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NOVARA – Mancava dal 1982 la Norma sul palco del Coccia, dove è finalmente tornata in scena il 6 e l’8 dicembre in un allestimento del Teatro Regio di Torino prodotto dalla Fondazione novarese. Celebre per l’aria Casta Diva, che risuona nelle orecchie di chiunque da decenni nell’immortale interpretazione di Maria Callas (il cui novantesimo anniversario di nascita, 2 dicembre, cadeva proprio nella settimana di messinscena di questa opera), Norma, vuoi per l’insormontabile e temibile paragone cui è chiamata la soprano protagonista con la “Divina”, vuoi per la difficoltà generale della partitura – risultata innovativa infatti all’epoca in cui fu scritta (1831), tanto da essere considerata un modello per le composizioni successive di altri autori – non è purtroppo fra i titoli lirici più rappresentati, così come altri di Vincenzo Bellini, e ad essa solitamente si preferiscono i lavori di Verdi e Puccini. Un doveroso plauso quindi alla decisione del teatro novarese di offrire al proprio pubblico un’opera di cui si sentiva la mancanza, proseguendo nella scelta intrapresa fin dall’anno scorso di riportare in scena melodrammi assenti da troppo tempo dal palco del Coccia.
A differenza del Macbeth verdiano che il 4 ottobre ha inaugurato la stagione affidandosi ad un outsider come Dario Argento, per la Norma ci si è avvalsi della regia classica e tradizionale di Alberto Fassini, ripresa da Vittorio Borrelli, che non ha regalato sorprese sia per quanto riguarda l’allestimento in generale, fedele al libretto di Felice Romani e all’ambientazione originale in Gallia, sia per quanto concerne la recitazione dei cantanti, spesso poco dinamica. Va anche detto, però, per dovere di cronaca, che le prove sono state funestate da malanni di stagione, tanto che il ruolo della protagonista è stato assegnato ad Alessandra Rezza a soli quattro giorni dal debutto, chiamata a sostituire Maria Billeri. Ciononostante, lo spettacolo si è rivelato vincente e assai riuscito, graditissimo al pubblico che ha ricoperto i cantanti, l’orchestra e il direttore di spontanei e scroscianti applausi in diversi momenti della serata a partire dall’Ouverture, di cui è stato richiesto il bis, fino al tripudio finale.

Foto di Mario Mainino

Foto di Mario Mainino

L’interpretazione del soprano Alessandra Rezza nei panni della sacerdotessa Norma non è stata forse da brivido, ma comunque positiva e ha superato senza problemi i punti più insidiosi. Considerato inoltre il pochissimo tempo in cui si è preparata a questo allestimento non si può non lodarla ed ammirare lei e i numerosi cantanti lirici che con professionalità e sacrificio spesso si ritrovano da un giorno all’altro a sostituire un collega, magari nel bel mezzo delle prove di uno spettacolo di tutt’altro tipo.
Potente e squillante il tenore Roberto Aronica (Pollione), molto apprezzato infatti dal pubblico, così come la mezzosoprano Veronica Simeoni nel ruolo di Adalgisa, che ha regalato momenti di intensa emozione sia nel canto sia nell’interpretazione, specialmente nei duetti con la protagonista. Bellini, proprio per sottolineare la complicità di questi due personaggi, scelse di affiancare al ruolo principale, sostenuto da una soprano, un’altra soprano, il che era insolito, poiché abitualmente alla protagonista soltanto spettava il registro più alto, mentre la figura femminile a lei in qualche modo antagonista doveva essere una mezzosoprano. Come spiegato da Roberto Tagliani dell’Associazione “Pazzi per l’Opera”  durante l’incontro preparatorio alla Norma, tenutosi il 4 dicembre al Piccolo Coccia, il volere del compositore fu presto disatteso e solo a partire dagli anni ’70 del ‘900 si è ripreso – seppure non sempre – ad ingaggiare un soprano anche per la parte di Adalgisa.
Buone le prove anche degli altri cantanti, il basso Luca Tittoto (Oroveso), il tenore Giacomo Patti (Flavio) e la mezzosoprano Alessandra Masini (Clotilde), e del Coro Schola Cantorum San Gregorio Magno diretto da Mauro Rolfi, sebbene mi sia parso debole in alcuni punti.

