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Sali d'argento - Tina ModottiSali d’argento – Lo straordinario viaggio di Tina Modotti ovvero quasi 500 pagine di pura passione. La passione che ha spinto l’autore, Luca De Antonis, a romanzare la vita di questa donna letteralmente “fuori dall’ordinario” (una vita che comunque già di per sé ha avuto tanti elementi romanzeschi) e la passione con cui la protagonista ha vissuto dal primo all’ultimo giorno.

Non sapevo nulla di lei prima dell’uscita di questo libro (divorato in due settimane!) e ho scoperto un personaggio estremamente affascinante ed unico, una donna libera, indipendente, determinata, curiosa, che è passata da un lavoro all’altro, da un Paese all’altro e da un continente all’altro ricominciando da capo mille volte, in un periodo storico in cui l’emancipazione femminile era ancora un concetto molto distante e in cui essere una donna di questo tipo era indubbiamente più difficile di oggi (non che ai giorni nostri sia una passeggiata, ma questa è un’altra faccenda che merita un discorso a parte).

Operaia in una filanda, attrice, modella e poi a sua volta fotografa – mestiere con cui raggiunse la fama internazionale e a cui infatti si riferisce il titolo del romanzo – e infine militante comunista. Dal natio Friuli si spostò in Austria, Stati Uniti, Messico, Germania, Russia, Francia, Spagna per poi tornare nuovamente in Messico, dove morì a soli 45 anni. Nel suo continuo peregrinare conobbe personaggi altrettanto straordinari, fra i quali Frida Kahlo e Diego Rivera, e visse da protagonista alcuni degli eventi che hanno fatto la storia del XX secolo come per esempio la Guerra Civile Spagnola, dove fu impegnata a soccorrere le vittime del conflitto come membro del Soccorso Rosso Internazionale al fianco delle milizie repubblicane.

«Una vita, quella di Tina Modotti, che è stata analizzata in varie biografie, le quali talvolta si fermano ai limiti della leggenda nella quale sembra essersi avviata, e talora li oltrepassano, per rappresentare una figura estrema ed estremista, la cui dedizione ad una causa politica ne condizionava completamente l’esistenza, trasformandola in una sorta di suora laica oppure all’opposto, in una spia che perseguiva fini occulti. L’autore ha scelto di narrare la sua storia nella dimensione del romanzo, proprio con l’intento di restituirle, su questo terreno, quell’umanità che la storiografia ha spesso alterato o negato. Questa è, innanzitutto, la storia di una donna.», si legge nel risvolto di copertina.

E, come accade nei lavori di Luca De Antonis, la storia del singolo diventa occasione per raccontare anche la Storia in un modo coinvolgente e appassionante, come difficilmente succede fra i banchi di scuola. A tal proposito ho trovato molto interessante le numerose pagine dedicate proprio alla Guerra Civile Spagnola, narrata con dovizia di particolari anche per quanto riguarda le divisioni interne ai comunisti.

Come già nel caso di Miele e Kerosene, opera prima di Luca vincitrice di alcuni premi, pubblicata nel 2009 da Paola Caramella Editrice e dedicata a Joséphine Baker, Sali d’argento dimostra di essere frutto di meticolose ricerche degne di un vero e proprio saggio, di una cultura che non ci costruisce solo sui libri ma deriva dalle esperienze della vita nonché di creatività e di una profonda sensibilità nei confronti dell’animo femminile.

De Antonis, che lavora per la Regione Piemonte come tecnico esperto per la sistemazione territoriale e ambientale, nel 2011 ha inoltre scritto Donne con le ali, romanzo a sfondo storico riguardante le vite avventurose delle principali pioniere dell’aeronautica civile dall’inizio del Novecento agli anni Trenta. Devo ancora leggerlo, ma sicuramente non mi deluderà.

 

Sali d’argento – Lo straordinario viaggio di Tina Modotti
di Luca De Antonis
Rayuela Edizioni, 2014

 

Clarissa Egle Mambrini

servillo viva la libertà

Uscito nelle sale il 14 febbraio, ma passato inosservato rispetto ad altri titoli, Viva la libertà di Roberto Andò è secondo me una delle migliori pellicole viste quest’anno e avrebbe meritato una maggiore diffusione. Premiato all’ultima edizione dei David di Donatello con 2 statuette (Miglior attore non protagonista a Valerio Mastandrea e Migliore sceneggiatura al regista e ad Angelo Pasquini), il film è tratto dal romanzo Il trono vuoto di Andò e racconta di Enrico Olivieri (Toni Servillo), segretario del partito d’opposizione in piena crisi politica ed esistenziale che, dopo l’ennesimo flop, decide di sparire senza lasciare traccia. Non riuscendo più a calmare le acque in attesa del suo ritorno, il fidato assistente Andrea Bottini (Valerio Mastandrea) e la moglie dell’uomo politico (Michela Cescon) decidono allora di sostituirlo con il fratello gemello Giovanni Ernani, professore di filosofia affetto da depressione bipolare appena dimesso da una clinica psichiatrica. Così, mentre Enrico nel suo buen retiro ritrova se stesso anche attraverso l’antico amore per il cinema e assiste incredulo alla sostituzione, a Roma il gemello risolleva le sorti del partito, facendo rinascere negli italiani la fiducia nella politica. Come? Semplicemente dicendo la verità, ammettendo gli errori commessi ed inneggiando alla passione, motore primo di ogni azione. Il tutto facendo un ottimo uso dell’ars oratoria e della cultura, arrivando a richiamare folle oceaniche e a farle esultare recitando una poesia di Bertolt Brecht.
Basta dunque alle vuote chiacchiere cui la politica ci ha purtroppo abituati e al disinteresse per il nostro Paese: il vero cambiamento può arrivare dalla Bellezza e dalla Cultura. Messaggio straordinario di un film sorprendentemente attuale che suscita profonde riflessioni.
Da vedere!

