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«Circa due anni o diciotto mesi dopo gli avvenimenti coi quali si è conclusa questa storia, essendo andati a cercare nel sotterraneo di Montfaucon il cadavere di Oliviero il Daino […] furono trovati, fra tutte quelle ripugnanti carcasse, due scheletri di cui uno teneva stranamente abbracciato l’altro. Uno di quei due scheletri, che era d’una donna, aveva ancora qualche brandello di veste d’una stoffa che era stata bianca, e gli si scorgeva intorno al collo una collana di grani turchini, con un sacchetto di seta, ornato di perline di vetro verdi, aperto e vuoto. Erano oggetti di così infimo valore, che certo il boia non aveva voluto saperne. L’altro scheletro, che teneva il primo strettamente abbracciato, era d’un uomo. Si notò che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa fra le scapole, e una gamba più corta dell’altra. Quello scheletro, però, non presentava nessuna traccia di rottura di vertebre alla nuca, dal che risultava evidente che non era stato impiccato. L’uomo al quale era appartenuto, dunque, era entrato là dentro da sé, e vi era rimasto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, si polverizzò».

(Victor Hugo, Notre Dame De Paris)

 

 

Omaggio ad Alberto Sordi

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Il 25 febbraio di dieci anni fa se ne andava Alberto Sordi. Io quel giorno me lo ricordo. Era un martedì e, dopo la mattinata a scuola, mi trovavo in conservatorio a mangiare un panino in attesa della lezione di musica quando, per caso, ascoltando distrattamente dei ragazzini parlare fra loro, sentii che uno accennò alla morte di Alberto Sordi. Io non capivo, ero convinta di aver frainteso… «Sordi morto? Ma quando? Non è possibile!», pensavo. E invece no, era tutto vero purtroppo: quel giorno il mitico Albertone era scomparso, a quasi 83 anni, dopo una lunga malattia.
Proprio in quel periodo io e il papà stavamo seguendo una collana di DVD di cinema italiano in edicola e il venerdì precedente era uscito un film che da tempo attendevo di vedere, Un americano a Roma (Steno, 1954), quello con la celeberrima scena del piatto di maccheroni!

Nel libretto allegato al DVD, fra le varie informazioni e curiosità, c’erano anche dei cenni biografici sull’attore romano, di cui ovviamente veniva riportata la sola data di nascita. Una decina di giorni dopo, invece, all’uscita, nella stessa collana, di Polvere di stelle, pellicola da lui diretta e interpretata nel 1973, accanto al suo nome nel libretto si leggeva “(1920-2003)”.alberto sordi-leone alla carriera 1994
I film con Alberto Sordi sono abituata fin da piccola a vederli, insieme a quelli con Totò. Così abituata che, pur essendo settentrionale, da allora mi viene completamente spontaneo inserire dei termini in romanesco nella mia parlata quotidiana. Fu qualche amico anni fa a chiedermi perché ogni tanto me ne esco con modi di dire che non appartengono alle mie origini e ai luoghi in cui ho sempre vissuto: io non mi ero mai accorta di avere questo “vizio”, per me era naturale esprimermi anche attraverso il linguaggio che mi aveva insegnato Albertone, così come faccio ancora oggi.
Qui di seguito, per ricordarlo, propongo delle scene tratte da alcuni suoi celebri film, ma ovviamente rappresentano solo una minuscola parte di tutta la sua lunga carriera, cominciata nel 1937 come comparsa in Scipione l’Africano di Carmine Gallone.
Per me Alberto Sordi, forse più di qualsiasi altro attore cinematografico, non morirà mai. Potere del cinema…

I vitelloni (Federico Fellini, 1953):

Il vedovo (Dino Risi, 1959):

La Grande Guerra (Mario Monicelli, 1959):

Una vita difficile (Dino Risi, 1961):

Episodio Guglielmo il dentone diretto da Luigi Filippo D’Amico tratto dal film I complessi (AA. VV., 1965):

Clarissa Egle Mambrini

Navigando su internet mi sono imbattuta in questo struggente ricordo di Renzo Arbore sull’amata Mariangela Melato. Non ho capito bene quale sia la fonte principale (forse «Il Sole 24 ore»); io l’ho trovato a questo link http://www.brogi.info/2013/01/renzo-arbore-il-privilegio-di-averla-accanto.html e in ogni caso ci tengo a pubblicarlo anche sul mio blog.
Buona lettura!
C. E. M.

