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Domenica per me è stata una giornata che difficilmente dimenticherò. Con mia enorme sorpresa, infatti, senza che minimamente me lo aspettassi, sul «Corriere della Sera», nella prima pagina culturale dell’inserto milanese, è stato pubblicato un bellissimo e corposo articolo firmato niente meno che da Maurizio Porro sul mio libro Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano. Più di mezza pagina dedicata al frutto di tanto lavoro…

Onoratissima e felicissima che questo saggio abbia attirato l’attenzione di un esperto così autorevole, non posso non condividerlo con voi.

Copertina dell'inserto milanese del "Corriere della Sera" del 16 novembre 2014: fra gli articoli più importanti, viene segnalato quello su "Il giovane Strehler"

Copertina dell’inserto milanese del “Corriere della Sera” del 16 novembre 2014: fra gli articoli più importanti, viene segnalato quello su “Il giovane Strehler”

"Corriere della Sera" - 16.11.2014 - Articolo di Maurizio Porro

“Corriere della Sera” – 16.11.2014 – Articolo di Maurizio Porro

 

Se volete, potete leggerlo anche nella versione on line.

 

E mi raccomando: vi aspetto venerdì, 21 novembre alle ore 18.30 alla Libreria dello Spettacolo a Milano e venerdì, 28 novembre alle ore 18.00 alla Libreria Le mille e una pagina a Mortara (PV).

 

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NOVARA – Domenica 21 febbraio 1993, con un concerto diretto dal Maestro Riccardo Muti e alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, novarese, si inaugurò il Teatro Coccia restaurato, chiuso per lavori dal 1986.
Per me, che avevo 9 anni e non ero mai stata in un teatro (eccezion fatta per il Faraggiana, di cui però avevo usufruito come cinema), e per un centinaio di bambini miei coetanei quella riapertura si trasformò in un’occasione di scoperta e di gioco. A scuola infatti leggemmo un libro per l’infanzia scritto appositamente per celebrare l’evento, Fantasmi al teatro Coccia di Anna Lavatelli, che, attraverso l’avventura della bimba Andrea Di Lillo, coinvolta dai fantasmi del conte Marco Caccia e del marchese Luigi Tornielli nella preparazione di un’opera composta da Carlo Coccia, diretta da Guido Cantelli e cantata da Toti Dal Monte e Ferruccio Tagliavini, ci diede modo di imparare alcuni passaggi e personaggi fondamentali nella storia del teatro novarese.fantasmi al teatro coccia
Poi, esperienza ancora più emozionante, fummo coinvolti nelle riprese di un film di Vanni Vallino tratto proprio dal libro e presentato al pubblico nel gennaio 1994, in occasione di San Gaudenzio, patrono della città. I “provini” si effettuarono a nostra insaputa, nel senso che le maestre un giorno ci fecero scrivere un tema su noi stessi (in cui io tra l’altro avevo inventato alcune cose di sana pianta, descrivendo il mio atteggiamento con i compagni di classe non per quello che era in realtà ma per quello che avrei voluto… E per fortuna qualche anno dopo sarei diventata così come avevo scritto in quel tema! Ma allora no, proprio no: ero ancora molto, molto introversa…) senza ovviamente dirci che non si trattava di una normale esercitazione, bensì che sarebbe servito al regista per inquadrare il nostro carattere e scegliere la potenziale protagonista. Così un giorno ci ritrovammo in classe Vanni Vallino che, temi alla mano, fece una chiacchierata per approfondire ulteriormente il discorso. Dopo di che la giovanissima protagonista fu scelta: doveva essere mascolina, spigliata e avere possibilmente i capelli corti: chi meglio della nostra compagna di classe Francesca? E poi, un giorno, iniziarono le riprese… e così scoprii che nel cinema esiste quell’operazione chiamata montaggio e che non è necessario girare le scene nell’ordine in cui si svolgono… e tante altre cose!
Nel giugno del 1993 inoltre mi esibii proprio in teatro per il mio primo saggio di danza. Ricordo le numerose prove, ricordo l’emozione della prima uscita sul palco e soprattutto della rassicurante sensazione di non vedere il pubblico poiché era totalmente al buio… Ricordo la maestra di danza, Vittoria Minucci, che una volta chiuso il sipario ci disse: «Non siete state brave… Siete state bravissime!» e regalò ad ognuna di noi un cerchietto e un elastico per capelli…
Stranamente non ricordo quale fu il primo spettacolo che vidi a teatro… Mi sembra si trattasse di un balletto. Ricordo però benissimo di aver insistentemente chiesto al papà di comprare i biglietti per un palchetto: mi affascinava troppo l’idea di stare lì!
Ora sono passati 20 anni da quell’esperienza, che su di me ha inciso profondamente. Il libro della Lavatelli e il film di Vallino non sono più in commercio da un pezzo… Sfogliare quelle pagine ma soprattutto rivedere il film mette tanta nostalgia. Però è anche un bel viaggio nelle emozioni…