 

 

VIVA LA LIBERTÁ
di Roberto Andò
Con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto
Genere drammatico/comico
Soggetto e sceneggiatura Roberto Andò e Angelo Pasquini dal romanzo di Andò Il trono vuoto
Fotografia Maurizio Calvesi
Montaggio Clelio Benevento
Musiche Marco Betta
Costumi Lina Nervi Taviani
Produzione Bibi Film, Rai Cinema – Italia, 2013
Durata 94 minuti

Clarissa Egle Mambrini

 

MILANO – Torna il Festival Il cinema italiano visto da Milano, ricco di imperdibili appuntamenti.
Segue comunicato stampa. 🙂
C. E. M.

 

Dal 5 al 14 aprile 2013 torna il Festival Il cinema italiano visto da Milano, che festeggia quest’anno la sua undicesima edizione e che per l’occasione coinvolge il Carcere di Milano Bollate.
Dieci giorni di proiezioni di lungometraggi, documentari e cortometraggi, anteprime, incontri con gli autori, attori e critici, tavole rotonde ed eventi speciali.
La manifestazione è organizzata da Fondazione Cineteca Italiana ed è sostenuta da Direzione Generale Cinema – Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano e Paderno Dugnano; si ringrazia anche RaiCinema per la collaborazione al programma.

Oltre alle proiezioni di film di giovani registi e dei migliori lungometraggi della passata stagione cinematografica (la maggior parte dei quali alla presenza dell’autore) si svolgerà il concorso “Rivelazioni” che vedrà in gara cinque lungometraggi non ancora distribuiti in sala di cui ben quattro sono opere prime. I film verranno giudicati da una giuria composta da studenti della Scuola Civica di Cinema e Televisione di Milano (premio del festival) e da una giuria del pubblico (premio del pubblico). L’importante novità di questa edizione 2013 del festival è che i film del concorso “Rivelazioni” saranno proiettati anche all’interno del carcere di Milano-Bollate e saranno sottoposti a una giuria di detenuti che decreterà a sua volta l’opera migliore.

Un altro importante appuntamento del festival, interamente in programma al MIC-Museo Interattivo del Cinema, è la rassegna tematica “Effetti personali. Film documentari e cortometraggi dentro e fuori dal carcere”, curata da Roberto Della Torre e interamente dedicata alla situazione del carcere e all’esperienza della detenzione. La rassegna è caratterizzata dalla presenza di molte opere realizzate all’interno delle case di reclusione, sia milanesi sia di altre città italiane. Fra i titoli in programma segnaliamo le anteprime Il gemello (V. Marra), Ossigeno (P. Cannizzaro), Fratelli e sorelle. Storie di carcere (B. Cupisti), Le Jardin des merveilles (A. Hamzehian) e alcuni rari lunghi e medio metraggi sul tema.
Nell’ambito della rassegna è stata organizzata sabato 6 aprile alle ore 17 una tavola rotonda sul tema delle funzioni terapeutiche e risocializzanti dell’attività artistica e creativa nei luoghi di detenzione a cui interverrà, fra gli altri, Matteo Garrone.

Sul sito ufficiale del Festival trovate tutte le informazioni necessarie:
http://civm.cinetecamilano.it

Da questo link è invece possibile scaricare il programma completo della rassegna EFFETTI PERSONALI:
http://cinestore.cinetecamilano.it/Area%20stampa/Civm2013/calendari/MIC_EFFETTI%20PERSONALI_webOK.pdf

Omaggio ad Alberto Sordi

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Il 25 febbraio di dieci anni fa se ne andava Alberto Sordi. Io quel giorno me lo ricordo. Era un martedì e, dopo la mattinata a scuola, mi trovavo in conservatorio a mangiare un panino in attesa della lezione di musica quando, per caso, ascoltando distrattamente dei ragazzini parlare fra loro, sentii che uno accennò alla morte di Alberto Sordi. Io non capivo, ero convinta di aver frainteso… «Sordi morto? Ma quando? Non è possibile!», pensavo. E invece no, era tutto vero purtroppo: quel giorno il mitico Albertone era scomparso, a quasi 83 anni, dopo una lunga malattia.
Proprio in quel periodo io e il papà stavamo seguendo una collana di DVD di cinema italiano in edicola e il venerdì precedente era uscito un film che da tempo attendevo di vedere, Un americano a Roma (Steno, 1954), quello con la celeberrima scena del piatto di maccheroni!