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IL PRIVILEGIO DI AVERLA ACCANTO

di Renzo Arbore

«Sono stato innamorato di una grande artista e di una grande donna. E sono stato fortunato, per aver conosciuto una persona eccezionale che mi ha fatto diventare prima uomo e poi artista, una fortuna, lo dico con il cuore a pezzi, che ora pago con il grande dolore che provo.
Per lei, che era un dono della vita, ho sentito un amore ininterrotto. Io che ho sempre desiderato diventare un artista, stavo con una artista vera, un privilegio unico averla accanto, vedere che le sue scelte erano sempre fatte per migliorarsi; non era artista per ambizione personale o smania di ricchezza, lei viveva l’arte come una missione e per questa ha affrontato grandissime rinunce improntate all’etica, alla bellezza, alla cultura.
Era figlia di un timidissimo vigile urbano che ho conosciuto e lei era riuscita con enorme fatica e rinunciando alle cose futili a coltivarsi. Amava i libri, fino all’ultimo li ha voluti con sé, ai complimenti vacui preferiva quelli del suo pubblico fatto di persone modeste e intellettuali schivi. Andava orgogliosissima, tra i tanti premi, dall’aver ricevuto due volte il Duse, stravolgendo così il regolamento che non consentiva doppioni.
Questi ultimi tre anni, sono stati terribili per lei e anche per me. Nonostante ciò, malata, sottoposta a cure faticosissime affrontate con enorme coraggio, viveva per tornare sulla scena e ha ancora portato al successo tre lavori straordinari: Casa di bambola, Il dolore, un meraviglioso monologo e Filumena Marturano per la televisione. Era una donna vera, con una nobiltà d’animo fortissima. I suoi sentimenti erano puri, s’interessava di piccoli artisti, saltimbanchi, gente semplice, era lontana dalla meschinità, dalle menzogne, dalla cattiveria, dal cattivo gusto.
Lei mi ha insegnato la sua cultura straordinaria e io le ho fatto amare la cultura del Sud. Come i grandi aveva un fortissimo senso dell’umorismo e della musica. Aveva lo swing, una grazia interiore; ballava come nessuna, si aggiornava in maniera che mi lasciava stupefatto, aveva una passione per la sceneggiata, come per Ronconi e Medea, era multiforme. Tutto senza mai un accenno al botteghino, non abbiamo mai parlato di soldi noi due. Oggi la ricorderà Emma Bonino: non si conoscevano bene ma Mariangela l’amava perché riconosceva in lei il suo stesso rigore. Sempre con un sorriso. Quello con cui ci ha lasciato».

