Category: Storia


6892716-MHo appena finito di leggere Caro Michele, dopo anni che il libro (come tanti altri) giaceva nella mia libreria personale in attesa che arrivasse il momento giusto per essere letto.

Sarà forse superfluo e scontato dirlo, poiché si abusa molto di espressioni quali “di attualità” e “attuale”, ma ciò che più mi ha colpito di questo romanzo scritto nel 1973 da Natalia Ginzburg (1916-1991) è proprio la disarmante attualità dei personaggi ed in particolare del protagonista che dà il titolo all’opera. Michele, perennemente assente, distante, colui a cui tutti si rivolgono nell’illusione di mantenere un legame che in realtà è sempre stato incostante e momentaneo, basato su qualcosa di poco chiaro e fugace. Fugace come lui, in perenne movimento da un posto all’altro, a dimostrazione di un’inquietudine di fondo che lo rende incapace di creare qualcosa di duraturo.

Come scrive il suo amico Osvaldo nell’ultima lettera che compone il romanzo, Michele è uno che «va avanti senza mai voltare la testa indietro». E prima ancora afferma: «È un ragazzo. I ragazzi oggi non hanno memoria, e soprattutto non la coltivano, […] anche Michele non aveva memoria o meglio non si piegava mai a respirarla e coltivarla». Non sembra di sentire la descrizione dei ragazzi di oggi, del nuovo millennio? Anzi, sempre più spesso ormai con questo “ritratto” è possibile indicare tante persone che giovani non sono più, ma forse credono di esserlo ancora anche grazie al fatto di non pensare al passato, perché quello è “da vecchi” e perché passato e futuro paiono due termini inconciliabili. Sono quelli che erano ragazzi nel 1973 e soprattutto negli anni e nei decenni successivi, attori di una perdita collettiva di memoria storica ed individuale che oggi ci ha trasformati in tante piccole isole, separate l’una dall’altra da un mare sempre più vasto. («Ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi…», verrebbe da canticchiare per sdrammatizzare la situazione).

Con questo romanzo dunque la Ginzburg ha tratteggiato non solo una generazione che allora si affacciava al mondo, ma le generazioni di lì a venire. E lo ha fatto utilizzando la forma epistolare, che rende ancora più evidenti il vuoto relazionale e l’incomunicabilità dilagante fra i vari personaggi oltre ad essere per noi un mezzo di comunicazione purtroppo caduto in disuso per lasciare spazio a mezzi più veloci e sbrigativi che difficilmente permettono un vero e approfondito dialogo.

La scrittrice non fu certo la prima ad affrontare tematiche simili (basti pensare alla celebre “Trilogia dell’incomunicabilità” di Michelangelo Antonioni nei primi anni Sessanta), però quanta triste amarezza leggendo queste pagine…

 

Clarissa Egle Mambrini

Sali d'argento - Tina ModottiSali d’argento – Lo straordinario viaggio di Tina Modotti ovvero quasi 500 pagine di pura passione. La passione che ha spinto l’autore, Luca De Antonis, a romanzare la vita di questa donna letteralmente “fuori dall’ordinario” (una vita che comunque già di per sé ha avuto tanti elementi romanzeschi) e la passione con cui la protagonista ha vissuto dal primo all’ultimo giorno.

Non sapevo nulla di lei prima dell’uscita di questo libro (divorato in due settimane!) e ho scoperto un personaggio estremamente affascinante ed unico, una donna libera, indipendente, determinata, curiosa, che è passata da un lavoro all’altro, da un Paese all’altro e da un continente all’altro ricominciando da capo mille volte, in un periodo storico in cui l’emancipazione femminile era ancora un concetto molto distante e in cui essere una donna di questo tipo era indubbiamente più difficile di oggi (non che ai giorni nostri sia una passeggiata, ma questa è un’altra faccenda che merita un discorso a parte).