Nel libretto allegato al DVD, fra le varie informazioni e curiosità, c’erano anche dei cenni biografici sull’attore romano, di cui ovviamente veniva riportata la sola data di nascita. Una decina di giorni dopo, invece, all’uscita, nella stessa collana, di Polvere di stelle, pellicola da lui diretta e interpretata nel 1973, accanto al suo nome nel libretto si leggeva “(1920-2003)”.alberto sordi-leone alla carriera 1994
I film con Alberto Sordi sono abituata fin da piccola a vederli, insieme a quelli con Totò. Così abituata che, pur essendo settentrionale, da allora mi viene completamente spontaneo inserire dei termini in romanesco nella mia parlata quotidiana. Fu qualche amico anni fa a chiedermi perché ogni tanto me ne esco con modi di dire che non appartengono alle mie origini e ai luoghi in cui ho sempre vissuto: io non mi ero mai accorta di avere questo “vizio”, per me era naturale esprimermi anche attraverso il linguaggio che mi aveva insegnato Albertone, così come faccio ancora oggi.
Qui di seguito, per ricordarlo, propongo delle scene tratte da alcuni suoi celebri film, ma ovviamente rappresentano solo una minuscola parte di tutta la sua lunga carriera, cominciata nel 1937 come comparsa in Scipione l’Africano di Carmine Gallone.
Per me Alberto Sordi, forse più di qualsiasi altro attore cinematografico, non morirà mai. Potere del cinema…

I vitelloni (Federico Fellini, 1953):

Il vedovo (Dino Risi, 1959):

La Grande Guerra (Mario Monicelli, 1959):

Una vita difficile (Dino Risi, 1961):

Episodio Guglielmo il dentone diretto da Luigi Filippo D’Amico tratto dal film I complessi (AA. VV., 1965):

Clarissa Egle Mambrini

18 e 19 febbraio 2013, Rai Uno
VOLARE – LA GRANDE STORIA DI DOMENICO MODUGNO
Miniserie in due puntate
Regia Riccardo Milani
Soggetto e sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Con Giuseppe Fiorello (Domenico Modugno), Kasia Smutniak (Franca Gandolfi), Alessandro Tiberi (Franco Migliacci), Antonio D’Ausilio (Riccardo Pazzaglia), Diego D’Elia (Antonio Cifariello), Federica De Cola (Giulia Lazzarini), Massimiliano Gallo (Giuseppe Gramitto), Gabriele Cirilli (Claudio Villa), Alberto Resti (Johnny Dorelli), Armando De Razza (Cucaracho), Pierluigi Misasi (Fulvio Palmieri), Antonio Stornaiolo (Padre Domenico), Roberto De Francesco (Don Antonio), Cesare Bocci (Raimondo Lanza di Trabia), Michele Placido (Vittorio De Sica)
Casting Rita Forzano23560285_beppe-fiorello-domenico-modugno-la-fiction-volare-nel-blu-dipinto-di-blu-0
Aiuto regia Francesco Capone
Costumi Alberto Moretti
Scenografia Massimo Geleng
Fonico Andrea Petrucci
Organizzatore di produzione Antonio Stefanucci
Direttore di produzione Francesco Morbilli
Direttore della fotografia Saverio Guarna
Montaggio Patrizia Ceresani
Musiche originali Andrea Guerra
Produttore Rai Fabrizio Zappi
Prodotto da Elide Melli

 

