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Ieri in prima serata e oggi pomeriggio dopo pranzo su Rai 5 è stato trasmesso uno spettacolo teatrale decisamente insolito, Big Bang di e con Lucilla Giagnoni, attrice d’origine fiorentina ma ormai da anni novarese d’adozione, formatasi alla Bottega di Vittorio Gassman nel capoluogo toscano. Spettacolo non è forse nemmeno il termine adatto a definirlo; di certo sarà rimasto spiazzato chi si aspettava una serata di teatro tradizionale. La Giagnoni, voce narrante e recitante, partendo dalla propria esperienza di donna e di madre si pone l’eterna domanda sul mistero dell’universo e del suo inizio. Per rispondere a questo interrogativo, riflette su tre concetti fondamentali dell’esistenza – la luce, il buio e il tempo – accompagnando il pubblico in un viaggio che mette a confronto tre diversi linguaggi: il testo sacro della tradizione biblica, la poesia (la visionarietà metafisica di Dante e la concretezza delle passioni umane in Shakespeare) e la scienza, attraverso la figura di Einstein. La meta finale è una nuova consapevolezza.lucapo (1)
Nonostante la complessità dei temi affrontati – per cui la performance necessita di essere vista più di una volta – Big Bang è comunque costruito in maniera tale da tener desta l’attenzione dello spettatore, offrendo un’ora e mezza di cultura poetica, teatrale, scientifica e religiosa fuse insieme come difficilmente capita e appassionando anche chi, come la sottoscritta, di scienza e teologia non ne sa molto. Registrato fra il Cern di Ginevra, la Sinagoga di Casale Monferrato (AL) e il Teatro Coccia di Novara e diretto da Anachnu Echad, si serve delle musiche originali di Antonio Paolo Pizzimenti e delle luci e scene teatrali di Massimo Violato, elementi che indubbiamente contribuiscono a rendere ancor più suggestivo il monologo.
Se ve lo siete perso, dunque, vi consiglio di rimediare vedendolo on line su Rai Replay, dove sarà disponibile fino a venerdì prossimo.

Lucilla Giagnoni, dopo l’esperienza alla Bottega di Gassman, per quasi vent’anni ha fatto parte della compagnia torinese diretta da Gabriele Vacis Teatro Settimo, partecipando alla maggior parte degli spettacoli, che hanno riscosso successo di pubblico e critica in Italia e all’estero. Nel frattempo ha lavorato anche con altri importanti registi in teatro e al cinema, passando per radio e televisione, dove si è sempre distinta per l’alta qualità dei suoi interventi. Tiene laboratori e seminari in tutta Italia e dal 1997 insegna narrazione alla Scuola di scrittura Holden a Torino. Per informazioni più dettagliate sul suo denso curriculum e per tenere d’occhio la sua attività, visitate il sito: http://www.lucillagiagnoni.it/

Vi ricordo infine che l’attrice sarà in scena al Teatro Coccia di Novara martedì 6 maggio 2014 alle ore 21 con Ecce Homo.

BIG BANG
di e con Lucilla Giagnoni
Regia Anachnu Echad
Musiche originali Antonio Paolo Pizzimenti
Montaggio Mario Travaini
Luci e scene teatrali Massimo Violato
Collaborazione ai testi Maria Rosa Pantè
Organizzazione Don Silvio Barbaglia, Riccardo Dellupi

Clarissa Egle Mambrini

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BRIGHT STAR
Regia, soggetto e sceneggiatura Jane Campion
Con Abbie Cornish (Fanny Brawne), Ben Wishaw (John Keats), Paul Schneider (Charles Brown), Kerry Fox (la signora Brawne), Edie Martin (Margaret ‘Toots’ Brawne), Thomas Sangster (Samuel Brawne)
Fotografia Greig Fraser
Montaggio Alexandre De Franceschi
Musiche Mark Bradshaw
Costumi Janet Patterson
Genere drammatico, biografico
Durata 120 minuti
Produzione BBC Films (Gran Bretagna), Screen Australia (Australia), Pathé (Francia)
Anno 2009

 
 