Foto di Mario Mainino

Foto di Mario Mainino

Trascinante la direzione di Matteo Beltrami, adorato dal pubblico, ed entusiasmante l’esecuzione dell’Orchestra Filarmonica del Piemonte.
Efficace ed essenziale la scenografia di William Orlandi, dominata da imponenti lastre di pietra che all’occorrenza sparivano per lasciare spazio ad altre location la cui “povertà” di elementi era arricchita dalle luci di Amerigo Anfossi. Classici i costumi (sempre di Orlandi). Forse si poteva fare a meno delle parrucche bionde e boccolose per Adalgisa e le ancelle di Norma, un po’ troppo finte per sembrare credibili. Dalle foto della replica pomeridiana dell’8 dicembre pare però che almeno ad Adalgisa si sia risparmiata questa mise da bambola.

Un appunto finale su orchestrali e spettatori: è così faticoso, terminato uno spettacolo, restare al proprio posto ancora per cinque, dieci minuti, attendere che gli artisti (fra cui l’orchestra stessa) ricevano tutti gli applausi che si sono meritati e solo dopo, a sipario chiuso definitivamente, alzarsi e andarsene?

 

Prossimo appuntamento con la lirica il 17 e il 19 gennaio con la Tosca di Giacomo Puccini.

 

6 e 8 dicembre 2013 – Teatro Coccia, Novara
NORMA
Tragedia lirica in due atti di Vincenzo Bellini
su libretto di Felice Romani
Con Alessandra Rezza (soprano, Norma), Roberto Aronica (tenore, Pollione), Veronica Simeoni (mezzosoprano, Adalgisa), Luca Tittoto (basso, Oroveso), Giacomo Patti (tenore, Flavio),  Alessandra Masini (mezzosoprano, Clotilde)
Maestro concertatore e Direttore Matteo Beltrami
Regia Alberto Fassini ripresa da Vittorio Borrelli
Scene e costumi William Orlandi
Maestro del Coro Mauro Rolfi
Orchestra Filarmonica del Piemonte
Coro Schola Cantorum San Gregorio Magno
Assistente alla Regia Emiliana Paoli
Datore Luci Amerigo Anfossi
Direttore di Scena Helenio Talato
Maestri Collaboratori Mirco Godio, Alba Pepe, Elisa Triulzi
Allestimento del Teatro Regio di Torino
Produzione Fondazione Teatro Coccia

 

Spettacolo visto venerdì, 6 dicembre 2013

 

Clarissa Egle Mambrini

 

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NOVARA – Da alcuni anni in tutto il mondo il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria per ricordare le vittime del nazismo. A Novara, quest’anno, si è deciso di farlo con un’interessante iniziativa che ha coinvolto una settantina di bambini e ragazzi fra i 6 e i 16 anni nella realizzazione di un’opera cecoslovacca, Brundibár, composta proprio durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo spettacolo è andato in scena al Coccia domenica pomeriggio (Giornata della Memoria) di fronte ad un folto pubblico costituito per lo più da famiglie e lunedì mattina per gli studenti delle scuole elementari e medie inferiori.
L’opera racconta di due fratellini, Pepícek e Aninka, che, per procurarsi i soldi necessari a comprare il latte alla mamma malata, decidono di cantare al mercato sperando di raggranellare qualcosa, ma vengono mandati via dal malvagio suonatore d’organetto Brundibár. I due però, grazie all’aiuto «di un impavido passero, di un astuto gatto, di un saggio cane e dei bambini del paese», riescono a scacciarlo e a cantare infine nella piazza del mercato. La storia è ovviamente simbolica: Brundibár infatti rappresenta Hitler e con esso tutte le dittature, il potere e le guerre, contro i quali si leva il canto di ribellione e di speranza intonato da questi bambini.