Non sono un’amante della televisione e specialmente di telefilm, fiction, miniserie, soap opera et similia, tanto più dopo alcuni “obbrobri” visti nelle scorse stagioni sul piccolo schermo, in cui le opere di grandi personaggi venivano messe in secondo piano o quasi annullate per privilegiarne la vita privata, rappresentata con toni da romanzo “Harmony” che certo non rendevano giustizia al personaggio in questione e lo riducevano a “omuncolo” o “donnicciola” dedito/dedita a vizi e null’altro. Ancora ricordo per esempio la bruttissima miniserie su Walter Chiari andata in onda un anno fa di questi tempi… L’unica cosa buona fu l’interpretazione del bravo Alessio Boni, nei panni proprio del grande comico, ma tutto il resto era inguardabile, anzi, una pugnalata al cuore per chi, come me, adora Chiari e pensa che meriterebbe un trattamento ben più degno della sua arte.
Perciò, convinta che anche di Modugno avrebbero fatto uno scempio, lunedì sera mi sono accinta a vedere la prima puntata pensando che avrei cambiato canale subito dopo. Invece così non è stato: nonostante infatti la scontata struttura a flashback, tipica di ogni fiction Rai, man mano che la miniserie procedeva mi appassionavo alla storia e, stranamente, anche quando entravano in scena donne e amori del protagonista, si mantenevano toni sobri e rispettosi della loro memoria e della loro vita privata, senza mai oltrepassare il limite del buon gusto e senza lavorare tanto di fantasia introducendo noiosi e scontati elementi da feuilleton. Certo, solo i diretti interessati possono sapere cosa c’era di vero e cosa di inventato, però, a maggior ragione quando alcuni dei personaggi sono ancora viventi, mi sembra doveroso – in un film come in un libro o in uno spettacolo – non lasciarsi sopraffare dalla smania di scandagliare quasi morbosamente ogni briciola della loro intimità.
Al di là di tale questione, ho apprezzato Volare – La grande storia di Domenico Modugno perché ha mostrato il tortuoso e faticoso cammino del grande artista pugliese prima di arrivare allo strabiliante ed inaspettato successo con Nel blu dipinto di blu, scritta insieme all’amico Franco Migliacci – che sarà suo paroliere per il resto della carriera – e vincitrice del Festival di Sanremo nel 1958. Tutti, dai compagni di studi al Centro Sperimentale di Cinematografia agli addetti ai lavori e ad alcuni famosi artisti (come Anna Magnani ed Edith Piaf), riempivano spesso di complimenti il giovane Modugno per le sue doti artistiche e soprattutto canore (nonostante lui volesse a tutti i costi fare l’attore e utilizzasse le sue canzoni come piacevole passatempo e ripiego per racimolare qualcosa), eppure, dopo il diploma conseguito appunto presso il Centro, Mimmo si barcamenò per anni tra “lavoretti” come comparsa in qualche film o cantante ai concerti altrui, negli spettacoli di rivista o per gli emigrati italiani all’estero. Pochi gli ingaggi veramente importanti, molte invece le porte in faccia, tanto da sembrare ai limiti dell’assurdo vedere quanti sacrifici dovette fare Modugno e quanto gli costò la sua passione, sostenuta dalla caparbia volontà di riuscire e forse dall’inconscia convinzione che un giorno lui sarebbe diventato qualcuno. E quando la determinazione veniva meno, gli amici ma soprattutto la fidanzata (e poi moglie) Franca, attrice diplomatasi con lui, lo spronavano a non mollare, a cogliere le occasioni, seppure non apparentemente promettenti. Una storia che sicuramente è un valido insegnamento per i giovani e forse ancora più che mai in tempi in cui tutto sembra dovuto qui e ora senza capire la necessità e la soddisfazione di conquistarsi qualcosa.
La miniserie, che ha anche mostrato la genesi di alcune note canzoni di Modugno (per esempio La donna riccia, Musetto, Vecchio frack), soffermandosi in particolare su quella casuale, lunga ed elaborata di Nel blu dipinto di blu, ha raccontato circa un decennio della sua vita, dalla partenza dallo splendido paesino natio per l’avventura al Centro Sperimentale nella grande città fino alla strabiliante vittoria a Sanremo, che per lui significò l’inizio vero e proprio della carriera nonché di una nuova vita.
Ad interpretare questo grande artista uno straordinario ed eccellente Beppe Fiorello, che ne ha ricreato voce, fisionomia, mimica e gestualità con una precisione ed una passione notevoli. Tutte le canzoni presenti nella miniserie sono cantate proprio da Fiorello: talmente bravo che, chiudendo gli occhi, sembrava di sentire la voce di Modugno. Al suo fianco un ottimo cast, in cui vale la pena ricordare, nel ruolo della moglie, Kasia Smutniak, nei panni dei fraterni ed inseparabili compagni di studi, Alessandro Tiberi (Franco Migliacci), l’ex comico di Zelig Circus Antonio D’Ausilio (Riccardo Pazzaglia) e Federica De Cola (la futura grande attrice Giulia Lazzarini), nonché il simpatico cammeo di Michele Placido nelle vesti di Vittorio De Sica. Non è stata forse una scelta felicissima quella di affidare il ruolo di Claudio Villa al comico Gabriele Cirilli: pur essendo bravo, infatti, era difficile non ridere di fronte alle sue uscite in romanesco che ricordavano più che il “reuccio” la famosa domanda del personaggio di Cirilli «Chi è Tatiana?». Ma ciò non ha offuscato la piacevolezza di questa fiction, molto ben diretta da Riccardo Milani e seguita da oltre 11 milioni di spettatori.

Per ulteriori informazioni e curiosità, si possono consultare il sito interamente dedicato a Modugno e quello della miniserie, sul quale è ancora possibile, per qualche giorno, rivedere le due puntate.


Clarissa Egle Mambrini

NOVARA – Domenica 21 febbraio 1993, con un concerto diretto dal Maestro Riccardo Muti e alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, novarese, si inaugurò il Teatro Coccia restaurato, chiuso per lavori dal 1986.
Per me, che avevo 9 anni e non ero mai stata in un teatro (eccezion fatta per il Faraggiana, di cui però avevo usufruito come cinema), e per un centinaio di bambini miei coetanei quella riapertura si trasformò in un’occasione di scoperta e di gioco. A scuola infatti leggemmo un libro per l’infanzia scritto appositamente per celebrare l’evento, Fantasmi al teatro Coccia di Anna Lavatelli, che, attraverso l’avventura della bimba Andrea Di Lillo, coinvolta dai fantasmi del conte Marco Caccia e del marchese Luigi Tornielli nella preparazione di un’opera composta da Carlo Coccia, diretta da Guido Cantelli e cantata da Toti Dal Monte e Ferruccio Tagliavini, ci diede modo di imparare alcuni passaggi e personaggi fondamentali nella storia del teatro novarese.fantasmi al teatro coccia
Poi, esperienza ancora più emozionante, fummo coinvolti nelle riprese di un film di Vanni Vallino tratto proprio dal libro e presentato al pubblico nel gennaio 1994, in occasione di San Gaudenzio, patrono della città. I “provini” si effettuarono a nostra insaputa, nel senso che le maestre un giorno ci fecero scrivere un tema su noi stessi (in cui io tra l’altro avevo inventato alcune cose di sana pianta, descrivendo il mio atteggiamento con i compagni di classe non per quello che era in realtà ma per quello che avrei voluto… E per fortuna qualche anno dopo sarei diventata così come avevo scritto in quel tema! Ma allora no, proprio no: ero ancora molto, molto introversa…) senza ovviamente dirci che non si trattava di una normale esercitazione, bensì che sarebbe servito al regista per inquadrare il nostro carattere e scegliere la potenziale protagonista. Così un giorno ci ritrovammo in classe Vanni Vallino che, temi alla mano, fece una chiacchierata per approfondire ulteriormente il discorso. Dopo di che la giovanissima protagonista fu scelta: doveva essere mascolina, spigliata e avere possibilmente i capelli corti: chi meglio della nostra compagna di classe Francesca? E poi, un giorno, iniziarono le riprese… e così scoprii che nel cinema esiste quell’operazione chiamata montaggio e che non è necessario girare le scene nell’ordine in cui si svolgono… e tante altre cose!
Nel giugno del 1993 inoltre mi esibii proprio in teatro per il mio primo saggio di danza. Ricordo le numerose prove, ricordo l’emozione della prima uscita sul palco e soprattutto della rassicurante sensazione di non vedere il pubblico poiché era totalmente al buio… Ricordo la maestra di danza, Vittoria Minucci, che una volta chiuso il sipario ci disse: «Non siete state brave… Siete state bravissime!» e regalò ad ognuna di noi un cerchietto e un elastico per capelli…
Stranamente non ricordo quale fu il primo spettacolo che vidi a teatro… Mi sembra si trattasse di un balletto. Ricordo però benissimo di aver insistentemente chiesto al papà di comprare i biglietti per un palchetto: mi affascinava troppo l’idea di stare lì!
Ora sono passati 20 anni da quell’esperienza, che su di me ha inciso profondamente. Il libro della Lavatelli e il film di Vallino non sono più in commercio da un pezzo… Sfogliare quelle pagine ma soprattutto rivedere il film mette tanta nostalgia. Però è anche un bel viaggio nelle emozioni…

