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«Circa due anni o diciotto mesi dopo gli avvenimenti coi quali si è conclusa questa storia, essendo andati a cercare nel sotterraneo di Montfaucon il cadavere di Oliviero il Daino […] furono trovati, fra tutte quelle ripugnanti carcasse, due scheletri di cui uno teneva stranamente abbracciato l’altro. Uno di quei due scheletri, che era d’una donna, aveva ancora qualche brandello di veste d’una stoffa che era stata bianca, e gli si scorgeva intorno al collo una collana di grani turchini, con un sacchetto di seta, ornato di perline di vetro verdi, aperto e vuoto. Erano oggetti di così infimo valore, che certo il boia non aveva voluto saperne. L’altro scheletro, che teneva il primo strettamente abbracciato, era d’un uomo. Si notò che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa fra le scapole, e una gamba più corta dell’altra. Quello scheletro, però, non presentava nessuna traccia di rottura di vertebre alla nuca, dal che risultava evidente che non era stato impiccato. L’uomo al quale era appartenuto, dunque, era entrato là dentro da sé, e vi era rimasto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, si polverizzò».

(Victor Hugo, Notre Dame De Paris)

 

 

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«Valentina unica, adorata da sempre e per sempre,
La vita non può cancellare l’amore. Lo muta ma non lo rinnega.
Perché l’amore, il bene quando sono veri sono eterni.
[…].
Lascia che ti stringa nelle mie braccia come sempre. Sei sempre stata e sarai sempre con me.
E nessuno può farci niente».

(Da una lettera scritta nel 1994 da Giorgio Strehler a Valentina Cortese,
sua compagna negli anni Sessanta.
In GIORGIO STREHLER, Lettere sul teatro, a cura di Stella Casiraghi, prefazione di Giovanni Raboni, Archinto, Milano, 2000)

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«Mi è stato chiesto se consideravo più importante l’amore o l’arte.

Ho risposto che non potevo fare distinzioni,

perché l’artista soltanto può conoscere la verità dell’amore.

Egli solo ha una pura visione della bellezza e l’amore è lo specchio della bellezza, dell’anima».

(Isadora Duncan tradotta da Rosita Lupi, rivista «Posizione», febbraio 1943)

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BRIGHT STAR
Regia, soggetto e sceneggiatura Jane Campion
Con Abbie Cornish (Fanny Brawne), Ben Wishaw (John Keats), Paul Schneider (Charles Brown), Kerry Fox (la signora Brawne), Edie Martin (Margaret ‘Toots’ Brawne), Thomas Sangster (Samuel Brawne)
Fotografia Greig Fraser
Montaggio Alexandre De Franceschi
Musiche Mark Bradshaw
Costumi Janet Patterson
Genere drammatico, biografico
Durata 120 minuti
Produzione BBC Films (Gran Bretagna), Screen Australia (Australia), Pathé (Francia)
Anno 2009

 
 
John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 24 febbraio 1821) è oggi uno dei poeti romantici più famosi al mondo, ma purtroppo nella sua breve vita fu scarsamente apprezzato dai contemporanei. Cominciò a frequentare ambienti artistici e letterari intorno ai 20 anni e a quell’epoca risalgono le sue prime prove poetiche, lodate da pochi e criticate o ignorate dalla maggior parte, come la raccolta Poems e il poema Endymion. Nel 1818, però, il giovane poeta fece un incontro che avrebbe segnato la sua vita e la sua produzione successiva: conobbe infatti Fanny Brawne, graziosa fanciulla appassionata di moda nonché abile e fantasiosa sarta. I due si innamorarono, Fanny diventò musa ispiratrice di Keats, ma a causa delle precarie condizioni economiche di quest’ultimo non poterono ambire ad una felice e regolare unione, finché a troncare definitivamente la loro storia arrivò la tisi, che costrinse il poeta a lasciare l’Inghilterra per la più calda e soleggiata Italia, dove morì e fu sepolto, lontano dall’amata.
È proprio su questi ultimi intensi anni di vita del poeta che si concentra Bright star, ultimo film della regista Jane Campion, presentato al Festival di Cannes nel 2009 e uscito – in sordina – nelle sale italiane nel giugno 2010. La Campion, classe 1954, ha esordito dietro la macchina da presa negli anni ’80 e ha raggiunto la fama mondiale con Lezioni di piano nel 1993, al quale sono seguite altre sporadiche pellicole, in cui ha continuato a concentrarsi sulle figure femminili regalando riusciti ritratti di donne. Sia per la distanza di tempo che intercorre fra un lavoro e l’altro, sia per l’estetica meticolosa con cui gira ogni film, la Campion è spesso accusata di eccessivo manierismo e perciò le sue opere non hanno sempre l’attenzione che si meriterebbero. Non so se qualcuno ha espresso un simile giudizio anche nei confronti di Bright star; so solo che io l’ho trovato di una bellezza emozionante.

