Category: Donne


Across the universe

Anna_Marchesini-300x225 Anna Marchesini ospite di Fabio Fazio a «Che tempo che fa» nel marzo 2012

Anna Marchesini, attrice, doppiatrice e regista teatrale nativa di Orvieto diventata famosa negli anni ’80 con Massimo Lopez e Tullio Solenghi (insieme ai quali formava il celeberrimo Trio), da qualche anno è anche scrittrice. Nel 2011, infatti, è uscito il suo primo romanzo, Il terrazzino dei gerani timidi, seguito da un altro nel 2012, Di mercoledì. La passione per i libri e la scrittura  ha radici lontane in quest’artista, che prima di cimentarsi con la narrativa si è fatta a lungo le ossa come autrice degli spettacoli interpretati da lei sola o insieme a Lopez e Solenghi e come adattatrice di alcune pièces teatrali.

Ne Il terrazzino dei gerani timidi l’amore viscerale della Marchesini per le parole e la scrittura traspare ad ogni singola pagina. Pur trattandosi, infatti, di un’opera di ispirazione autobiografica, non…

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Sali d'argento - Tina ModottiSali d’argento – Lo straordinario viaggio di Tina Modotti ovvero quasi 500 pagine di pura passione. La passione che ha spinto l’autore, Luca De Antonis, a romanzare la vita di questa donna letteralmente “fuori dall’ordinario” (una vita che comunque già di per sé ha avuto tanti elementi romanzeschi) e la passione con cui la protagonista ha vissuto dal primo all’ultimo giorno.

Non sapevo nulla di lei prima dell’uscita di questo libro (divorato in due settimane!) e ho scoperto un personaggio estremamente affascinante ed unico, una donna libera, indipendente, determinata, curiosa, che è passata da un lavoro all’altro, da un Paese all’altro e da un continente all’altro ricominciando da capo mille volte, in un periodo storico in cui l’emancipazione femminile era ancora un concetto molto distante e in cui essere una donna di questo tipo era indubbiamente più difficile di oggi (non che ai giorni nostri sia una passeggiata, ma questa è un’altra faccenda che merita un discorso a parte).

Operaia in una filanda, attrice, modella e poi a sua volta fotografa – mestiere con cui raggiunse la fama internazionale e a cui infatti si riferisce il titolo del romanzo – e infine militante comunista. Dal natio Friuli si spostò in Austria, Stati Uniti, Messico, Germania, Russia, Francia, Spagna per poi tornare nuovamente in Messico, dove morì a soli 45 anni. Nel suo continuo peregrinare conobbe personaggi altrettanto straordinari, fra i quali Frida Kahlo e Diego Rivera, e visse da protagonista alcuni degli eventi che hanno fatto la storia del XX secolo come per esempio la Guerra Civile Spagnola, dove fu impegnata a soccorrere le vittime del conflitto come membro del Soccorso Rosso Internazionale al fianco delle milizie repubblicane.

«Una vita, quella di Tina Modotti, che è stata analizzata in varie biografie, le quali talvolta si fermano ai limiti della leggenda nella quale sembra essersi avviata, e talora li oltrepassano, per rappresentare una figura estrema ed estremista, la cui dedizione ad una causa politica ne condizionava completamente l’esistenza, trasformandola in una sorta di suora laica oppure all’opposto, in una spia che perseguiva fini occulti. L’autore ha scelto di narrare la sua storia nella dimensione del romanzo, proprio con l’intento di restituirle, su questo terreno, quell’umanità che la storiografia ha spesso alterato o negato. Questa è, innanzitutto, la storia di una donna.», si legge nel risvolto di copertina.

E, come accade nei lavori di Luca De Antonis, la storia del singolo diventa occasione per raccontare anche la Storia in un modo coinvolgente e appassionante, come difficilmente succede fra i banchi di scuola. A tal proposito ho trovato molto interessante le numerose pagine dedicate proprio alla Guerra Civile Spagnola, narrata con dovizia di particolari anche per quanto riguarda le divisioni interne ai comunisti.

Come già nel caso di Miele e Kerosene, opera prima di Luca vincitrice di alcuni premi, pubblicata nel 2009 da Paola Caramella Editrice e dedicata a Joséphine Baker, Sali d’argento dimostra di essere frutto di meticolose ricerche degne di un vero e proprio saggio, di una cultura che non ci costruisce solo sui libri ma deriva dalle esperienze della vita nonché di creatività e di una profonda sensibilità nei confronti dell’animo femminile.

De Antonis, che lavora per la Regione Piemonte come tecnico esperto per la sistemazione territoriale e ambientale, nel 2011 ha inoltre scritto Donne con le ali, romanzo a sfondo storico riguardante le vite avventurose delle principali pioniere dell’aeronautica civile dall’inizio del Novecento agli anni Trenta. Devo ancora leggerlo, ma sicuramente non mi deluderà.