Fantasmi al teatro Coccia
di Anna Lavatelli
Interlinea Edizioni
1993, Novara, pp. 35

Fantasmi al teatro Coccia
un film di Vanni Vallino
Sceneggiatura Anna Lavatelli, Vanni Vallino
Con Giuseppe Percivaldi, Abele Lino Antonione, Valeria Bosco, Rossana Carretto, Enrico Tacchini, Vanna Zorzi, Davide Tricotti, Luisa Bagna, Gabrio Mambrini, Cristina Baraggioni, Rossella Introini
e con Francesca Ruggerone e i 100 bambini delle classi del secondo ciclo delle scuole elementari Bottacchi, Levi, Tommaseo
Aiuto regia Nicoletta Pavesi, Claudio Pavesi, Massimo Marcotti, Paolo D’Onofrio
Musiche originali composte, arrangiate ed eseguite da Dario Artuso
Tema musicale originale composto da Marco Dondi
Organizzazione e direzione orchestra al teatro Coccia Luca Quinti

Per un po’ di storia sul Teatro Coccia, date un’occhiata a wikipedia oppure alla pagina dell’Azienda Turistica Locale.

Clarissa Egle Mambrini
(L’illustrazione della copertina del libro è di Antonio Ferrara)

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BRIGHT STAR
Regia, soggetto e sceneggiatura Jane Campion
Con Abbie Cornish (Fanny Brawne), Ben Wishaw (John Keats), Paul Schneider (Charles Brown), Kerry Fox (la signora Brawne), Edie Martin (Margaret ‘Toots’ Brawne), Thomas Sangster (Samuel Brawne)
Fotografia Greig Fraser
Montaggio Alexandre De Franceschi
Musiche Mark Bradshaw
Costumi Janet Patterson
Genere drammatico, biografico
Durata 120 minuti
Produzione BBC Films (Gran Bretagna), Screen Australia (Australia), Pathé (Francia)
Anno 2009

 
 
John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 24 febbraio 1821) è oggi uno dei poeti romantici più famosi al mondo, ma purtroppo nella sua breve vita fu scarsamente apprezzato dai contemporanei. Cominciò a frequentare ambienti artistici e letterari intorno ai 20 anni e a quell’epoca risalgono le sue prime prove poetiche, lodate da pochi e criticate o ignorate dalla maggior parte, come la raccolta Poems e il poema Endymion. Nel 1818, però, il giovane poeta fece un incontro che avrebbe segnato la sua vita e la sua produzione successiva: conobbe infatti Fanny Brawne, graziosa fanciulla appassionata di moda nonché abile e fantasiosa sarta. I due si innamorarono, Fanny diventò musa ispiratrice di Keats, ma a causa delle precarie condizioni economiche di quest’ultimo non poterono ambire ad una felice e regolare unione, finché a troncare definitivamente la loro storia arrivò la tisi, che costrinse il poeta a lasciare l’Inghilterra per la più calda e soleggiata Italia, dove morì e fu sepolto, lontano dall’amata.
È proprio su questi ultimi intensi anni di vita del poeta che si concentra Bright star, ultimo film della regista Jane Campion, presentato al Festival di Cannes nel 2009 e uscito – in sordina – nelle sale italiane nel giugno 2010. La Campion, classe 1954, ha esordito dietro la macchina da presa negli anni ’80 e ha raggiunto la fama mondiale con Lezioni di piano nel 1993, al quale sono seguite altre sporadiche pellicole, in cui ha continuato a concentrarsi sulle figure femminili regalando riusciti ritratti di donne. Sia per la distanza di tempo che intercorre fra un lavoro e l’altro, sia per l’estetica meticolosa con cui gira ogni film, la Campion è spesso accusata di eccessivo manierismo e perciò le sue opere non hanno sempre l’attenzione che si meriterebbero. Non so se qualcuno ha espresso un simile giudizio anche nei confronti di Bright star; so solo che io l’ho trovato di una bellezza emozionante.