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Curato nei minimi particolari (in perfetto stile Campion), trasuda poesia da ogni singolo fotogramma: poesia nei dialoghi, poesia nelle scelte cromatiche, poesia negli abiti, poesia nelle inquadrature, poesia negli sguardi e nei gesti dei personaggi, poesia nei paesaggi. E Amore, con la A maiuscola, di una specie forse ormai rara, fatto di passione e allo stesso tempo di candore. Non è facile parlare di una storia d’amore romantica e tragica senza scadere nella banalità della retorica, senza andare oltre le righe incorrendo nella tentazione di trasformare il puro e profondo sentimento fra due giovani borghesi di inizio ‘800 in un passionale e a tratti torbido amour fou. Ma la regista neozelandese ci è riuscita, rispettando la memoria dei due innamorati, calandosi pienamente nello spirito della poesia di Keats e nella loro epoca, di cui ci fa assaporare rituali quotidiani e mondani, comportamenti, cultura e abbigliamento.

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Perfetti nel ruolo i giovani protagonisti, l’australiana Abbie Cornish, una Fanny Brawne dall’eleganza eccentrica (indossa sempre favolosi abiti cuciti da lei stessa) e dall’intelligenza vivace, estremamente moderna nella sua determinazione e forza di volontà, e l’inglese Ben Wishaw, un John Keats emaciato, fragile e liricamente sensibile alla bellezza e all’amore.
«Una cosa bella è una gioia per sempre», recita l’incipit di Endymion. E questo film, secondo me, risponde appieno a tale definizione.

 
Dopo aver visto il film, sono andata a recuperare il libro di poesie di John Keats che avevo studiato diversi anni fa per uno dei primi esami universitari e mi sono riletta il sonetto che dà il titolo alla pellicola. Lo copio qui di seguito, anche se la traduzione non corrisponde in tutto e per tutto a quella proposta dalla versione italiana del film, in cui, per esempio, l’aggettivo bright è reso con “fulgida” – come nel titolo del presente articolo.

 
Bright star! Would I were steadfast as thou art –
     Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
     Like nature’s patient, sleepless eremite,
The moving waters at their priestlike task
     Of pure ablution round earth’ human shores,
Or gazing on the new softfallen mask
     Of snow upon the mountains and the moors;
No – yet still steadfast, still unchangeable,
     Pillowed upon my fair love’s ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
     Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tendertaken breath,
     And so live ever – or else swoon to death.

 
Oh fossi come te, lucente stella,
costante – non sospeso in solitario
splendore in alto nella notte, e spiando,
con le palpebre schiuse eternamente
come eremita paziente ed insonne
della natura, le mobili acque
nel loro compito sacerdotale
di pura abluzione intorno ai lidi
umani della terra, o rimirando
la maschera di nuova neve che
sofficemente cadde sopra i monti
e sopra le brughiere, no – ma sempre
costante ed immutabile posare
il capo sul bel seno maturante
del mio amore e sentire eternamente
il suo dolce abbassarsi e sollevarsi,
per sempre desto in una dolce ansia,
sempre udire il suo tenero respiro
e vivere così perennemente –
o svenire altrimenti nella morte.