Fantasmi al teatro Coccia
di Anna Lavatelli
Interlinea Edizioni
1993, Novara, pp. 35

Fantasmi al teatro Coccia
un film di Vanni Vallino
Sceneggiatura Anna Lavatelli, Vanni Vallino
Con Giuseppe Percivaldi, Abele Lino Antonione, Valeria Bosco, Rossana Carretto, Enrico Tacchini, Vanna Zorzi, Davide Tricotti, Luisa Bagna, Gabrio Mambrini, Cristina Baraggioni, Rossella Introini
e con Francesca Ruggerone e i 100 bambini delle classi del secondo ciclo delle scuole elementari Bottacchi, Levi, Tommaseo
Aiuto regia Nicoletta Pavesi, Claudio Pavesi, Massimo Marcotti, Paolo D’Onofrio
Musiche originali composte, arrangiate ed eseguite da Dario Artuso
Tema musicale originale composto da Marco Dondi
Organizzazione e direzione orchestra al teatro Coccia Luca Quinti

Per un po’ di storia sul Teatro Coccia, date un’occhiata a wikipedia oppure alla pagina dell’Azienda Turistica Locale.

Clarissa Egle Mambrini
(L’illustrazione della copertina del libro è di Antonio Ferrara)

A novembre, per i tipi della Skira, è uscito un nuovo libro su Giorgio Strehler, Il metodo Strehler. Diari di prova della Tempesta scritti da Ettore Gaipa. Il volume ripercorre le fasi dell’allestimento de La tempesta di Shakespeare diretta dal grande regista e prodotta dal Piccolo riproponendo i diari tenuti da Ettore Gaipa dal 6 marzo fino al 28 giugno 1978, giorno del debutto al Teatro Lirico di Milano.
Gaipa (1920-1993) fu prezioso e appassionato collaboratore del Piccolo, cui ritornò a fasi alterne, dapprima come interprete poi come studioso e drammaturgo: per esempio fu il Nostromo della prima edizione de La tempesta, rappresentata nei Giardini di Boboli a Firenze nel 1948, tradusse L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht per la produzione dello stabile milanese del 1956 e scrisse la prima biografia su Strehler nel 1959.
La curatrice del volume, Stella Casiraghi, che si occupa da oltre vent’anni di promozione e organizzazione culturale e ha già al suo attivo diverse pubblicazioni dedicate a Strehler (Lettere sul teatro, Due volte sola. Sceneggiature per cinema e televisione, Memorie. Copione teatrale di Carlo Goldoni, Nessuno è incolpevole. Scritti civili e politici, Non chiamatemi Maestro), ha voluto fortemente questo libro non solo per l’interesse dato dal poter seguire, giorno dopo giorno, l’evoluzione di uno spettacolo, ma anche per lo stretto legame fra arte e società che emerge dalla lettura dei diari di Gaipa. Un legame del resto sempre presente nelle scelte compiute da Strehler, il quale anche in questo caso agì con acuta sensibilità, concentrandosi su un’opera molto vicina all’atmosfera e agli avvenimenti di quegli anni bui per la storia italiana.
Ciò è emerso anche durante la presentazione de Il metodo Strehler, condotta lo scorso 17 novembre in una sala del Teatro Franco Parenti di Milano dalla stessa Casiraghi con interventi di Giulia Lazzarini, Franco Sangermano, Cecilia Chailly e Renato Sarti. L’incontro, uno dei tantissimi organizzati all’interno della manifestazione Bookcity Milano, che per tre giorni (16, 17 e 18 novembre) ha trasformato la città nella capitale della cultura libraria, è stato introdotto dalla direttrice del Parenti Andrée Ruth Shammah, la quale ha sottolineato l’importanza data da Bookcity al teatro dedicandogli diversi appuntamenti e ha ricordato l’assoluto rilievo, per la cultura milanese, italiana e mondiale, della figura di Strehler: «Per chi ama il teatro e cresce a Milano è impossibile non sentire la sua presenza».
il metodo strehler - copertina