Operaia in una filanda, attrice, modella e poi a sua volta fotografa – mestiere con cui raggiunse la fama internazionale e a cui infatti si riferisce il titolo del romanzo – e infine militante comunista. Dal natio Friuli si spostò in Austria, Stati Uniti, Messico, Germania, Russia, Francia, Spagna per poi tornare nuovamente in Messico, dove morì a soli 45 anni. Nel suo continuo peregrinare conobbe personaggi altrettanto straordinari, fra i quali Frida Kahlo e Diego Rivera, e visse da protagonista alcuni degli eventi che hanno fatto la storia del XX secolo come per esempio la Guerra Civile Spagnola, dove fu impegnata a soccorrere le vittime del conflitto come membro del Soccorso Rosso Internazionale al fianco delle milizie repubblicane.

«Una vita, quella di Tina Modotti, che è stata analizzata in varie biografie, le quali talvolta si fermano ai limiti della leggenda nella quale sembra essersi avviata, e talora li oltrepassano, per rappresentare una figura estrema ed estremista, la cui dedizione ad una causa politica ne condizionava completamente l’esistenza, trasformandola in una sorta di suora laica oppure all’opposto, in una spia che perseguiva fini occulti. L’autore ha scelto di narrare la sua storia nella dimensione del romanzo, proprio con l’intento di restituirle, su questo terreno, quell’umanità che la storiografia ha spesso alterato o negato. Questa è, innanzitutto, la storia di una donna.», si legge nel risvolto di copertina.

E, come accade nei lavori di Luca De Antonis, la storia del singolo diventa occasione per raccontare anche la Storia in un modo coinvolgente e appassionante, come difficilmente succede fra i banchi di scuola. A tal proposito ho trovato molto interessante le numerose pagine dedicate proprio alla Guerra Civile Spagnola, narrata con dovizia di particolari anche per quanto riguarda le divisioni interne ai comunisti.

Come già nel caso di Miele e Kerosene, opera prima di Luca vincitrice di alcuni premi, pubblicata nel 2009 da Paola Caramella Editrice e dedicata a Joséphine Baker, Sali d’argento dimostra di essere frutto di meticolose ricerche degne di un vero e proprio saggio, di una cultura che non ci costruisce solo sui libri ma deriva dalle esperienze della vita nonché di creatività e di una profonda sensibilità nei confronti dell’animo femminile.

De Antonis, che lavora per la Regione Piemonte come tecnico esperto per la sistemazione territoriale e ambientale, nel 2011 ha inoltre scritto Donne con le ali, romanzo a sfondo storico riguardante le vite avventurose delle principali pioniere dell’aeronautica civile dall’inizio del Novecento agli anni Trenta. Devo ancora leggerlo, ma sicuramente non mi deluderà.

 

Sali d’argento – Lo straordinario viaggio di Tina Modotti
di Luca De Antonis
Rayuela Edizioni, 2014

 

Clarissa Egle Mambrini

PENTAX Image

Un momento della presentazione a Mortara lo scorso anno

In occasione della rassegna Mortara Letteraria 2015,  sabato 3 ottobre alle ore 17.30 presso la Libreria Le mille e una pagina in Corso Garibaldi 7 a Mortara (PV) sarò nuovamente presente per riproporre il mio saggio Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano (ed. Lampi di stampa, 2013). Questa volta però, a differenza dell’anno scorso, il volume sarà un punto di partenza per un vero e proprio reading durante il quale saranno letti e recitati delle scene tratte da alcune famose opere rappresentate dal regista (I giganti della montagna, La tempesta, L’opera da tre soldi e ovviamente Arlecchino servitore di due padroni) e brani estrapolati dal libro stesso, che invece parla delle esperienze giovanili di Strehler antecedenti la fondazione del Piccolo nonché delle sue prime regie. A dare voce alle pagine strehleriane saranno Laura Fedigatti e gli attori Lorella Carisio, Ivana Timpanaro, Gianni Pea della compagnia “I Riso e Amaro” di Marta Comeglio.