Nella notte di Natale del 1997, Giorgio Strehler – ritenuto il Regista per antonomasia – ci lasciava improvvisamente, a 76 anni, nei giorni in cui erano in corso le prove di Così fan tutte del suo amato Mozart, opera che avrebbe inaugurato la nuova sede del Piccolo Teatro. A poche settimane di distanza dal conferimento del Nobel per la letteratura ad un altro importante uomo di teatro italiano, Dario Fo, Strehler se ne andava con un colpo di scena stupendo tutti, impegnato fino all’ultimo in ciò cui aveva dedicato la propria vita, il Teatro, fatto di cultura, di passione, di costanza. Una morte, insomma, quasi scontata per un artista, eppure, come lui stesso aveva dichiarato meno di un anno prima a Maria Grazia Gregori nel libro Il Piccolo Teatro di Milano. Cinquant’anni di cultura e spettacolo, non avrebbe voluto lavorare fino alla fine: «Adesso per quel poco di tempo che ci sarà voglio concentrarmi sull’ineluttabile destino degli essere umani. Non ho intenzione di continuare a fare questo mestiere pensando di essere immortale. Voglio dare una fine a quest’esperienza che è stata tutta la mia vita, per poi fermarmi nella contemplazione della morte. Ma voglio anche mettere a frutto quel bagaglio di esperienze umane e artistiche che ho potuto fare, per lasciare qualcosa a qualcuno… Forse potrei scrivere delle riflessioni sul teatro.»Giorgio Strehler
Il tempo, però, di abbandonare le scene e dedicarsi all’eventuale stesura di riflessioni teatrali non ci fu, ad altri è toccato negli anni portare avanti la sua immensa eredità artistica e culturale, recuperando talvolta lettere e scritti personali e inediti riguardanti la sua lunga carriera, cominciata come attore nella stagione 1940/41 e poi proseguita quasi esclusivamente come regista (di prosa e di lirica), soprattutto a partire dalla fondazione del Piccolo Teatro di Milano, inaugurato insieme all’inseparabile amico Paolo Grassi e a Nina Vinchi il 14 maggio 1947 con l’allestimento de L’albergo dei poveri di Maksim Gorkij. L’aver dato vita al primo stabile pubblico in Italia fu sicuramente un grande traguardo in un Paese arretrato culturalmente rispetto al resto d’Europa nonché ancora pieno della miseria portata dalla guerra, ma fu innanzitutto l’importante inizio, per il teatro della penisola, di un nuovo corso, di cui Strehler fu indiscusso protagonista, creando spettacoli che hanno fatto la Storia di questa arte. Il più famoso rimane indubbiamente Arlecchino servitore di due padroni, rappresentato per la prima volta il 24 luglio 1947 e tutt’oggi portato in scena dovunque, confermandosi come lo spettacolo teatrale italiano più conosciuto al mondo. Oltre a Goldoni, altri drammaturghi rimasero al centro dell’indagine strehleriana, concentrata fin dall’inizio sull’uomo: Pirandello, Shakespeare, Brecht, Bertolazzi, Cechov, solo per citare i più ricorrenti. Affermava il regista nel colloquio con la Gregori: «Io ho creduto in un teatro come glorificazione dell’infinita complessità, della libertà e del mistero dell’uomo. Del suo destino che ho sempre pensato meraviglioso anche se tanto lontano da poterne scorgere, a malapena, un tenue bagliore. Ma è quel bagliore che ha accompagnato tutta la mia vita, dandole il senso più vero. C’è una forma di severità nel mio modo di fare teatro con furore, un furore ardente. […] Se guardo alla mia vita, se penso all’avvenire credo che l’uomo possa percorrere due vie: o l’autodistruzione o il dovere di testimoniare la continuità degli esseri viventi. Perché quello che conta è sempre la vita. Sopra tutto e tutti».
La grandezza di Strehler stava non solo nel genio artistico in grado sviscerare un testo senza mai tradire l’autore e di lavorare tenacemente e appassionatamente concentrandosi su ogni minimo dettaglio – dalla recitazione degli attori, con cui collaborava senza imporre una propria visione, alle scene, ai costumi e alle luci –, bensì anche nella costante attenzione al contesto sociale da cui nasceva l’esigenza di rappresentare un certo spettacolo piuttosto che un altro. Per lui, il teatro era un connubio di arte e politica, tanto che aveva cercato di apportare il proprio contributo con una legge sul teatro che però non fu mai approvata, e riteneva necessario un ruolo degli intellettuali nell’attività politica del Paese: «Gli intellettuali devono capire che l’isolamento testardo, il disimpegno sistematico per non “sporcarsi le mani” insteriliscono la loro presenza nella società. E gli uomini politici debbono rendersi conto che il contributo degli uomini di cultura e degli artisti, soprattutto in un paese di alte tradizioni come il nostro, è una linfa preziosa per il progresso civile.» (Io, Strehler. Una vita per il teatro, conversazioni con Ugo Ronfani). Dichiarazioni che suonano incredibilmente attuali, come molte altre raccolte nelle diverse pubblicazioni edite prima e dopo la morte del Maestro, come viene ancora oggi chiamato e come lui stesso si chiamava poiché riteneva la propria attività un “mestiere”, attribuendo al teatro la sua tipica natura di bottega artigiana.