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Curato nei minimi particolari (in perfetto stile Campion), trasuda poesia da ogni singolo fotogramma: poesia nei dialoghi, poesia nelle scelte cromatiche, poesia negli abiti, poesia nelle inquadrature, poesia negli sguardi e nei gesti dei personaggi, poesia nei paesaggi. E Amore, con la A maiuscola, di una specie forse ormai rara, fatto di passione e allo stesso tempo di candore. Non è facile parlare di una storia d’amore romantica e tragica senza scadere nella banalità della retorica, senza andare oltre le righe incorrendo nella tentazione di trasformare il puro e profondo sentimento fra due giovani borghesi di inizio ‘800 in un passionale e a tratti torbido amour fou. Ma la regista neozelandese ci è riuscita, rispettando la memoria dei due innamorati, calandosi pienamente nello spirito della poesia di Keats e nella loro epoca, di cui ci fa assaporare rituali quotidiani e mondani, comportamenti, cultura e abbigliamento.

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Perfetti nel ruolo i giovani protagonisti, l’australiana Abbie Cornish, una Fanny Brawne dall’eleganza eccentrica (indossa sempre favolosi abiti cuciti da lei stessa) e dall’intelligenza vivace, estremamente moderna nella sua determinazione e forza di volontà, e l’inglese Ben Wishaw, un John Keats emaciato, fragile e liricamente sensibile alla bellezza e all’amore.
«Una cosa bella è una gioia per sempre», recita l’incipit di Endymion. E questo film, secondo me, risponde appieno a tale definizione.

 
Dopo aver visto il film, sono andata a recuperare il libro di poesie di John Keats che avevo studiato diversi anni fa per uno dei primi esami universitari e mi sono riletta il sonetto che dà il titolo alla pellicola. Lo copio qui di seguito, anche se la traduzione non corrisponde in tutto e per tutto a quella proposta dalla versione italiana del film, in cui, per esempio, l’aggettivo bright è reso con “fulgida” – come nel titolo del presente articolo.

 
Bright star! Would I were steadfast as thou art –
     Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
     Like nature’s patient, sleepless eremite,
The moving waters at their priestlike task
     Of pure ablution round earth’ human shores,
Or gazing on the new softfallen mask
     Of snow upon the mountains and the moors;
No – yet still steadfast, still unchangeable,
     Pillowed upon my fair love’s ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
     Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tendertaken breath,
     And so live ever – or else swoon to death.

 
Oh fossi come te, lucente stella,
costante – non sospeso in solitario
splendore in alto nella notte, e spiando,
con le palpebre schiuse eternamente
come eremita paziente ed insonne
della natura, le mobili acque
nel loro compito sacerdotale
di pura abluzione intorno ai lidi
umani della terra, o rimirando
la maschera di nuova neve che
sofficemente cadde sopra i monti
e sopra le brughiere, no – ma sempre
costante ed immutabile posare
il capo sul bel seno maturante
del mio amore e sentire eternamente
il suo dolce abbassarsi e sollevarsi,
per sempre desto in una dolce ansia,
sempre udire il suo tenero respiro
e vivere così perennemente –
o svenire altrimenti nella morte.

 
(Sonetto di John Keats tratto dal libro J. K., Poesie, traduzione di Mario Roffi, Einaudi, Torino, 1983, 1999, pp. 2425)

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Qui sotto, invece, nel primo video trovate il sonetto Bright star interpretato da Abbie Cornish (Fanny Brawne) al termine della pellicola, un estratto della colonna sonora e alcune fotografie del film, nel secondo il trailer italiano:


 

Clarissa Egle Mambrini

Ciao Audrey!

Domenica ricorreva il ventennale della scomparsa di Audrey Audrey-HepburnHepburn, icona del cinema ed esempio di femminilità ed eleganza. Avrei voluto ricordarla degnamente, ma cosa scrivere? Il tempo di dedicarle un articolo un po’ personale non ce l’avevo purtroppo e alla fine mi sarei ritrovata a scrivere le solite cose che tanti giornali, blog e via dicendo hanno già ripetuto a memoria, elencando i film interpretati, i premi vinti, le date importanti, i mariti, i figli, la malattia…

Allora ho preferito puntare all’essenziale e così il mio personale omaggio ad Audrey sta nel dedicare questo spazio ad una delle scene più famose della storia del cinema, quella in cui Holly Golightly canta malinconica Moon River in Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961), anche se il mio film preferito fra quelli con la Hepburn rimane Vacanze romane (William Wyler, 1953).

Ciao Audrey!

 

 

Clarissa Egle Mambrini

Navigando su internet mi sono imbattuta in questo struggente ricordo di Renzo Arbore sull’amata Mariangela Melato. Non ho capito bene quale sia la fonte principale (forse «Il Sole 24 ore»); io l’ho trovato a questo link http://www.brogi.info/2013/01/renzo-arbore-il-privilegio-di-averla-accanto.html e in ogni caso ci tengo a pubblicarlo anche sul mio blog.
Buona lettura!
C. E. M.