Clarissa Egle Mambrini

Copertina IL GIOVANE STREHLERIn occasione dello spettacolo Non chiamatemi maestro di e con Corrado d’Elia, liberamente ispirato agli scritti e alle testimonianze di Giorgio Strehler, che sarà in scena dal 21 al 30 settembre al Teatro Libero, giovedì 24 settembre alle ore 18.30 si terrà la presentazione del mio libro Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano (ed. Lampi di stampa, 2013).

Un’occasione per ricordare il grande regista triestino e svelare anche le sue esperienze giovanili antecedenti la fondazione del Piccolo.

Insieme a me e a Corrado d’Elia interverranno Giancarlo Dettori e Maria Grazia Gregori.

Clarissa Egle Mambrini

In scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 2 novembre Farà giorno. SPETTACOLO DA NON PERDERE!!! Per l’occasione ribloggo la mia recensione dello scorso anno.

Across the universe

NOVARA – Farà giorno è uno spettacolo che apre la mente e il cuore, di quelli che, tra un sorriso e una lacrima, toccano l’anima e rimangono indelebili nella memoria di chi ha avuto il piacere di assistervi. Peccato vedere dei posti vuoti (troppi!) al Teatro Coccia la sera del debutto nazionale lo scorso 9 novembre, tanto più se si considera che protagonista dell’evento era niente meno che Gianrico Tedeschi (93 anni di cui più di 60 di carriera), ma per fortuna gli spettatori presenti si sono fatti sentire applaudendo lungamente gli attori al termine della serata con un affetto e un calore spesso rari per i novaresi, prova quindi della perfetta riuscita di questo allestimento diretto da Piero Maccarinelli.

Foto di Piero Pesce Foto di Piero Pesce

Superfluo dire della bravura di Tedeschi, che ha recitato per più di due ore con un carisma e una vitalità a dir poco invidiabili. Non sono…

View original post 526 altre parole

MILANO – Ancora pochi giorni per visitare l’interessantissima mostra 1924-2014 – La RAI racconta l’Italia, allestita al palazzo della Triennale dallo scorso 29 aprile. Ricca di quadri, fotografie, bozzetti, libri, documenti, costumi, attrezzatura degli studi radiofonici e televisivi, ma soprattutto di contributi audio e di filmati ormai passati alla storia, così tanti che se si volessero sentire e vedere tutti si potrebbero trascorrere lì giornate intere. Personalmente invece ci ho passato “solo” 3 ore, concentrandomi sugli argomenti di mio interesse.

SONY DSC

Ho trovato molto affascinante ripercorrere la storia del nostro Paese attraverso la storia della RAI, nata come URI (Unione Radiofonica Italiana) nel 1924, poi trasformatasi in EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) e infine in RAI (Radio Audizioni Italiane). Uno spettacolo per gli occhi, che incanta specialmente noi donne, è sicuramente costituito dalla sezione dedicata agli abiti da favola indossati da Mina, Sandra Mondaini, Raffaella Carrà, Lorella Cuccarini e da altri volti noti del piccolo schermo, fino ad arrivare ad un delizioso abitino sfoggiato da Luciana Littizzetto al Festival di Sanremo 2013. Ma le emozioni più grandi sono date, secondo me, dagli estratti radiofonici, fra i quali si possono ascoltare veri pezzi di Storia, come la dichiarazione di guerra fatta da Mussolini il 10 giugno 1940, l’assassinio di JFK a Dallas nel 1963, la telefonata con cui le Brigate Rosse informavano di aver ucciso Aldo Moro e davano le indicazioni su dove cercare il corpo. E anche l’indimenticabile personaggio di Mario Pio inventato da Alberto Sordi prima di diventare una stella del cinema, le canzonette degli anni Trenta e Quaranta, i messaggi in codice di Radio Londra e tantissimo altro ancora. Fra i filmati più interessanti, si possono scovare invece le trasmissioni Studio Uno condotta da Mina, Non è mai troppo tardi condotta dal maestro Alberto Manzi (programma che insegnò l’italiano a molte persone), alcuni sceneggiati interpretati da attori di prim’ordine (altra caratteristica pedagogica della televisione di allora), le inchieste di Mario Soldati e quelle di Sergio Zavoli… Insomma, chi più ne ha più ne metta. Mi è spiaciuto non trovare nulla sul Trio Lopez-Marchesini-Solenghi, che ha fatto ridere più di una generazione fra anni Ottanta e Novanta e che ancora oggi è adorato e ricordato da molti, ma magari nell’enorme quantità di materiale mi è sfuggito qualcosa.