 
(Sonetto di John Keats tratto dal libro J. K., Poesie, traduzione di Mario Roffi, Einaudi, Torino, 1983, 1999, pp. 2425)

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Qui sotto, invece, nel primo video trovate il sonetto Bright star interpretato da Abbie Cornish (Fanny Brawne) al termine della pellicola, un estratto della colonna sonora e alcune fotografie del film, nel secondo il trailer italiano:


 

Clarissa Egle Mambrini

Navigando su internet mi sono imbattuta in questo struggente ricordo di Renzo Arbore sull’amata Mariangela Melato. Non ho capito bene quale sia la fonte principale (forse «Il Sole 24 ore»); io l’ho trovato a questo link http://www.brogi.info/2013/01/renzo-arbore-il-privilegio-di-averla-accanto.html e in ogni caso ci tengo a pubblicarlo anche sul mio blog.
Buona lettura!
C. E. M.

Melato-Arbore

IL PRIVILEGIO DI AVERLA ACCANTO

di Renzo Arbore

«Sono stato innamorato di una grande artista e di una grande donna. E sono stato fortunato, per aver conosciuto una persona eccezionale che mi ha fatto diventare prima uomo e poi artista, una fortuna, lo dico con il cuore a pezzi, che ora pago con il grande dolore che provo.
Per lei, che era un dono della vita, ho sentito un amore ininterrotto. Io che ho sempre desiderato diventare un artista, stavo con una artista vera, un privilegio unico averla accanto, vedere che le sue scelte erano sempre fatte per migliorarsi; non era artista per ambizione personale o smania di ricchezza, lei viveva l’arte come una missione e per questa ha affrontato grandissime rinunce improntate all’etica, alla bellezza, alla cultura.
Era figlia di un timidissimo vigile urbano che ho conosciuto e lei era riuscita con enorme fatica e rinunciando alle cose futili a coltivarsi. Amava i libri, fino all’ultimo li ha voluti con sé, ai complimenti vacui preferiva quelli del suo pubblico fatto di persone modeste e intellettuali schivi. Andava orgogliosissima, tra i tanti premi, dall’aver ricevuto due volte il Duse, stravolgendo così il regolamento che non consentiva doppioni.
Questi ultimi tre anni, sono stati terribili per lei e anche per me. Nonostante ciò, malata, sottoposta a cure faticosissime affrontate con enorme coraggio, viveva per tornare sulla scena e ha ancora portato al successo tre lavori straordinari: Casa di bambola, Il dolore, un meraviglioso monologo e Filumena Marturano per la televisione. Era una donna vera, con una nobiltà d’animo fortissima. I suoi sentimenti erano puri, s’interessava di piccoli artisti, saltimbanchi, gente semplice, era lontana dalla meschinità, dalle menzogne, dalla cattiveria, dal cattivo gusto.
Lei mi ha insegnato la sua cultura straordinaria e io le ho fatto amare la cultura del Sud. Come i grandi aveva un fortissimo senso dell’umorismo e della musica. Aveva lo swing, una grazia interiore; ballava come nessuna, si aggiornava in maniera che mi lasciava stupefatto, aveva una passione per la sceneggiata, come per Ronconi e Medea, era multiforme. Tutto senza mai un accenno al botteghino, non abbiamo mai parlato di soldi noi due. Oggi la ricorderà Emma Bonino: non si conoscevano bene ma Mariangela l’amava perché riconosceva in lei il suo stesso rigore. Sempre con un sorriso. Quello con cui ci ha lasciato».