 

Sali d’argento – Lo straordinario viaggio di Tina Modotti
di Luca De Antonis
Rayuela Edizioni, 2014

 

Clarissa Egle Mambrini

MILANO – Dive, icone, grandi artiste o “semplicemente” vip, in poche parole donne dalle vite straordinarie e apparentemente da favola che ci hanno fatto e ci fanno sognare tuttora. A loro il ballerino e coreografo Francesco Borelli ha voluto rendere omaggio con un apprezzatissimo spettacolo, Parlami o Diva. Dialogo in danza con le donne più famose del ‘900, andato in scena lo scorso 17 maggio al Teatro Martinitt.

Foto Moro/Dessì

Foto Moro/Dessì

Un viaggio nel passato, nel mondo patinato e scintillante del cinema, della musica e della moda, attraverso coreografie accattivanti e coinvolgenti, visibilmente ideate con sensibilità e passione, che hanno fatto rivivere alcune scene entrate nell’immaginario collettivo, molto ben interpretate da alcuni ballerini professionisti (Paolo Busti, Giorgio Colpani, Beppe D’Agostino, Lorenzo Eccher, Anna Kolesarova, Giulia Mostacchi, Lorena Tamellini e lo stesso Borelli) e da diversi allievi della scuola Studio Danza Novara. A calare gli spettatori nelle storie – spesso difficili e dal finale tutt’altro che lieto – delle dive protagoniste hanno contribuito anche altri elementi: i brani musicali – fra i più noti del secolo scorso -, le luci, i filmati e le fotografie (Stefano Taccucci), i costumi (Ada Del Conte, Beatrice Micalizzi, Simona Busetti, Mirella Airoldi) spesso ricostruiti molto similmente agli abiti resi famosi da queste artiste, le lettere immaginarie scritte da Fabio Paolo Marinoni Perelli e interpretate da Annarita Graziano, che ha dato voce e anima ai sentimenti e ai pensieri di Doris Day, Evita Peròn, Madonna, Marlene Dietrich, Sophia Loren, Anna Magnani, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Barbra Streisand, Liza Minnelli , Maria Callas, Rita Hayworth, Grace Kelly, Lady Diana e le tre top model Cindy Crawford, Claudia Schiffer e Naomi Campbell.

Tra i momenti di maggiore pathos della serata i quadri dedicati alla Loren e alla Magnani, conclusi con la proiezione delle scene più drammatiche della loro carriera tratte rispettivamente da La ciociara e da Roma città aperta. Ma di forte impatto sul pubblico sono stati anche i quadri dedicati a Marilyn, alla Hepburn, alla Callas e a Lady D.

Foto Moro/Dessì

Foto Moro/Dessì

Palpabile l’emozione delle ballerine che si sono ritrovate a vestire i panni di queste donne leggendarie così come altrettanto palpabile era l’entusiasmo da cui erano animati i loro colleghi, caratteristiche non sempre riscontrabili nei danzatori di lungo corso, che, forse abituati ormai a questo “lavoro”, si limitano a sfoggiare una meticolosa preparazione tecnica senza trasmettere emozioni al pubblico. È stato quindi un grande piacere assistere a questa serata, che grazie alla regia di Borelli ha sapientemente mescolato diverse competenze e ha dato modo a tante allieve della scuola novarese di esibirsi al fianco di ballerini professionisti all’interno di uno spettacolo vero e proprio, per di più inserito in una stagione teatrale. Un risultato guadagnato e meritato grazie al successo ottenuto in passato sempre al Martinitt, dove il coreografo calabrese (novarese d’adozione), che vanta un curriculum di tutto rispetto, aveva infatti già portato come eventi fuori stagione dei propri spettacoli con Studio Danza (Milleluci, 2011 e Emozioni, 2013).

Foto Moro/Dessì

Foto Moro/Dessì

Al termine applausi convinti e tanta soddisfazione sia da parte del pubblico sia da parte degli artisti. I saluti finali hanno offerto inoltre l’occasione a Borelli per annunciare l’imminente nascita di una nuova rivista di danza on line, Dance Hall News, che proprio in questi giorni sta muovendo i primi passi sul web.