MINA-BY-PASCUTTINI-2

Unica pecca di questo allestimento è data dal fatto che non ci sia nulla per sedersi ogni tanto e ricaricarsi: dovendo infatti stare a lungo fermi in piedi nello stesso punto per ascoltare o vedere qualcosa, gambe e schiena potrebbero risentirne. Tuttavia, essendo la mostra ad ingresso gratuito (sì, incredibile, tutta questa “roba” senza pagare nulla!), potreste anche fare una pausa nel vicinissimo Parco Sempione e poi ritornare ritemprati per continuare a gustarvela.

 

Triennale di Milano, 29 aprile – 15 giugno 2014
1924-2014 – La RAI racconta l’Italia
Orari: martedì-domenica dalle 10.30 alle 20.30, giovedì dalle 10.30 alle 23.00
Ingresso libero

 

Clarissa Egle Mambrini

 

NOVARA – Sabato 17 maggio alle ore 19.30 nella sede dell’Associazione “RI-NASCITA” in via Rosselli 3 si terrà un incontro di storia locale con il professor Dorino Tuniz dal titolo L’Ospedale Maggiore della Carità e la parrocchia di San Michele.

Si legge nel comunicato stampa: «L’ Ospedale della carità fu una delle strutture destinate ad assumere nel tempo una sempre maggiore rilevanza, testimoniato almeno dal secolo XII nel borgo di Sant’Agabio, accanto alla chiesa di San Michele, che diede inizio a una assistenza stabile, estesa anche ai bambini “esposti”».

Alla lezione seguirà il consueto rinfresco.

Ingresso con tessera associativa.

Per informazioni, contattare Delia e Paolo 334.6647702 – 338.8096290.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

THE FLOWERS OF WAR (I FIORI DELLA GUERRA)
Regia: Zhang Yimou
Genere: drammatico, storico
Soggetto: tratto dal romanzo I tredici fiori della guerra di Geling Yan
Sceneggiatura: Liu Heng, Yan Heng
Cast: Christian Bale (John Miller), Ni Ni (Yu Mo), Xinyi Zhang (Shujuan Meng), Tong Dawei (Maggiore Li), Paul Schneider (Terry), Tianyuan Huang (George), Atsuro Watabe (Colonnello Hasegawa), Kefan Cao (Mr. Meng)
Fotografia: Xiaoding Zhao
Montaggio: Peicong Meng
Musiche: Qigang Cheng
Scenografia: Yohei Taneda
Costumi: William Chang, Graciela Mazòn
Produzione: Zhang Yimou, Zhang Weiping, William Kong e Beijing New Picture Film Co. – Cina, 2011
Durata: 146 minuti

 

Siamo nel pieno della Seconda Guerra Sino-Giapponese, è il 13 dicembre 1937 e le truppe nipponiche arrivano ad assediare la capitale cinese, Nanchino. Nella città piena di macerie si incrociano i destini di persone diversissime fra loro, che si trovano a rifugiarsi in una chiesa cattolica, ancora per poco zona franca: John Miller, becchino americano venuto per seppellire Padre Engelmann, le giovanissime studentesse del collegio e altrettante prostitute, l’orfano George e un giovane soldato in fin di vita. Inizialmente ognuno pensa a salvare se stesso e la convivenza forzata inasprisce i conflitti, ma ben presto l’atrocità della guerra e la disumanità degli invasori costringono i personaggi, pur nelle loro diversità, ad aiutarsi l’un l’altro fino all’eroico sacrificio finale.