[Articolo scritto il 18/10/2012]

Era dal febbraio 2007 che non vedevamo al Coccia un’opera così divertente, da quando cioè il veterano Beppe De Tomasi regalò al pubblico novarese un particolare e riuscito allestimento “cinematografico” de Il Turco in Italia di Gioachino Rossini. Lo scorso 5 ottobre, serata inaugurale della nuova stagione teatrale, assistendo a Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa con la regia di Morgan abbiamo rivissuto le stesse emozioni, a cui si è aggiunto il gradito stupore di veder rispettato lo spirito dell’opera, cosa su cui nutrivamo qualche dubbio trattandosi della prima prova da regista lirico dell’eclettico musicista e cantautore milanese. Nel corso dello spettacolo lo scetticismo invece è stato completamente cancellato per fare spazio a sorrisi, meraviglia e allegria, suscitati non solo dalla trama, intessuta di equivoci e di amore, ma anche dalla bravura dei cantanti (i più applauditi sono stati il basso Bruno Praticò nel ruolo di Geronimo e la soprano Stefania Bonfadelli nei panni di Carolina) e dei musicisti (l’Orchestra Filarmonica Italiana diretta dal giovane e talentuoso Carlo Goldstein), nonché dall’originalità essenziale e visionaria di Morgan, che ha creato un allestimento innovativo e coinvolgente modernizzando personaggi e vicende senza stravolgere il senso della storia né tanto meno il genere musicale dell’opera buffa cui appartiene.
Il matrimonio segreto è dotato di una musica talmente briosa e vivace che riesce difficile pensare sia stato composto quando ormai questo genere era al tramonto. La vitalità delle melodie e dei personaggi incantò il pubblico fin dalla prima esecuzione, il 7 febbraio 1792 al Burgtheater di Vienna, quando fu bissato per intero la stessa sera su richiesta dell’imperatore – caso unico nella storia dell’opera. Piacevole all’ascolto ancora oggi e infarcito di schermaglie amorose sempre attuali, la sapiente regia di Morgan è riuscita a coglierne gli aspetti più divertenti ed universali, curando molto anche la mimica dei singoli personaggi – rappresentati talvolta come delle marionette – ed evidenziando i loro tratti caratteriali più spiccati: così per esempio il conte Robinson (il basso Filippo Fontana) è diventato un ricco pretendente imbranato con tanto di tic nervoso, mentre Fidalma (la mezzosoprano Irene Molinari) una giovane vedova ancora piacente e disperatamente aggressiva nei confronti dell’oggetto del suo desiderio, cioè Paolino (il tenore Edgardo Rocha), che prova a conquistare utilizzando anche frustino e manette. Bella inoltre l’idea di creare un gigantesco abito da sposa, che diventa come un pulpito dal quale alcuni personaggi – e per prima Elisetta (la soprano Maria Costanza Nocentini), invidiosa e gelosa della sorella Carolina – ammoniscono gli altri.
Costellato qua e là di elementi cinematografici – i titoli di testa proiettati sul fondale nero durante l’esecuzione dell’Ouverture, i termini e le frasi più importanti del libretto che lampeggiavano quasi come messaggi pubblicitari sull’ossatura scenografica nel corso dell’opera, per arrivare alla scritta finale a sipario chiuso «FINE (lieto)» – l’allestimento si è caratterizzato per il forte impatto visivo dato dai costumi, dalle parrucche, dal trucco, dagli oggetti di scena, dalle luci e dalle scenografie, che nell’insieme creavano un effetto di “barocco dark rock” dal sapore psichedelico. Nero e