Melato-Arbore

IL PRIVILEGIO DI AVERLA ACCANTO

di Renzo Arbore

«Sono stato innamorato di una grande artista e di una grande donna. E sono stato fortunato, per aver conosciuto una persona eccezionale che mi ha fatto diventare prima uomo e poi artista, una fortuna, lo dico con il cuore a pezzi, che ora pago con il grande dolore che provo.
Per lei, che era un dono della vita, ho sentito un amore ininterrotto. Io che ho sempre desiderato diventare un artista, stavo con una artista vera, un privilegio unico averla accanto, vedere che le sue scelte erano sempre fatte per migliorarsi; non era artista per ambizione personale o smania di ricchezza, lei viveva l’arte come una missione e per questa ha affrontato grandissime rinunce improntate all’etica, alla bellezza, alla cultura.
Era figlia di un timidissimo vigile urbano che ho conosciuto e lei era riuscita con enorme fatica e rinunciando alle cose futili a coltivarsi. Amava i libri, fino all’ultimo li ha voluti con sé, ai complimenti vacui preferiva quelli del suo pubblico fatto di persone modeste e intellettuali schivi. Andava orgogliosissima, tra i tanti premi, dall’aver ricevuto due volte il Duse, stravolgendo così il regolamento che non consentiva doppioni.
Questi ultimi tre anni, sono stati terribili per lei e anche per me. Nonostante ciò, malata, sottoposta a cure faticosissime affrontate con enorme coraggio, viveva per tornare sulla scena e ha ancora portato al successo tre lavori straordinari: Casa di bambola, Il dolore, un meraviglioso monologo e Filumena Marturano per la televisione. Era una donna vera, con una nobiltà d’animo fortissima. I suoi sentimenti erano puri, s’interessava di piccoli artisti, saltimbanchi, gente semplice, era lontana dalla meschinità, dalle menzogne, dalla cattiveria, dal cattivo gusto.
Lei mi ha insegnato la sua cultura straordinaria e io le ho fatto amare la cultura del Sud. Come i grandi aveva un fortissimo senso dell’umorismo e della musica. Aveva lo swing, una grazia interiore; ballava come nessuna, si aggiornava in maniera che mi lasciava stupefatto, aveva una passione per la sceneggiata, come per Ronconi e Medea, era multiforme. Tutto senza mai un accenno al botteghino, non abbiamo mai parlato di soldi noi due. Oggi la ricorderà Emma Bonino: non si conoscevano bene ma Mariangela l’amava perché riconosceva in lei il suo stesso rigore. Sempre con un sorriso. Quello con cui ci ha lasciato».

[Articolo già pubblicato il 06/05/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/05/06/ritratto-di-marlene-dietrich/]

Il 6 maggio del 1992 moriva a Parigi Marlene Dietrich, un’icona del cinema mondiale, diva trasgressiva e affascinante resa immortale dal suo primo ruolo da protagonista, quello dell’entraîneuse Lola-Lola ne L’Angelo azzurro (Josef von Sternberg, 1930). Il suo periodo d’oro risale proprio agli Trenta e Quaranta, quando era una stella di Hollywood insieme all’altrettanto ambigua Greta Garbo. Negli anni Cinquanta iniziò il suo declino cinematografico, ma si reinventò come intrattenitrice, portando in giro per il mondo fino a metà anni Settanta uno spettacolo in cui si esibiva interpretando le canzoni dei suoi film e ammaliando così ancora una volta con la sua particolarissima voce, non eccelsa ma comunque unica.
Quando se ne andò, a 90 anni, io ero ancora piccola e imparai solo più tardi a conoscerla e ad apprezzarla, rimanendo affascinata da lei e da altre dive del tempo che fu.
In occasione dell’anniversario della sua morte, mi piace ricordarla con il suo film appunto più celebre, L’Angelo azzurro, sul quale scrissi qualcosa pochi anni fa, in occasione di un cineforum dedicato alla donna.

L’Angelo azzurro (Der blaue Engel)
Regia: Josef von Sternberg
Carl Zuckmayer, Karl Vollmoller, Heinrich Mann, Robert Liebmann dal romanzo Il professor Unrath di Heinrich Mann
Musiche: Frederick Hollander
Produzione: Ufa
Nazionalità: Germania, 1930
Durata: 90’
Cast: Professor Rath (Emil Jannings), Lola-Lola (Marlene Dietrich), Kiepert il prestigiatore (Kurt Gerron), Mazeppa (Hans Albers), Guste Kiepert (Rosa Valetti)