I-fiori-della-guerra-di-Zhang-Yimou_h_partb

Uscito in Cina nel 2011, presentato fuori concorso al Festival di Berlino nel 2012 e candidato al Golden Globe e all’Oscar  come migliore film straniero in quello stesso anno, I fiori della guerra di Zhang Yimou in Italia è circolato solo in home video a partire dallo scorso febbraio ed è poi stato trasmesso in prima serata dalla Rai una decina di giorni fa. Un peccato che l’opera di un regista così famoso e apprezzato sia stata snobbata dal circuito delle nostre sale cinematografiche, soprattutto tenendo conto del fatto che si presta assai di più ad una visione sul grande schermo piuttosto che su quello del televisore casalingo.

La pellicola non manca di retorica ed è costituita da un struttura e da diversi elementi tipici del cinema epico/patriottico hollywoodiano oltre che da qualche lungaggine di troppo, specialmente nella seconda parte: questi i motivi addotti da alcuni per bocciare il film o per non promuoverlo a pieni voti. Personalmente, nonostante anch’io abbia riscontrato questi “difetti”, ho invece molto apprezzato I fiori della guerra, che mi ha permesso di conoscere fatti della storia recente a me totalmente sconosciuti. Pur non essendo un’esperta della filmografia di Zhang Yimou (lacuna a cui spero di rimediare quanto prima), ritengo inoltre che il regista cinese non abbia tradito il proprio stile estetico, con cui è riuscito anche in questo caso a donare a molte scene il fascino e i colori di opere pittoriche, indugiando talvolta su particolari impensabili e rendendo il cinema uno spettacolo soprattutto di immagini, iniettando così barlumi di bellezza e di eleganza nel grigio scenario di devastazione in cui si colloca la vicenda narrata.

_MG_8503.jpg

Tratto dal romanzo I tredici fiori della guerra della scrittrice Geling Yan, a sua volta ispirato ad una storia vera, il film prende le mosse dal libro condendo la vicenda di elementi più accattivanti dal punto di vista cinematografico e servendosi di una star hollywoodiana come l’attore britannico Christian Bale per il ruolo del protagonista, John Miller (assente nel romanzo), mentre tutta la vicenda è narrata dalla studentessa Shujuan (zia della Yan), interpretata da Xinyi Zhang. Nonostante sia la voce narrante e quindi il personaggio dal punto di vista del quale teoricamente vengono mostrate le varie vicissitudini, è però spodestata nel ruolo di coprotagonista al fianco di Bale dalla bella e conturbante Ni Ni (classe 1988) nei panni di Yu Mo, il fiore più pregiato fra le prostitute rifugiatesi nel collegio.

NI NI_i-fiori-della-guerra_28077

Tralasciando le nette suddivisioni di sapore patriottico in buoni e cattivi, in vittime e carnefici, in eroi e vigliacchi che abusano del proprio potere, dove i primi sono Cinesi e i secondi Giapponesi, secondo me I fiori della guerra ha il pregio di trasmettere un messaggio universale, raccontando e mostrando la deriva morale e disumanizzante cui purtroppo porta ogni guerra e di cui spesso pagano le conseguenze soprattutto le donne, senza dimenticare che l’assedio di Nanchino è davvero noto alle cronache per l’efferatezza con cui l’esercito nipponico si scagliò sulla popolazione civile, stuprando e trucidando chiunque senza pietà, così come accade in alcune scene del film che non risparmiano sangue e crudeltà allo spettatore.

I-fiori-della-guerra-con-Christian-Bale

È così che la castità virginale delle studentesse coperte da lunghe divise scure, contrapposta alla sensualità esibita delle prostitute abbigliate invece in modo sgargiante e sempre truccate e ben pettinate, diventa metafora di una purezza sporcata dall’atrocità della guerra, ma anche un valore che vale la pena difendere a costo della propria vita. Cosicché saranno Yu Mo e le sue compagne a sacrificarsi per permettere alle ragazzine di avere una nuova esistenza, quella che nemmeno loro hanno potuto avere.