Il regista, infatti, nonostante sia scomparso già da quindici anni (cfr. il mio articolo Quindici anni fa moriva Giorgio Strehler) è stato un personaggio altamente significativo per la cultura teatrale mondiale e ha lasciato molto di sé nella sua città d’adozione. Quell’edizione de La tempesta si colloca indubbiamente fra i suoi spettacoli più memorabili e, come testimoniato anche da Franco Sangermano – interprete nello spettacolo nel ruolo di Francesco –, assai forte era il legame fra l’opera shakespeariana e la società italiana dell’epoca. La situazione politica allora era di estrema urgenza e il caso Moro fece da sfondo continuo alle prove dello spettacolo, tanto che talvolta venivano interrotte per permettere alla compagnia di raccogliersi in riunioni e parlare proprio di ciò che stava accadendo. Il 16 marzo – giorno del rapimento di Aldo Moro – la prova fu addirittura sospesa, così come il 9 maggio – giorno del suo assassinio: «È l’ultimo atto della tragedia di Aldo Moro. […] Siamo rimasti a lungo in platea a discutere, ad accapigliarci, a cercar di chiarire idee. Ma, stranamente, i temi che ci appassionavano, finivano sempre per riaddurci al nostro lavoro, alle nostre responsabilità, alla “tempesta” di tutti noi, alla “tempesta” in tutti noi», si legge sui diari di Gaipa. Ancora una volta emerge, quindi, la necessità della cultura e del recupero dei classici per capire la realtà che ci circonda, una necessità tanto più urgente nei periodi di crisi, motivo per cui un libro come questo può rivelarsi molto utile in un momento storico come il nostro.
Oltre alle profonde riflessioni suscitate dalla rievocazione di quei gravi fatti, nel corso della presentazione del libro si è però anche riso molto grazie ai diversi aneddoti raccontati da una frizzante Giulia Lazzarini, straordinaria interprete del Piccolo che ne La tempesta ebbe il duplice ruolo dello spirito Ariel e dell’Arpia. La Lazzarini, che ad ottobre è stata protagonista al Teatro Grassi proprio con uno spettacolo che prendeva spunto da quello storico allestimento, Remake. Un racconto di “Tempesta”, ha ricordato con passione e nostalgia quella «fantastica esperienza», rivelando il proprio stupore nel rivedersi e nel pensare alla grandissima tenacia con cui riuscì a creare il volo di Ariel secondo le precisissime indicazioni di Strehler. Merito anche – ha sottolineato l’attrice – della bravura di coloro che gestivano le sue peripezie aeree, tra i quali Marise Flach, Aurelio Caracci e il compagno Carlo Battistoni, seriamente preoccupato per la sua incolumità. Affrontare quel ruolo richiese infatti una buona dose di audacia, poiché era molto pericoloso, ma l’esigentissimo Strehler parve accorgersi di ciò solo quando la Flach, per provargli che un determinato movimento da lui richiesto alla Lazzarini fosse troppo rischioso, cadde e si fece male, tanto da arrivare alla prima con le stampelle.