 
Per girare L’Angelo azzurro il regista austriaco Josef von Sternberg fu chiamato dalla casa di produzione tedesca UFA, la quale intendeva dare nuovo lustro al proprio prestigio attraverso una serie di film “parlati” (ricordiamo che il sonoro era un’invenzione recente: il primo film sonoro in assoluto è americano, del 1927, Il cantante di jazz di Alan Crosland mentre il primo film sonoro tedesco è del 1928, Terra senza donne di Carmine Gallone). Sternberg viveva negli Stati Uniti fin da giovane e lì aveva già cominciato la propria carriera cinematografica, passando da diverse mansioni prima di arrivare a quella di regista. Queste molteplici esperienze lasciarono indubbiamente il segno nello stile di Sternberg, che, a detta della stessa Marlene Dietrich, aveva il dono di saper dirigere tutto in un film, dalle luci agli attori, dalla fotografia al montaggio, dalle scenografie ai costumi: tutto partiva e veniva controllato da lui. La Dietrich affermerà inoltre che il successo de L’Angelo azzurro «dipende esclusivamente dal fatto che fu von Sternberg a farne la regia» e che grazie alla sua maestria si superarono molte difficoltà tecniche, soprattutto nel campo della registrazione dei suoni.
La storia narrata nel film è tratta da un romanzo del 1905, Il professor Unrath di Heinrich Mann (fratello del più famoso Thomas Mann), ma von Sternberg e gli sceneggiatori (tra cui lo stesso Mann) la rielaborano, cambiandone l’ambientazione storica e soprattutto lasciando da parte ogni intento sociologico. Se il libro prendeva di mira i vizi della borghesia tedesca come anticamera dell’ascesa del Nazismo, la vicenda del film è qualcosa infatti di più universale, che porta a riflettere sulla degradazione morale di un uomo rispettabile a causa di una donna, di una femme fatale. Gli ambienti sono tutti costruiti in studio e gli esterni, in particolare, ricordano le scenografie delle pellicole espressioniste. I personaggi sono degli stereotipi: il professore, ormai non più giovane, è uno scapolo che conduce una vita abitudinaria, scandita da gesti rituali, disciplinata e irreprensibile; Lola-Lola è la donna cinica e ammaliatrice, che seduce gli uomini come se fossero burattini nelle sue mani e che, una volta usati, li tratta con totale indifferenza (insomma una donna diabolica); Mazeppa, alto, biondo, con lo sguardo penetrante, emana il fascino tipico del seduttore.
La figura femminile interpretata dalla Dietrich è sicuramente poco edificante, frutto di una concezione maschile della donna quale oggetto del desiderio e creatura che schiavizza l’uomo. Lola-Lola è un’entraîneuse, una cantante-ballerina che si esibisce nei locali di infimo ordine, vestita in modo da lasciare ben in vista le gambe, pur se coperte da lunghe calze nere. È la donna che con il proprio corpo suscita i bassi istinti del pubblico eppure canta l’amore («Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt», cioè «Da capo a piedi sono orientata all’amore»). La donna, infine, che porta un uomo rispettabilissimo alla rovina, senza curarsene minimamente. La volgarità del personaggio sembra disgustare persino l’attrice, che così si esprimerà: «[…] Sul set giravano contemporaneamente quattro macchine da presa, tutte puntate […] sull’inforcatura delle mie gambe […] le macchine da presa non cessavano di concentrarsi sul mio corpo. […] ».
Quest’immagine di crudele seduzione sarà il successo di Marlene Dietrich, che diventerà presto l’icona di femme fatale intrigante e spietata, dal fascino ambiguo (rincarato dall’abitudine dell’attrice di indossare abiti maschili). L’attrice berlinese, diplomata in canto e allieva alla scuola di teatro di Max Reinhardt, che prima de L’Angelo azzurro aveva recitato solo in parti di secondo piano, fu notata da von Sternberg durante una rappresentazione della commedia Due cravatte di Georg Kaiser, in cui doveva pronunciare una sola battuta. Il regista intuì subito che la parte di Lola-Lola era perfetta per essere interpretata dalla sconosciuta Marlene Dietrich e ne fu ancora più convinto dopo un regolare provino. La UFA non ne voleva sapere, eppure von Sternberg riuscì ad averla vinta. Il film fu presentato a Berlino il 1° aprile 1930, ma per diventare veramente una diva la Dietrich dovette attendere di trasferirsi in America, dove girò Marocco quell’anno stesso per la Paramount, che fece uscire L’Angelo azzurro nelle sale solo dopo il primo film americano interpretato dall’attrice. «[…] Temevano che “l’immagine Angelo azzurro”, quella della “ragazza di vita” mi restasse appiccicata alla pelle e non volevano che mi si identificasse con un personaggio del genere. Io credo d’aver sempre interpretato “ragazze di vita”, che però, come diceva von Sternberg, erano sicuramente più interessanti delle “brave figliole”.»
Tuttavia, come spesso accade, la vita reale e la vita sullo schermo si mescolano inevitabilmente e così il pubblico fa anche con Marlene Dietrich/Lola-Lola, da allora la femme fatale per antonomasia. Numerosi i miti e le leggende nati intorno alla vita di questa attrice, che le hanno attribuito soprattutto storie d’amore anche ai limiti della trasgressione. Nella sua autobiografia, la Dietrich ci tiene a separare la propria vita privata da quella dei personaggi interpretati e ciò vale specialmente per Lola-Lola: «[…] una parte difficile, insolente e a volte tenera, […] un personaggio complesso, una personalità che non era la mia. […] Confesso di essere rimasta molto impressionata dall’attrice Marlene Dietrich, capace d’impersonare con successo una puttana da marinai degli anni Venti. […] Io, ragazza beneducata, riservata, ancora oggi pura, nata da una famiglia rispettabile, avevo azzeccato, senza saperlo, un’interpretazione eccezionale che non avrei mai più ripetuto. Tutti i personaggi femminili che recitai in seguito furono infatti più “sofisticati” della Lola dell’Angelo azzurro, e quindi più facili da caratterizzare. […]»
Senza nulla togliere alla bravura del regista e ai suoi meriti a proposito di questo film, rimane comunque il fatto che, ancora oggi, se si dice L’Angelo azzurro si pensa subito a Marlene Dietrich piuttosto che a von Sternberg. Questo perché il volto e il corpo di Marlene sono inscindibilmente legati a Lola-Lola.
 

Clarissa Egle Mambrini