 

 

 

Clarissa Egle Mambrini

 

 

A quasi tre mesi dall’uscita, qualche sera fa ho potuto finalmente vedere quel piccolo gioiello che è La mafia uccide solo d’estate, pellicola d’esordio di Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, veejay di MTV, inviato del programma “Le Iene”, autore televisivo, scrittore e già aiuto regista per Franco Zeffirelli e Marco Tullio Giordana.
Attraverso lo sguardo di Arturo, la sua infantile idolatria per Giulio Andreotti e i suoi vani tentativi per conquistare il cuore dell’amica Flora, il film racconta con leggerezza ed ironia vent’anni di mafia a Palermo, a partire dalla strage di Viale Lazio del 10 dicembre 1969 fino ad arrivare alle bombe di Capaci e di Via Adamelio del 1992.download
I sorrisi strappati al pubblico con garbo e raffinatezza non sono disgiunti però da momenti tristi e commoventi, che, anche grazie a filmati d’epoca, ricordano come un monito perenne la spietatezza della mafia e soprattutto la sua maschera di “normalità” che le ha permesso di infiltrarsi come un cancro incurabile nella vita quotidiana della gente comune per tanto (troppo) tempo. Il maggior merito di questo film, infatti, sta forse proprio in questo: nel mostrarci la “convivenza” a Palermo tra mafiosi, servitori dello Stato (veri o presunti) e le persone più o meno oneste e la passiva accettazione di tutto ciò (oltre alla conseguente omertà). Senza retorica e senza risultare ripetitivo rispetto alle numerose pellicole finora prodotte sull’argomento, La mafia uccide solo d’estate, vincitore del Premio del Pubblico al Torino Film Festival, riesce ad emozionare in profondità lo spettatore, ricordando gli “eroi” umani e semplici morti per combattere Cosa Nostra (Boris Giuliano, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), la collusione fra politica e mafia ed evidenziando come le stragi del 1992, dopo decenni di indifferenza, significarono un risveglio delle coscienze per i siciliani e non solo. Anche per i giovani protagonisti della storia, interpretati nella seconda parte del film dallo stesso Pif e da Cristiana Capotondi, e per altri personaggi le morti di Falcone e Borsellino diventano il punto di svolta, gli eventi dopo i quali non si possono più chiudere gli occhi e far finta di niente.
Ognuno di noi deve rendersi responsabile nella battaglia non solo contro Cosa Nostra ma contro il Male in generale, per non rendere vani i sacrifici di quegli “eroi buoni” che la pellicola ricorda e per costruire un domani migliore. Come afferma Arturo/Pif alla fine della vicenda: «Quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo, la seconda che avrei dovuto insegnargli a distinguerla».

 locandina

 

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE
Regia di Pif
Soggetto e sceneggiatura di Pif, Michele Astori, Marco Martani
Cast: Pif, Cristiana Capotondi, Alex Bisconti, Ginevra Antona, Claudio Gioè, Ninni Bruschetta, Barbara Tabita, Rosario Lisma, Antonio Alveario
Produzione: Wildside, Rai Cinema – Italia 2013
Durata: 90 minuti

 

Clarissa Egle Mambrini

NOVARA – È visitabile fino a venerdì 17 gennaio la mostra fotografica Novaresi negli scatti d’epoca – Foto fino al 1960 tratte dagli album di famiglia, allestita nella suggestiva sala dell’Archivio di Stato (un tempo Chiesa della Maddalena) in Corso Cavallotti a Novara e inaugurata nel pomeriggio di sabato 28 dicembre alla presenza dell’Assessore alla Cultura del Comune di Novara Paola Turchelli, che l’ha definita un dono della città alle nuove generazioni e ha ringraziato la direttrice dell’Archivio, Marcella Vallascas, per l’ospitalità.