John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 24 febbraio 1821) è oggi uno dei poeti romantici più famosi al mondo, ma purtroppo nella sua breve vita fu scarsamente apprezzato dai contemporanei. Cominciò a frequentare ambienti artistici e letterari intorno ai 20 anni e a quell’epoca risalgono le sue prime prove poetiche, lodate da pochi e criticate o ignorate dalla maggior parte, come la raccolta Poems e il poema Endymion. Nel 1818, però, il giovane poeta fece un incontro che avrebbe segnato la sua vita e la sua produzione successiva: conobbe infatti Fanny Brawne, graziosa fanciulla appassionata di moda nonché abile e fantasiosa sarta. I due si innamorarono, Fanny diventò musa ispiratrice di Keats, ma a causa delle precarie condizioni economiche di quest’ultimo non poterono ambire ad una felice e regolare unione, finché a troncare definitivamente la loro storia arrivò la tisi, che costrinse il poeta a lasciare l’Inghilterra per la più calda e soleggiata Italia, dove morì e fu sepolto, lontano dall’amata.
È proprio su questi ultimi intensi anni di vita del poeta che si concentra Bright star, ultimo film della regista Jane Campion, presentato al Festival di Cannes nel 2009 e uscito – in sordina – nelle sale italiane nel giugno 2010. La Campion, classe 1954, ha esordito dietro la macchina da presa negli anni ’80 e ha raggiunto la fama mondiale con Lezioni di piano nel 1993, al quale sono seguite altre sporadiche pellicole, in cui ha continuato a concentrarsi sulle figure femminili regalando riusciti ritratti di donne. Sia per la distanza di tempo che intercorre fra un lavoro e l’altro, sia per l’estetica meticolosa con cui gira ogni film, la Campion è spesso accusata di eccessivo manierismo e perciò le sue opere non hanno sempre l’attenzione che si meriterebbero. Non so se qualcuno ha espresso un simile giudizio anche nei confronti di Bright star; so solo che io l’ho trovato di una bellezza emozionante.

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Curato nei minimi particolari (in perfetto stile Campion), trasuda poesia da ogni singolo fotogramma: poesia nei dialoghi, poesia nelle scelte cromatiche, poesia negli abiti, poesia nelle inquadrature, poesia negli sguardi e nei gesti dei personaggi, poesia nei paesaggi. E Amore, con la A maiuscola, di una specie forse ormai rara, fatto di passione e allo stesso tempo di candore. Non è facile parlare di una storia d’amore romantica e tragica senza scadere nella banalità della retorica, senza andare oltre le righe incorrendo nella tentazione di trasformare il puro e profondo sentimento fra due giovani borghesi di inizio ‘800 in un passionale e a tratti torbido amour fou. Ma la regista neozelandese ci è riuscita, rispettando la memoria dei due innamorati, calandosi pienamente nello spirito della poesia di Keats e nella loro epoca, di cui ci fa assaporare rituali quotidiani e mondani, comportamenti, cultura e abbigliamento.

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Perfetti nel ruolo i giovani protagonisti, l’australiana Abbie Cornish, una Fanny Brawne dall’eleganza eccentrica (indossa sempre favolosi abiti cuciti da lei stessa) e dall’intelligenza vivace, estremamente moderna nella sua determinazione e forza di volontà, e l’inglese Ben Wishaw, un John Keats emaciato, fragile e liricamente sensibile alla bellezza e all’amore.
«Una cosa bella è una gioia per sempre», recita l’incipit di Endymion. E questo film, secondo me, risponde appieno a tale definizione.

 
Dopo aver visto il film, sono andata a recuperare il libro di poesie di John Keats che avevo studiato diversi anni fa per uno dei primi esami universitari e mi sono riletta il sonetto che dà il titolo alla pellicola. Lo copio qui di seguito, anche se la traduzione non corrisponde in tutto e per tutto a quella proposta dalla versione italiana del film, in cui, per esempio, l’aggettivo bright è reso con “fulgida” – come nel titolo del presente articolo.

 
Bright star! Would I were steadfast as thou art –
     Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
     Like nature’s patient, sleepless eremite,
The moving waters at their priestlike task
     Of pure ablution round earth’ human shores,
Or gazing on the new softfallen mask
     Of snow upon the mountains and the moors;
No – yet still steadfast, still unchangeable,
     Pillowed upon my fair love’s ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
     Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tendertaken breath,
     And so live ever – or else swoon to death.