COCCIA BRUNDIBAR 1
I giovanissimi solisti e coristi dell’allestimento andato in scena al Coccia appartengono all’Accademia di canto e musica da camera M. Langhi di Novara, da diversi anni presenza fissa nella stagione lirica del teatro al fianco dei cantanti professionisti e protagonista già nel febbraio 2011 di Ghirlino, opera di formazione scritta da Luigi Ferrari Trecate più o meno negli stessi anni di Brundibár. Unico interprete adulto il basso Massimiliano Galli, nei panni ovviamente del cattivo suonatore d’organetto, che è comparso in scena uscendo dalla buca del suggeritore, inizialmente manovrato dai bambini come un burattino nelle loro mani. A dirigere le prodezze canore dei piccoli il loro Maestro Alberto Veggiotti, in questa occasione anche direttore degli altrettanto giovani musicisti delle Orchestre UECO e Accademia M. Langhi, guidate dalle violiniste Greta e Suela Mullaj, mentre responsabile della regia e della ideazione scenica è stata Emiliana Paoli, anch’essa “vecchia” conoscenza del Coccia, con cui ha collaborato come regista e assistente regista in diverse produzioni, facendosi apprezzare soprattutto per la bravura nel lavorare con i bambini (ricordiamo La Bohème nel novembre 2007, Cavalleria Rusticana e Pagliacci nel febbraio 2010, il suddetto Ghirlino e tutte le opere della scorsa stagione, solo per citare alcuni titoli). A completare il già nutrito cast le ginnaste della Società Ginnastica Pro Novara dirette da Michela Fitto e le ballerine di Studio Danza dirette da Alida Pellegrini, che hanno deliziato il pubblico con acrobazie e coreografie.
Come confermatoci dalla stessa Emiliana Paoli, non trattandosi di un allestimento di routine, cioè riguardante un’opera rappresentata da professionisti, la preparazione di Brundibár (e con ciò intendiamo riferirci principalmente al lavoro svolto con cantanti, coro e orchestra. L’ideazione di scenografie e costumi solitamente viene fatta con buon anticipo anche negli allestimenti abituali) è durata alcuni mesi, non solo i classici dieci o quindici giorni: le prove infatti sono iniziate lo scorso ottobre, impegnando bambini e ragazzi ogni due fine settimana in un lavoro in divenire, poiché sia la parte musicale sia quella registica venivano costruite man mano proprio in quel frangente, mentre nella settimana precedente il debutto le prove si sono svolte tutti i giorni, dalle 17 alle 21. Nel caso di Brundibár, così come con qualsiasi altro spettacolo realizzato con dei ragazzi, «non c’era l’attore che arriva già con la parte pronta per le tante volte in cui l’ha recitata: qui era tutto da costruire, ed era più facile perché così avevo l’opportunità di vedere realmente in scena quello che io, regista, volevo vedere e comunicare. È stato un lavoro molto gratificante, perché tutto quello che succedeva sul palco sapevo di avercelo messo io».
Un grande impegno, quindi, quello in cui si sono profusi questi giovanissimi per realizzare lo spettacolo, probabilmente anche sacrificando ore di gioco e uscite con gli amici. Penso siano da ammirare, che siano un esempio per i loro coetanei e per i troppi adulti – genitori e insegnanti compresi – sempre più indifferenti all’importanza della memoria storica e della cultura. Sono certa che un’esperienza simile sia stata altamente formativa per loro, esibitisi come piccoli, grandi professionisti, con una passione ed un entusiasmo che hanno colmato alcune trascurabilissime imprecisioni, forse dovute anche alla comprensibile ed immancabile emozione.