verde i colori predominanti, su cui svettavano vivaci tinte fluo (tra l’altro in voga quest’anno), sei poltrone colorate – tre delle quali disposte ad un certo punto in scena a costituire il tricolore italiano – e la poltrona multicolore di Cimarosa, spettatore immaginario dell’opera, posizionata in proscenio. Unico legame visivo con l’epoca in cui l’opera fu scritta le parrucche indossate dai personaggi e quella enorme sul capo della clavicembalista. Gli abiti – neri per Carolina, Paolino e Geronimo e grigio scuro a fantasia scozzese per Elisetta, Fidalma e il Conte Robinson – erano di taglio contemporaneo, ma con alcuni dettagli di sapore settecentesco.
Abbiamo trovato un po’ troppo povera e lugubre la scenografia, costituita da «una casa delle bambole sventrata» – come l’ha definita Morgan – in cui si intrufolavano neri figuranti che sembravano ombre di una lanterna magica (altro richiamo cinematografico), però la sua neutralità è indubbiamente servita a non suggerire una particolare collocazione geografica e storica della vicenda, così come nelle intenzioni del regista: «Ci sono opere d’arte che fermano il tempo, lo prendono per il collo e lo sottomettono, poi ci si buttano dentro e ci rimangono in eterno. E il tempo ce le consegna, intatte e perfette, cosicché noi di passaggio le traghettiamo nel nostro momento». Morgan si è inoltre ritagliato due comparsate nel corso dello spettacolo: una all’inizio del secondo atto, in cui si è inserito come spettatore invisibile nel dialogo fra Paolino e Fidalma “rubando” loro alcune frasi, e l’altra alla fine, quando si è mescolato ai figuranti e ai personaggi intenti a festeggiare la felice risoluzione di tutti gli equivoci.
Una volta chiuso il sipario, lunghi minuti di applausi per tutti gli artisti e tanti «Bravo!» per Morgan, promosso a pieni voti. Il pubblico, soddisfatto e contento, per più di tre ore ha seguito con partecipazione l’opera, aiutato anche dai sovratitoli proiettati al di sopra dello stemma di Novara, sull’arco di proscenio, un’utile novità da tempo richiesta dagli assidui frequentatori del Coccia che si è andata ad aggiungere all’abituale libretto dell’opera riprodotto insieme al programma di sala.
Un’inaugurazione di stagione scintillante e ben riuscita, condita da un po’ di mondanità (presenti in sala, oltre a molte autorità locali, Franca Valeri, Ivano Fossati e Dori Ghezzi), che si è rivelata anche un’arguta operazione mediatica, portando il nome delle nostra città e del Coccia su stampa e televisioni nazionali. E finalmente, dopo che negli ultimi anni si erano viste sempre le solite opere, un titolo poco rappresentato a Novara – l’ultima volta risale alla stagione 1996/97.
Una sfida vinta, quindi, per la nuova Direttrice artistica e organizzativa Renata Rapetti, la quale ora si sta interessando per vendere ad altri teatri in Italia e all’estero questo allestimento, che intanto a dicembre sarà trasmesso su Sky Classica in venti Paesi del mondo e su Sky Arte.
Speriamo infine che i giovani venuti a teatro forse per la prima volta in questa occasione, perché attirati dal nome famoso del regista, imparino ad amare veramente questa arte, senza necessariamente essere allettati dall’esca del “volto noto”. Perché il teatro può coinvolgere, appassionare ed essere rivoluzionario senza per forza servirsi del clamore mediatico, ma per percepire tutto ciò bisogna avere voglia di conoscerlo.