La mostra, ideata e realizzata da Nuares.it con il patrocinio del Comune e della Provincia di Novara e la collaborazione di altri enti della zona come la Società Fotografica Novarese, l’Istituto Storico della Resistenza, la rivista «Novara è…» e il Centro di Servizio per il Volontariato, è solo «la punta di un iceberg», come ha spiegato uno degli organizzatori, Giorgio Ravizzotti. «Dietro c’è tanto lavoro di ricerca e digitalizzazione del materiale ed è ancora in corso la catalogazione delle circa 500 foto ricevute finora. Tutto è partito alcuni mesi fa da un’idea di Paolo Nissotti per conservare la memoria della nostra città e con il pensiero rivolto soprattutto ai giovani», spesso ignari anche del passato più recente. «Abbiamo chiesto alle famiglie novaresi di metterci a disposizione le loro foto fino al 1960, immagini che magari dal punto di vista della qualità non sono eccezionali, ma che hanno un valore affettivo e documentario assai importante. Inoltre bisogna anche considerare il fatto che in alcune foto private talvolta si potrebbero trovare personaggi di rilievo accanto a persone comuni. Abbiamo deciso di non spingerci oltre il 1960 semplicemente perché dopo quella data la fotografia si è sviluppata e diffusa in maniera esponenziale e quindi la quantità di materiale su cui lavorare sarebbe stata esagerata. Il nostro intento è di creare un Archivio digitale della Vita dei Novaresi prima che queste immagini vadano perdute oppure che il ricordo di quanto vi è “immortalato” sia svanito».

A questo encomiabile e appassionato lavoro hanno finora contribuito anche Vanni Vallino, Alessandro Visconti, Alberto Fizzotti, Gile ed Elisa Fesi e Michele Ghigo, della Società Fotografica Novarese, il quale ha auspicato una maggiore diffusione dell’iniziativa e una maggiore partecipazione da parte dei tanti bravi fotografi della città, che sicuramente innalzerebbero la qualità delle immagini proposte.

novaresi negli scatti d'epoca

 

La raccolta del materiale infatti non si ferma qui: chiunque sia in possesso di vecchie fotografie antecedenti al 1960 che riproducono la vita dei novaresi e voglia metterle a disposizione di Nuares.it per la creazione del costituendo Archivio digitale può inviare una mail a: segreteria@nuares.it oppure un sms al 328.0180776 scrivendo FOTO e il suo nome e cognome. Le fotografie saranno scansionate e catalogate e poi verranno restituite ai legittimi proprietari. Files e schede saranno conservati dall’Istituto Storico della Resistenza e della Civiltà contemporanea “Piero Fornara”, presso il quale è possibile depositare anche le immagini originali che non si intendono più tenere in casa. Si cercano fotografie appartenenti soprattutto alle seguenti categorie:
BAMBINI: in tutte le loro attività;
CERIMONIE: sia pubbliche (civili, militari, religiose, sportive) sia private (dal battesimo al funerale);
LAVORO: nei campi, in cantiere, in officina, in ufficio, ecc.;
MILITARI: sia soli che in gruppo, a riposo o in azione;
RITRATTI: foto generalmente riprese in uno studio fotografico;
SPORT: attività sportive sia amatoriali sia professionistiche;
TEMPO LIBERO: i novaresi in vacanza o in un momento di relax;
VITA DI TUTTI I GIORNI: racconta un particolare momento possibilmente con uno sfondo novarese.

Le fotografie presentate in mostra (solo una selezione di quelle ricevute) sono state riprodotte in formato 20×30 e sono visibili dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 15.00. Ingresso libero.

L’orario di apertura, per di più in giorni feriali, purtroppo non permetterà a molti lavoratori di ammirare queste immagini velate di un fascino lontano a cui è difficile rimanere indifferenti, ma spero che in futuro l’iniziativa sia riproposta con tempistiche più flessibili.
Intanto chi può si ricavi uno spazio almeno durante la pausa pranzo per un breve ma intenso viaggio nei ricordi.

 

Clarissa Egle Mambrini