«Io all’epoca mi accorsi pochissimo dello spettacolo nel suo insieme perché ero presissima dai miei personaggi impegnativi e dal cambio di ruolo e di costumi in tutta fretta, al buio, dietro le quinte, mentre la rappresentazione proseguiva… Fu peggio dei bombardamenti!», ha continuato l’attrice. E poi: «Per gli attori quelle prove furono un periodo di vera clausura. Le prove di Strehler erano del resto già degli spettacoli in sé. Sino all’ultima notte prove su prove, senza orari. Ricordo Tino Carraro [altro indimenticabile interprete del Piccolo, qui nei panni di Prospero, n.d.a.] che, in piedi da sette ore, con Strehler che continuava ad avanzare richieste, disse: “Ma perché non mi viene un infarto?”. Fu un’esperienza estenuante!».
Nonostante i sacrifici, però, quell’esperienza fu significativa per chi la visse, come testimoniato anche da Renato Sarti – che era uno dei mimi e uno dei marinai –, troppo giovane allora per capire veramente quanto sarebbe stata importante, e da Cecilia Chailly, famosa arpista sorella del direttore d’orchestra Riccardo Chailly, all’epoca studentessa diciottenne del conservatorio, scelta perché una delle più disponibili ad affrontare un repertorio contemporaneo. «Io avevo già vissuto il teatro da dietro le quinte, ma alla Scala. La prosa invece fu per me una novità.», ha affermato la musicista, confessando di aver provato inizialmente terrore vedendo Strehler provare.
Lo stesso Strehler che poi, il giorno precedente al debutto, sarebbe stato insoddisfatto e scontento, come al suo solito, lavorando fino all’ultimo per cambiare e sistemare, ripetendo: «Lo spettacolo mi è sfuggito di mano!». Un’inquietudine che si rifletteva del resto anche nel rapporto con i collaboratori: «27 giugno. […] Ci ha amato e odiato tutti per cinque mesi, voleva stringerci tutti al cuore e, un istante dopo, ci avrebbe inceneriti. Mille volte ha urlato al tradimento, mille volte ha teso le braccia ad abbracciare. […] Vedo Giorgio che si allontana dalla sala con schive parole di ringraziamento e immagino quali saranno i suoi tormenti, domani sera, chiuso nella sua stanza o in giro intorno al teatro, lui che non assiste mai a una sua prima. Poi qualcuno verrà a prenderlo perché si unisca alla gente nella liberazione dell’applauso e dei ringraziamenti. Facile intuire che non sarà soddisfatto, come mai lo è. […]». E l’ultima sera, dopo lo spettacolo: «28 giugno. […] Giorgio lo si è visto per pochi minuti sulla pedana, con i suoi attori, con Damiani [scenografo, n.d.a.] e Carpi [musicista, n.d.a.], poi è fuggito senza lasciare traccia. C’è da giurare che non lo si vedrà neppure nei prossimi giorni. Una consuetudine che dura da decenni. Di questa Tempesta, con lui, se ne parlerà come di un ricordo fra pochi giorni, o in autunno, alla ripresa dell’attività. Sappiamo ormai da sempre di dover rispettare il suo desiderio di solitudine e quando ci ritroveremo con lui questa avventura sarà soltanto un altro episodio della sua e della nostra “vita nel teatro”».