 
Oh fossi come te, lucente stella,
costante – non sospeso in solitario
splendore in alto nella notte, e spiando,
con le palpebre schiuse eternamente
come eremita paziente ed insonne
della natura, le mobili acque
nel loro compito sacerdotale
di pura abluzione intorno ai lidi
umani della terra, o rimirando
la maschera di nuova neve che
sofficemente cadde sopra i monti
e sopra le brughiere, no – ma sempre
costante ed immutabile posare
il capo sul bel seno maturante
del mio amore e sentire eternamente
il suo dolce abbassarsi e sollevarsi,
per sempre desto in una dolce ansia,
sempre udire il suo tenero respiro
e vivere così perennemente –
o svenire altrimenti nella morte.

 
(Sonetto di John Keats tratto dal libro J. K., Poesie, traduzione di Mario Roffi, Einaudi, Torino, 1983, 1999, pp. 2425)

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Qui sotto, invece, nel primo video trovate il sonetto Bright star interpretato da Abbie Cornish (Fanny Brawne) al termine della pellicola, un estratto della colonna sonora e alcune fotografie del film, nel secondo il trailer italiano:


 

Clarissa Egle Mambrini

Ieri sera su Rai Tre è andata in onda una puntata speciale del programma Che tempo che fa dal titolo G di Gaber per ricordare il cantautore milanese scomparso il 1° gennaio del 2003. Nel corso della serata molti e diversi gli artisti succedutisi sul palcoscenico per rendere il proprio personale omaggio al signor G, cantando una sua canzone o recitando un suo monologo, mentre il conduttore, Fabio Fazio, in alternanza alle esibizioni degli ospiti leggeva alcuni brani tratti dal libro G. Vi racconto Gaber di Sandro Luporini, presente in studio insieme ai familiari del cantautore.
È stata indubbiamente una rara serata di televisione intelligente e perciò Fazio e lo staff del programma hanno tutta la mia riconoscenza, ma non sarebbe stato più utile, specialmente per chi, come me, di Gaber ha fatto in tempo a vedere e sentire su per giù solo gli ultimi dieci anni di vita, proporre filmati d’epoca in cui era l’artista stesso a cantare e parlare? Di sicuro il materiale non sarebbe mancato e invece di usarne una millesima parte (e solo come “copertina” del programma prima dell’inizio vero e proprio) si sarebbe potuto mostrare più copiosamente. E ciò vale per altri “speciali” fatti “in memoria di”…
Ciononostante, fra le molte canzoni note, il programma mi ha anche riservato delle sorprese, la più gradita delle quali è stata il monologo Secondo me la donna del 1996, ieri interpretato da una Luciana Littizzetto insolitamente composta. Lo propongo qui di seguito, perché lo condivido pienamente. E saperlo scritto da un uomo, me lo fa apprezzare ancora di più!

Clarissa Egle Mambrini

Alcuni passaggi del monologo di Gaber (ma leggeteli dopo aver visto il video, sennò vi rovinate la sorpresa!):

«Secondo me la donna è donna da subito. L’uomo… è uomo a volte prima, a volte dopo, a volte mai!»

«Secondo me una donna innamorata imbellisce. Un uomo… rincoglionisce!»

«Secondo me le donne quando ci scelgono, non amano proprio noi. Forse una proiezione, un sogno, un’immagine che hanno dentro… Ma quando ci lasciano siamo proprio noi quelli che non amano più.»

«“Donna… L’angelo ingannatore.” L’ha detto Baudelaire.
“Donna… Il più bel fiore del giardino.” L’ha detto Goethe.
“Donna… Femmina maliarda.” L’ha detto Shakespeare.
“Donna, sei tutta la mia vita.” L’ha detto un mio amico ginecologo!»

«Secondo me la donna e l’uomo sono destinati a rimanere assolutamente differenti. E contrariamente a molti io credo che sia necessario mantenerle se non addirittura esaltarle queste differenze, perché è proprio da questo incontro/scontro tra un uomo e una donna che si muove l’universo intero. All’universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni. L’universo sa soltanto che senza due corpi differenti e due pensieri differenti non c’è futuro.»