IL MATRIMONIO SEGRETO
Opera buffa di due atti su libretto di Giovanni Bertati
Musica di Domenico Cimarosa
Direttore Carlo Goldstein
Regia Marco Castoldi, in arte Morgan
Aiuto regia Mercedes Martini
Lighting Designer Marcello Jazzetti
Scene Patrizia Bocconi
Costumi Giuseppe Magistro
Orchestra Filarmonica Italiana
Nuovo Allestimento
Produzione Fondazione Teatro Coccia

Spettacolo visto venerdì, 5 ottobre 2012

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Mario Finotti, Fondazione Teatro Coccia)

[Articolo già pubblicato il 12/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/12/fai-bei-sogni/]

«Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.»
Questa è forse la frase più significativa dell’ultimo romanzo del giornalista e scrittore Massimo Gramellini, Fai bei sogni, pubblicato da Longanesi lo scorso marzo e subito diventato un best-seller, tradotto già in diverse lingue. Opera autobiografica molto toccante, ripercorre le tappe principali del percorso compiuto dall’autore alla scoperta di una dura verità, quella riguardante la morte della madre, avvenuta quando lui aveva solo 9 anni. Una verità necessaria, inconsciamente sempre ricercata e sospettata, ma mai veramente accettata fino a che, quarant’anni dopo, qualcuno gli consegna una busta in cui quella verità è rimasta sempre nascosta. La scoperta diventa un’occasione per guardarsi indietro, per riesaminare la propria vita e analizzare, anche con autoironia, se stesso e le scelte fatte. Un esame di coscienza che, pur partendo da esperienze personali, riesce in diversi punti a trasformarsi in un’indagine interiore e in un bilancio della propria vita in cui molti lettori potrebbero riconoscersi.
Le origini giornalistiche di Gramellini, che ha cominciato la propria carriera occupandosi di cronaca sportiva ed oggi è uno dei vicedirettori de La Stampa, sono ben visibili nello stile essenziale, fatto di periodi brevi e diretti, che rende la lettura agile e piacevole. Ciò però non gli impedisce di esprimere concetti molto importanti e profondi attraverso metafore ed immagini originali e semplici al tempo stesso, che affascinano i lettori regalando piccole, preziose regole di vita.
Un romanzo insomma da leggere tutto d’un fiato, denso di emozioni e riflessioni, «dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se stessi.»

Fai bei sogni
di Massimo Gramellini
Longanesi
Milano, 2012
Pp. 216
€ 14,90

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 17/09/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/09/17/leducazione-delle-fanciulle-dialogo-fra-due-signorine-per-bene/]

valeri_littizzetto01gDa una parte una signora del teatro e dello spettacolo italiano, testimone arguta, ironica ed elegante della nostra società fin dagli anni Cinquanta, che ha creato indimenticabili personaggi come “la Signorina Snob” o “la Sora Cecioni” e che tutt’ora scrive e recita, sempre al passo con i tempi nonostante i suoi 92 anni, dall’altra un moderno giullare in gonnella, un folletto pungente e sguaiato, che ha fatto della parolaccia un proprio segno distintivo (purtroppo scadendo talvolta nel turpiloquio) con cui sbeffeggia senza alcuna vergogna qualunque personaggio famoso oppure grida la rabbia – sua e spesso della gente comune – nei confronti delle tante cose che non funzionano nella società: dalla politica alla quotidiana burocrazia ai giovani che vengono fatti crescere troppo in fretta e senza un minimo di educazione.
Stiamo parlando ovviamente di Franca Valeri e Luciana Littizzetto, donne apparentemente molto diverse ma unite dallo sguardo comico con cui osservano tutto ciò che le circonda. Insieme hanno infatti scritto un libro molto gradevole, L’educazione delle fanciulle. Dialogo fra due signorine perbene, pubblicato lo scorso novembre dalla Einaudi, in cui chiacchierano sull’essere donna, sulle differenze fra l’educazione e i sogni delle ragazze di un tempo e quelle di oggi, attraverso ricordi, riflessioni e il racconto di esperienze personali che offrono al lettore simpatici aneddoti sulla vita delle due autrici. Tanti gli argomenti trattati: l’amore, il primo appuntamento, l’educazione sessuale, l’istruzione, la maternità, la casa, l’abbigliamento, la coppia, il lavoro, la chirurgia estetica, gli uomini ed altri ancora. La scrittura della Valeri e della Littizzetto rispecchia perfettamente il loro stile e il loro carattere: elegante e talvolta ermetica quella della prima, quotidiana e simile al parlato quella della seconda. Il libro, lungo un centinaio di pagine, scivola via scorrevolmente e piacevolmente, regalando sorrisi e spunti di riflessione a lettrici e lettori.

L’educazione delle fanciulle. Dialogo fra due signorine perbene
di Luciana Littizzetto e Franca Valeri
a cura di Samanta Chiodini
Einaudi, 2011
pp. 112
€ 10,00

Clarissa Egle Mambrini