 

Il metodo Strehler. Diari di prova della Tempesta scritti da Ettore Gaipa
A cura di Stella Casiraghi
Skira, Milano, 2012
pp. 168, cm. 15×21
€ 24,00

 

Clarissa Egle Mambrini

 

Nella notte di Natale del 1997, Giorgio Strehler – ritenuto il Regista per antonomasia – ci lasciava improvvisamente, a 76 anni, nei giorni in cui erano in corso le prove di Così fan tutte del suo amato Mozart, opera che avrebbe inaugurato la nuova sede del Piccolo Teatro. A poche settimane di distanza dal conferimento del Nobel per la letteratura ad un altro importante uomo di teatro italiano, Dario Fo, Strehler se ne andava con un colpo di scena stupendo tutti, impegnato fino all’ultimo in ciò cui aveva dedicato la propria vita, il Teatro, fatto di cultura, di passione, di costanza. Una morte, insomma, quasi scontata per un artista, eppure, come lui stesso aveva dichiarato meno di un anno prima a Maria Grazia Gregori nel libro Il Piccolo Teatro di Milano. Cinquant’anni di cultura e spettacolo, non avrebbe voluto lavorare fino alla fine: «Adesso per quel poco di tempo che ci sarà voglio concentrarmi sull’ineluttabile destino degli essere umani. Non ho intenzione di continuare a fare questo mestiere pensando di essere immortale. Voglio dare una fine a quest’esperienza che è stata tutta la mia vita, per poi fermarmi nella contemplazione della morte. Ma voglio anche mettere a frutto quel bagaglio di esperienze umane e artistiche che ho potuto fare, per lasciare qualcosa a qualcuno… Forse potrei scrivere delle riflessioni sul teatro.»Giorgio Strehler
Il tempo, però, di abbandonare le scene e dedicarsi all’eventuale stesura di riflessioni teatrali non ci fu, ad altri è toccato negli anni portare avanti la sua immensa eredità artistica e culturale, recuperando talvolta lettere e scritti personali e inediti riguardanti la sua lunga carriera, cominciata come attore nella stagione 1940/41 e poi proseguita quasi esclusivamente come regista (di prosa e di lirica), soprattutto a partire dalla fondazione del Piccolo Teatro di Milano, inaugurato insieme all’inseparabile amico Paolo Grassi e a Nina Vinchi il 14 maggio 1947 con l’allestimento de L’albergo dei poveri di Maksim Gorkij. L’aver dato vita al primo stabile pubblico in Italia fu sicuramente un grande traguardo in un Paese arretrato culturalmente rispetto al resto d’Europa nonché ancora pieno della miseria portata dalla guerra, ma fu innanzitutto l’importante inizio, per il teatro della penisola, di un nuovo corso, di cui Strehler fu indiscusso protagonista, creando spettacoli che hanno fatto la Storia di questa arte. Il più famoso rimane indubbiamente Arlecchino servitore di due padroni, rappresentato per la prima volta il 24 luglio 1947 e tutt’oggi portato in scena dovunque, confermandosi come lo spettacolo teatrale italiano più conosciuto al mondo. Oltre a Goldoni, altri drammaturghi rimasero al centro dell’indagine strehleriana, concentrata fin dall’inizio sull’uomo: Pirandello, Shakespeare, Brecht, Bertolazzi, Cechov, solo per citare i più ricorrenti. Affermava il regista nel colloquio con la Gregori: «Io ho creduto in un teatro come glorificazione dell’infinita complessità, della libertà e del mistero dell’uomo. Del suo destino che ho sempre pensato meraviglioso anche se tanto lontano da poterne scorgere, a malapena, un tenue bagliore. Ma è quel bagliore che ha accompagnato tutta la mia vita, dandole il senso più vero. C’è una forma di severità nel mio modo di fare teatro con furore, un furore ardente. […] Se guardo alla mia vita, se penso all’avvenire credo che l’uomo possa percorrere due vie: o l’autodistruzione o il dovere di testimoniare la continuità degli esseri viventi. Perché quello che conta è sempre la vita. Sopra tutto e tutti».
La grandezza di Strehler stava non solo nel genio artistico in grado sviscerare un testo senza mai tradire l’autore e di lavorare tenacemente e appassionatamente concentrandosi su ogni minimo dettaglio – dalla recitazione degli attori, con cui collaborava senza imporre una propria visione, alle scene, ai costumi e alle luci –, bensì anche nella costante attenzione al contesto sociale da cui nasceva l’esigenza di rappresentare un certo spettacolo piuttosto che un altro. Per lui, il teatro era un connubio di arte e politica, tanto che aveva cercato di apportare il proprio contributo con una legge sul teatro che però non fu mai approvata, e riteneva necessario un ruolo degli intellettuali nell’attività politica del Paese: «Gli intellettuali devono capire che l’isolamento testardo, il disimpegno sistematico per non “sporcarsi le mani” insteriliscono la loro presenza nella società. E gli uomini politici debbono rendersi conto che il contributo degli uomini di cultura e degli artisti, soprattutto in un paese di alte tradizioni come il nostro, è una linfa preziosa per il progresso civile.» (Io, Strehler. Una vita per il teatro, conversazioni con Ugo Ronfani). Dichiarazioni che suonano incredibilmente attuali, come molte altre raccolte nelle diverse pubblicazioni edite prima e dopo la morte del Maestro, come viene ancora oggi chiamato e come lui stesso si chiamava poiché riteneva la propria attività un “mestiere”, attribuendo al teatro la sua tipica natura di bottega artigiana.