Quando Giorgio Strehler morì io avevo 13 anni e di lui sapevo solo che era un importante regista di cui sentivo spesso parlare in televisione; per me era quel signore sempre vestito di nero e dalla folta chioma bianca, apparentemente molto severo e ombroso. Mi ricordo lo stupore che colse me e i miei familiari nel momento in cui, riuniti intorno alla tavola per il pranzo di Natale, apprendemmo la notizia e non dimenticherò mai nemmeno la strana emozione di ritrovarmi il giorno seguente a rendergli omaggio, nel suo Piccolo Teatro, del quale varcavo per la prima volta la soglia, dove fu allestita la camera ardente. Non osai avvicinarmi, restai fra le poltrone della platea, da cui Milva era uscita poco prima che noi arrivassimo. Andandomene, se non ricordo male, apposi la mia firma sul quaderno posto all’ingresso del teatro, intravedendo fra le altre la firma di Ottavia Piccolo.

La nuova sede della Città del Teatro ideata da Strehler sarebbe poi stata inaugurata il 26 gennaio 1998 con Così fan tutte e intitolata al regista appena scomparso. Lì avrei visto i miei primi spettacoli del Piccolo, mentre al Grassi e allo Studio sarei andata solo in tempi più recenti, durante gli anni dell’università, quando, oltre a conoscere più approfonditamente la storia di questa importante istituzione, scoprii con enorme stupore che Giorgio Strehler debuttò come giovanissimo regista nella mia città, a Novara.
Sulla scia di quella scoperta risalente ad alcuni anni fa e dell’entusiasmo derivatomi da essa, ora, dopo ricerche durate parecchio tempo, sul regista triestino sto scrivendo un libro, Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro, che uscirà nel 2013 per i tipi della casa editrice milanese Lampi di Stampa con un contributo di Stella Casiraghi, grande conoscitrice del Maestro e curatrice di diverse pubblicazioni ad esso dedicati. Questo volume, oltre ad offrire una panoramica sulla cultura e sullo spettacolo dei primi anni Quaranta, si concentrerà prevalentemente sugli spettacoli novaresi diretti dal regista nel 1943 nell’ambito del teatro dei G.U.F., dando spazio anche ai suoi scritti dell’epoca comparsi su diverse riviste e quotidiani nonché alla sua attività di attore e regista fino ad arrivare alla fondazione del Piccolo nel 1947. Ponendo quindi l’attenzione su un periodo significativo per la storia personale e professionale di Strehler, intendo valorizzare eventi di cui la città di Novara dovrebbe essere orgogliosa e che spero di aiutare a conoscere più approfonditamente.
Sarà il mio omaggio a “quel signore sempre vestito di nero e dalla folta chioma bianca”.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

[Articolo già pubblicato il 12/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/12/fai-bei-sogni/]

«Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.»
Questa è forse la frase più significativa dell’ultimo romanzo del giornalista e scrittore Massimo Gramellini, Fai bei sogni, pubblicato da Longanesi lo scorso marzo e subito diventato un best-seller, tradotto già in diverse lingue. Opera autobiografica molto toccante, ripercorre le tappe principali del percorso compiuto dall’autore alla scoperta di una dura verità, quella riguardante la morte della madre, avvenuta quando lui aveva solo 9 anni. Una verità necessaria, inconsciamente sempre ricercata e sospettata, ma mai veramente accettata fino a che, quarant’anni dopo, qualcuno gli consegna una busta in cui quella verità è rimasta sempre nascosta. La scoperta diventa un’occasione per guardarsi indietro, per riesaminare la propria vita e analizzare, anche con autoironia, se stesso e le scelte fatte. Un esame di coscienza che, pur partendo da esperienze personali, riesce in diversi punti a trasformarsi in un’indagine interiore e in un bilancio della propria vita in cui molti lettori potrebbero riconoscersi.
Le origini giornalistiche di Gramellini, che ha cominciato la propria carriera occupandosi di cronaca sportiva ed oggi è uno dei vicedirettori de La Stampa, sono ben visibili nello stile essenziale, fatto di periodi brevi e diretti, che rende la lettura agile e piacevole. Ciò però non gli impedisce di esprimere concetti molto importanti e profondi attraverso metafore ed immagini originali e semplici al tempo stesso, che affascinano i lettori regalando piccole, preziose regole di vita.
Un romanzo insomma da leggere tutto d’un fiato, denso di emozioni e riflessioni, «dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se stessi.»

