esecuzione, il 7 febbraio 1792 al Burgtheater di Vienna, quando fu bissato per intero la stessa sera su richiesta dell’imperatore – caso unico nella storia dell’opera. Piacevole all’ascolto ancora oggi e infarcito di schermaglie amorose sempre attuali, la sapiente regia di Morgan è riuscita a coglierne gli aspetti più divertenti ed universali, curando molto anche la mimica dei singoli personaggi – rappresentati talvolta come delle marionette – ed evidenziando i loro tratti caratteriali più spiccati: così per esempio il conte Robinson (il basso Filippo Fontana) è diventato un ricco pretendente imbranato con tanto di tic nervoso, mentre Fidalma (la mezzosoprano Irene Molinari) una giovane vedova ancora piacente e disperatamente aggressiva nei confronti dell’oggetto del suo desiderio, cioè Paolino (il tenore Edgardo Rocha), che prova a conquistare utilizzando anche frustino e manette. Bella inoltre l’idea di creare un gigantesco abito da sposa, che diventa come un pulpito dal quale alcuni personaggi – e per prima Elisetta (la soprano Maria Costanza Nocentini), invidiosa e gelosa della sorella Carolina – ammoniscono gli altri.
Costellato qua e là di elementi cinematografici – i titoli di testa proiettati sul fondale nero durante l’esecuzione dell’Ouverture, i termini e le frasi più importanti del libretto che lampeggiavano quasi come messaggi pubblicitari sull’ossatura scenografica nel corso dell’opera, per arrivare alla scritta finale a sipario chiuso «FINE (lieto)» – l’allestimento si è caratterizzato per il forte impatto visivo dato dai costumi, dalle parrucche, dal trucco, dagli oggetti di scena, dalle luci e dalle scenografie, che nell’insieme creavano un effetto di “barocco dark rock” dal sapore psichedelico. Nero e verde i colori predominanti, su cui svettavano vivaci tinte fluo (tra l’altro in voga quest’anno), sei poltrone colorate – tre delle quali disposte ad un certo punto in scena a costituire il tricolore italiano – e la poltrona multicolore di Cimarosa, spettatore immaginario dell’opera, posizionata in proscenio. Unico legame visivo con l’epoca in cui l’opera fu scritta le parrucche indossate dai personaggi e quella enorme sul capo della clavicembalista. Gli abiti – neri per Carolina, Paolino e Geronimo e grigio scuro a fantasia scozzese per Elisetta, Fidalma e il Conte Robinson – erano di taglio contemporaneo, ma con alcuni dettagli di sapore settecentesco.
Abbiamo trovato un po’ troppo povera e lugubre la scenografia, costituita da «una casa delle bambole sventrata» – come l’ha definita Morgan – in cui si intrufolavano neri figuranti che sembravano ombre di una lanterna magica (altro richiamo cinematografico), però la sua neutralità è indubbiamente servita a non suggerire una particolare collocazione geografica e storica della vicenda, così come nelle intenzioni del regista: «Ci sono opere d’arte che fermano il tempo, lo prendono per il collo e lo sottomettono, poi ci si buttano dentro e ci rimangono in eterno. E il tempo ce le consegna, intatte e perfette, cosicché noi di passaggio le traghettiamo nel nostro momento». Morgan si è inoltre ritagliato due comparsate nel corso dello spettacolo: una all’inizio del secondo atto, in cui si è inserito come spettatore invisibile nel dialogo fra Paolino e Fidalma “rubando” loro alcune frasi, e l’altra alla fine, quando si è mescolato ai figuranti e ai personaggi intenti a festeggiare la felice risoluzione di tutti gli equivoci.
Una volta chiuso il sipario, lunghi minuti di applausi per tutti gli artisti e tanti «Bravo!» per Morgan, promosso a pieni voti. Il pubblico, soddisfatto e contento, per più di tre ore ha seguito con partecipazione l’opera, aiutato anche dai sovratitoli proiettati al di sopra dello stemma di Novara, sull’arco di proscenio, un’utile novità da tempo richiesta dagli assidui frequentatori del Coccia che si è andata ad aggiungere all’abituale libretto dell’opera riprodotto insieme al programma di sala.
Un’inaugurazione di stagione scintillante e ben riuscita, condita da un po’ di mondanità (presenti in sala, oltre a molte autorità locali, Franca Valeri, Ivano Fossati e Dori Ghezzi), che si è rivelata anche un’arguta operazione mediatica, portando il nome delle nostra città e del Coccia su stampa e televisioni nazionali. E finalmente, dopo che negli ultimi anni si erano viste sempre le solite opere, un titolo poco rappresentato a Novara – l’ultima volta risale alla stagione 1996/97.
Una sfida vinta, quindi, per la nuova Direttrice artistica e organizzativa Renata Rapetti, la quale ora si sta interessando per vendere ad altri teatri in Italia e all’estero questo allestimento, che intanto a dicembre sarà trasmesso su Sky Classica in venti Paesi del mondo e su Sky Arte.
Speriamo infine che i giovani venuti a teatro forse per la prima volta in questa occasione, perché attirati dal nome famoso del regista, imparino ad amare veramente questa arte, senza necessariamente essere allettati dall’esca del “volto noto”. Perché il teatro può coinvolgere, appassionare ed essere rivoluzionario senza per forza servirsi del clamore mediatico, ma per percepire tutto ciò bisogna avere voglia di conoscerlo.

IL MATRIMONIO SEGRETO
Opera buffa di due atti su libretto di Giovanni Bertati
Musica di Domenico Cimarosa
Direttore Carlo Goldstein
Regia Marco Castoldi, in arte Morgan
Aiuto regia Mercedes Martini
Lighting Designer Marcello Jazzetti
Scene Patrizia Bocconi
Costumi Giuseppe Magistro
Orchestra Filarmonica Italiana
Nuovo Allestimento
Produzione Fondazione Teatro Coccia

Spettacolo visto venerdì, 5 ottobre 2012

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Mario Finotti, Fondazione Teatro Coccia)