Quando Giorgio Strehler morì io avevo 13 anni e di lui sapevo solo che era un importante regista di cui sentivo spesso parlare in televisione; per me era quel signore sempre vestito di nero e dalla folta chioma bianca, apparentemente molto severo e ombroso. Mi ricordo lo stupore che colse me e i miei familiari nel momento in cui, riuniti intorno alla tavola per il pranzo di Natale, apprendemmo la notizia e non dimenticherò mai nemmeno la strana emozione di ritrovarmi il giorno seguente a rendergli omaggio, nel suo Piccolo Teatro, del quale varcavo per la prima volta la soglia, dove fu allestita la camera ardente. Non osai avvicinarmi, restai fra le poltrone della platea, da cui Milva era uscita poco prima che noi arrivassimo. Andandomene, se non ricordo male, apposi la mia firma sul quaderno posto all’ingresso del teatro, intravedendo fra le altre la firma di Ottavia Piccolo.

La nuova sede della Città del Teatro ideata da Strehler sarebbe poi stata inaugurata il 26 gennaio 1998 con Così fan tutte e intitolata al regista appena scomparso. Lì avrei visto i miei primi spettacoli del Piccolo, mentre al Grassi e allo Studio sarei andata solo in tempi più recenti, durante gli anni dell’università, quando, oltre a conoscere più approfonditamente la storia di questa importante istituzione, scoprii con enorme stupore che Giorgio Strehler debuttò come giovanissimo regista nella mia città, a Novara.
Sulla scia di quella scoperta risalente ad alcuni anni fa e dell’entusiasmo derivatomi da essa, ora, dopo ricerche durate parecchio tempo, sul regista triestino sto scrivendo un libro, Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro, che uscirà nel 2013 per i tipi della casa editrice milanese Lampi di Stampa con un contributo di Stella Casiraghi, grande conoscitrice del Maestro e curatrice di diverse pubblicazioni ad esso dedicati. Questo volume, oltre ad offrire una panoramica sulla cultura e sullo spettacolo dei primi anni Quaranta, si concentrerà prevalentemente sugli spettacoli novaresi diretti dal regista nel 1943 nell’ambito del teatro dei G.U.F., dando spazio anche ai suoi scritti dell’epoca comparsi su diverse riviste e quotidiani nonché alla sua attività di attore e regista fino ad arrivare alla fondazione del Piccolo nel 1947. Ponendo quindi l’attenzione su un periodo significativo per la storia personale e professionale di Strehler, intendo valorizzare eventi di cui la città di Novara dovrebbe essere orgogliosa e che spero di aiutare a conoscere più approfonditamente.
Sarà il mio omaggio a “quel signore sempre vestito di nero e dalla folta chioma bianca”.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

[Articolo già pubblicato il 12/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/12/fai-bei-sogni/]

«Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.»
Questa è forse la frase più significativa dell’ultimo romanzo del giornalista e scrittore Massimo Gramellini, Fai bei sogni, pubblicato da Longanesi lo scorso marzo e subito diventato un best-seller, tradotto già in diverse lingue. Opera autobiografica molto toccante, ripercorre le tappe principali del percorso compiuto dall’autore alla scoperta di una dura verità, quella riguardante la morte della madre, avvenuta quando lui aveva solo 9 anni. Una verità necessaria, inconsciamente sempre ricercata e sospettata, ma mai veramente accettata fino a che, quarant’anni dopo, qualcuno gli consegna una busta in cui quella verità è rimasta sempre nascosta. La scoperta diventa un’occasione per guardarsi indietro, per riesaminare la propria vita e analizzare, anche con autoironia, se stesso e le scelte fatte. Un esame di coscienza che, pur partendo da esperienze personali, riesce in diversi punti a trasformarsi in un’indagine interiore e in un bilancio della propria vita in cui molti lettori potrebbero riconoscersi.
Le origini giornalistiche di Gramellini, che ha cominciato la propria carriera occupandosi di cronaca sportiva ed oggi è uno dei vicedirettori de La Stampa, sono ben visibili nello stile essenziale, fatto di periodi brevi e diretti, che rende la lettura agile e piacevole. Ciò però non gli impedisce di esprimere concetti molto importanti e profondi attraverso metafore ed immagini originali e semplici al tempo stesso, che affascinano i lettori regalando piccole, preziose regole di vita.
Un romanzo insomma da leggere tutto d’un fiato, denso di emozioni e riflessioni, «dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se stessi.»

Fai bei sogni
di Massimo Gramellini
Longanesi
Milano, 2012
Pp. 216
€ 14,90

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 17/09/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/09/17/leducazione-delle-fanciulle-dialogo-fra-due-signorine-per-bene/]

valeri_littizzetto01gDa una parte una signora del teatro e dello spettacolo italiano, testimone arguta, ironica ed elegante della nostra società fin dagli anni Cinquanta, che ha creato indimenticabili personaggi come “la Signorina Snob” o “la Sora Cecioni” e che tutt’ora scrive e recita, sempre al passo con i tempi nonostante i suoi 92 anni, dall’altra un moderno giullare in gonnella, un folletto pungente e sguaiato, che ha fatto della parolaccia un proprio segno distintivo (purtroppo scadendo talvolta nel turpiloquio) con cui sbeffeggia senza alcuna vergogna qualunque personaggio famoso oppure grida la rabbia – sua e spesso della gente comune – nei confronti delle tante cose che non funzionano nella società: dalla politica alla quotidiana burocrazia ai giovani che vengono fatti crescere troppo in fretta e senza un minimo di educazione.
Stiamo parlando ovviamente di Franca Valeri e Luciana Littizzetto, donne apparentemente molto diverse ma unite dallo sguardo comico con cui osservano tutto ciò che le circonda. Insieme hanno infatti scritto un libro molto gradevole, L’educazione delle fanciulle. Dialogo fra due signorine perbene, pubblicato lo scorso novembre dalla Einaudi, in cui chiacchierano sull’essere donna, sulle differenze fra l’educazione e i sogni delle ragazze di un tempo e quelle di oggi, attraverso ricordi, riflessioni e il racconto di esperienze personali che offrono al lettore simpatici aneddoti sulla vita delle due autrici. Tanti gli argomenti trattati: l’amore, il primo appuntamento, l’educazione sessuale, l’istruzione, la maternità, la casa, l’abbigliamento, la coppia, il lavoro, la chirurgia estetica, gli uomini ed altri ancora. La scrittura della Valeri e della Littizzetto rispecchia perfettamente il loro stile e il loro carattere: elegante e talvolta ermetica quella della prima, quotidiana e simile al parlato quella della seconda. Il libro, lungo un centinaio di pagine, scivola via scorrevolmente e piacevolmente, regalando sorrisi e spunti di riflessione a lettrici e lettori.

L’educazione delle fanciulle. Dialogo fra due signorine perbene
di Luciana Littizzetto e Franca Valeri
a cura di Samanta Chiodini
Einaudi, 2011
pp. 112
€ 10,00

Clarissa Egle Mambrini