Fai bei sogni
di Massimo Gramellini
Longanesi
Milano, 2012
Pp. 216
€ 14,90

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 02/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/02/bella-addormentata-di-marco-bellocchio/]

Applauditissimo da pubblico e critica all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove è ingiustamente rimasto senza nessun riconoscimento da parte della giuria (se si esclude il Premio Marcello Mastroianni all’attore emergente Fabrizio Falco), Bella addormentata di Marco Bellocchio si candida a diventare uno dei film più importanti nella lunga carriera del regista emiliano, che ancora una volta si distingue per sensibilità e profondità.
Ambientando le storie di vari personaggi di invenzione (interpretati da un ottimo cast su cui primeggiano Toni Servillo e Roberto Herlitzka) nei giorni che, nel febbraio 2009, videro l’Italia divisa in due a proposito della sorte di Eluana Englaro, Bellocchio pone all’attenzione degli spettatori molti interrogativi su temi gravi e delicati come l’eutanasia, l’accanimento terapeutico, la fede (religiosa e politica), l’etica e, più in generale, la vita e la morte senza mai suggerire delle risposte. Questa mancanza di una tesi ben definita offre al pubblico la possibilità di riflettere su questioni tanto importanti in modo completamente libero da qualsiasi preconcetto e ciò è secondo noi un notevole punto di forza della pellicola, pervasa dal primo all’ultimo fotogramma dall’atmosfera di incertezza in cui gravitano tutti i personaggi, anche quelli che inizialmente sembrano molto sicuri delle proprie idee.
La vicenda Englaro è uno sfondo costantemente presente, attraverso soprattutto l’utilizzo di filmati di repertorio di telegiornali e trasmissioni televisive, che all’epoca dei fatti monitoravano non solo la clinica La Quiete di Udine, dove la donna fu trasportata perché si eseguisse la sentenza che dava il via libera alla sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata, ma anche il Parlamento, in fermento per votare a tempo di record il disegno di legge che impedisse la sospensione delle cure per i pazienti in stato vegetativo. Attorno a questa storia, quelle di un senatore del PDL (Toni Servillo) che, avendo in passato aiutato a morire la moglie gravemente malata, non se la sente di seguire il partito e votare la legge, e della figlia (Alba Rohrwacher) che invece va fino ad Udine per manifestare contro la decisione di lasciar morire Eluana; di un ragazzo (Michele Riondino) che, insieme al fratello (Fabrizio Falco), si trova nella città friulana sul fronte opposto della ragazza ma nonostante ciò se ne innamora; di un medico (Piergiorgio Bellocchio) che salva ripetutamente la vita ad una tossicodipendente (Maya Sansa); di una madre (Isabelle Huppert) che ha abbandonato la sfolgorante carriera di attrice per stare vicina alla giovane figlia da tempo tenuta in vita solo dalle macchine e non si cura più di nessun altro, nemmeno del figlio (Brando Placido) che tanto la adora e che si sente ovviamente trascurato da questa cieca devozione della mamma per la sorella.
“Bella addormentata” non è quindi una sola, ma sono tante, non da ultimo l’Italia stessa – come ha dichiarato Bellocchio –, assopita ormai da tempo in un preoccupante stato di dormiveglia. Però, nonostante le accuse mosse da qualcuno contro la troppa “italianità” del film, il pregio di questa pellicola è sicuramente quello di partire da una storia vera accaduta nel nostro Paese per riflettere su argomenti più ampi e universali, che possono interessare qualunque essere umano. E se è vero che “nemo propheta in patria”, auguriamo a Bella addormentata di trovare fuori dai confini nazionali i riconoscimenti che merita.

Clarissa Egle Mambrini