COCCIA BRUNDIBAR 2

La genesi di Brundibár ha tra l’altro una storia molto particolare, che è doveroso ricordare per apprezzarne ulteriormente il valore e il significato. Si tratta di un’opera per bambini in due atti scritta da Hans Krása su libretto di Adolf Hoffmeister nel 1938 e rappresentata per la prima volta all’orfanotrofio ebraico di Praga nel 1942, quando il compositore e lo scenografo Frantisek Zelenka erano già stati deportati nel campo di raccolta di Terezin. L’anno successivo tutti i membri del coro e il personale dell’orfanotrofio furono a loro volta deportati a Terezin (solo Hoffmeister fece in tempo a fuggire) e a quel punto Krása ricostruì a memoria la partitura adattandola agli strumenti disponibili nel campo – chitarra, clarinetto, contrabbasso, fisarmonica, flauto, percussioni, pianoforte, quattro violini e un violoncello – , mentre Zelenka ridisegnò le scenografie e Camilla Rosenbaum curò le coreografie. Nacque così una nuova versione di Brundibár che andò in scena il 23 settembre, con diverse repliche fino al 1944, quando fu anche rappresentata nel corso di un’ispezione della Croce Rossa e in un’altra occasione filmata per una pellicola di propaganda nazista. Nel documentario Voices of the children di Zuzana Justman – una delle piccole coriste di Terezin – si trovano le immagini relative a quella registrazione, in cui compare anche Ela Weissberger, che all’epoca vestiva i panni del Gatto. Pochi dei partecipanti alla prima di Terezin sopravvissero all’Olocausto: la maggior parte – compreso Krása – morì ad Auschwitz.
L’allestimento curato dalla Paoli ha voluto in qualche modo ricordare il fatto che Brundibár nacque in un campo di concentramento, ideando una scenografia essenziale (per cui ci si è serviti anche di videoproiezioni) costituita da elementi che simboleggiavano alcune caratteristiche di quel luogo infernale e che magicamente poi si trasformavano nei negozi della piazza del mercato. Un contrasto sottolineato dalle scelte cromatiche: dalle tonalità cupe di scene, luci e costumi del prologo, in cui i piccoli attori, sulle note del celebre tema strappalacrime composto da John Williams per il film Schindler’s list, entravano nel campo di concentramento, venivano costretti a spogliarsi dei poveri abiti e separati gli uni dagli altri, si è poi passati ai colori caldi e luminosi dell’opera vera e propria, in cui i bambini stessi, come in un sogno, si sono riappropriati dei propri vestiti, hanno allestito il palcoscenico e hanno messo in scena la favola, per tornare infine alla desolazione del campo di concentramento però con una nuova consapevolezza. «Termina la rappresentazione», si legge nelle note di regia, «e torna il “controllo”, ci si risveglia dal sogno, il sipario si chiude e la storia finisce; ma immediatamente si riapre su di un nuovo giorno, su una realtà che comunque è cambiata perché il vissuto della notte acquista valore reale; sconfiggere nella finzione Brundibár regala una sensazione positiva, qualcosa è mutato nella coscienza. Brundibár è sì un racconto di fame e desolazione, ma è anche un messaggio di speranza, è la vittoria dell’unione sull’arroganza del potere».

Foto di Mario Finotti
All’inizio e alla fine dello spettacolo sono state lette e proiettate sul fondale alcune toccanti parole della sopravvissuta Ela Weissberger: «Quando noi cantavamo, dimenticavamo la fame, dimenticavamo dove fossimo. Quando eravamo in scena, sul palco, dimenticavamo ogni cosa. E quando, alla fine, cantavamo la canzone della vittoria, immaginavamo di aver sconfitto Hitler. C’era tanto potere in questa musica…». Nella recita di domenica pomeriggio, inoltre, al termine dell’opera sono state lette le testimonianze di alcuni sopravvissuti al campo di Terezin, interpretate da coppie costituite da bambino e adulto rappresentanti lo stesso personaggio com’era allora e com’è adesso.
Ottima iniziativa, quindi, questa, per ricordare ancora una volta l’atrocità dei campi di sterminio e del genocidio degli ebrei. Sarebbe buona cosa, però, che sia a scuola sia altrove ai bambini e agli adulti si ricordassero anche gli altri stermini di massa che hanno insanguinato il genere umano, taciuti e dimenticati perché – come affermano gli stessi storici – la Storia la scrivono i vincitori ma purtroppo spesso anche i vincitori hanno commesso crimini disumani.

 
27 e 28 gennaio 2013 – Teatro Coccia
BRUNDIBÁR
Opera per bambini in due atti su libretto di Adolf Hoffmeister
Versione Terezin 1943
Musica di Hans Krása
 
Solisti e Coro di Voci Bianche a cura dell’Accademia M. Langhi
Basso Massimiliano Galli

Orchestra Ueco Junior e Orchestra dell’Accademia M. Langhi
Violini solisti Greta e Suela Mullaj

Maestro del Coro e Direttore d’orchestra Alberto Veggiotti
Direzione musicale a cura di Marina Goggi
Regia e idea scenica Emiliana Paoli
 
Movimenti coreografici in collaborazione con
A.S.D. Società Ginnastica Pro Novara 1881
Responsabile tecnico Michela Fitto
Studio Danza Novara A.S.D.
Direttore Alida Pellegrini

Lighting Designer Ivan Pastrovicchio
Maestri Collaboratori Ivan Magnelli, Alba Pepe, Matteo Spina
Allestimento scenico e costumi Fondazione Teatro Coccia

Coproduzione Fondazione Teatro Coccia e Accademia di canto e musica da camera M. Langhi

 
Spettacolo visto domenica, 27 gennaio 2013

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Mario Finotti, Fondazione Teatro Coccia.
Per le dichiarazioni rilasciate da Emiliana Paoli si ringrazia Serena Galasso, Addetta Stampa del Teatro)