 

Sabato, 17 maggio 2014 – Ore 21.00
Teatro Martinitt, Milano
PARLAMI O DIVA – Dialogo in danza con le donne più famose del ‘900
Regia e coreografia di Francesco Borelli
Coreografia del passo a due “Live to tell” di Anna Kolesarova
Con Francesco Borelli, Paolo Busti, Giorgio Colpani, Beppe D’Agostino, Lorenzo Eccher, Anna Kolesarova, Giulia Mostacchi, Lorena Tamellini
e con gli allievi della scuola Studio Danza Novara A.S.D. diretta da Alida Pellegrini (E. Albanese, E. Alberici, L. Alfieri, S. Antoniotti, E. Bellotti, M. Boetti, E. Bollettino, S. Brasili, F. Cafe, V. Cerina, C. Cerri, C. Contini, A. Fatti, F. Foradini, M. Francesi, S. Giacomini, B. Micalizzi, A. Mitidieri, R. Monaco, V. Mucchietto, B. Paglino, F. Rizzotti, F. Santi, E. Scotti, N. Spizzico, G. Tarantola, E. Tassone, A. Tita, L. Valente, F. Varallo, M. Zampogna)
Voce narrante Annarita Graziano
Testi di Fabio Paolo Marinoni Perelli
Assistenti Elisa Bellotti, Monica Boetti, Emanuela Albanese
Tecnico audio, video e luci Stefano Taccucci
Costumi Ada Del Conte, Beatrice Micalizzi, Simona Busetti, Mirella Airoldi
Ufficio stampa Mauro Caldera
Consulenza Amministrativa Valeria Olina
Produzione Studio Danza Novara A.S.D.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

MILANO – Il 31 marzo scorso nella sala di Via Rovello si è svolta una serata in onore di Giulia Lazzarini, Giulia e la passione teatrale: buon compleanno al Piccolo, per festeggiare le ottanta primavere della grande attrice (24 marzo), il cui nome è legato allo stabile milanese ed in particolare a Giorgio Strehler, con il quale instaurò un felice e proficuo sodalizio artistico. In tanti sono accorsi a rendere omaggio ad una delle Signore del teatro italiano: amici e colleghi di una vita, ma anche semplici appassionati.Giulia Lazzarini - Ariel - Tempesta 1978
Ad aprire la piacevole chiacchierata fra la Lazzarini, Alberto Bentoglio e Maurizio Porro, la proiezione (accolta da un sentito applauso) di una scena tratta dall’allestimento de La tempesta del 1978 in cui l’attrice offrì una straordinaria e storica interpretazione dello spirito Ariel al fianco di Tino Carraro nei panni di Prospero (regista esigente e puntiglioso, ovviamente, Giorgio Strehler). Poi un saluto dell’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno in rappresentanza del Comune, che è stato fra i sostenitori dell’evento.

Milanese, diplomatasi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, la Lazzarini ha dato spazio ai ricordi della lunga e fortunata carriera, citando qua e là gli spettacoli più significativi, raccontando alcuni curiosi aneddoti e dando anche dei saggi dei suoi numerosi ed indimenticabili personaggi, fra i quali la giovane senza età Gasparina ne Il Campiello, messo in scena nel 1993 ovvero alla soglia dei 60 anni, la figlia zitella ne L’egoista di Bertolazzi, Virginia in Vita di Galileo, Clarice nell’Arlecchino servitore di due padroni, Varia ne Il giardino dei ciliegi, Polly ne L’opera da tre soldi (al fianco dell’ex compagno di studi Domenico Modugno), Winnie in Giorni felici, la Sgricia ne I giganti della montagna del 1994, senza dimenticare ovviamente Elvira o la passione teatrale, spettacolo inaugurale del Piccolo Teatro Studio nel 1986, in cui recitò al fianco di Strehler: «È sempre stato bellissimo recitare con lui, ma lo fu soprattutto in quell’occasione, poiché io mi sono sempre sentita un po’ una sua allieva [proprio come accade nel testo di Louis Jouvet, nda]. Tra l’altro, quando lo riprendemmo nel 1997 fu l’ultima volta in cui Giorgio salì su un palcoscenico». A proposito della morte improvvisa del regista, avvenuta appunto in quell’anno, e dei suoi ultimi tormentati anni di vita a causa di una serie di problemi giudiziari e di un’Amministrazione Comunale indifferente, non è mancato qualche veloce ma doveroso accenno durante il quale si è anche ricordata la tristemente famosa frase pronunciata dall’allora sindaco Formentini: «Vada a fare altrove il suo canto del cigno».

GiuliaLazzarini_Giorni Felici

Parlando delle tante produzioni fatte col Piccolo, la Lazzarini ha inoltre raccontato con garbo e ironia alcuni momenti divertenti avvenuti proprio col Maestro durante le prove, a dimostrazione della grande stima reciproca e dell’intuito geniale del regista, come nella scena finale delle chiavi ne Il giardino dei ciliegi oppure in quella celeberrima della carretta distrutta dal sipario di ferro al termine de I giganti della montagna per non parlare dei battibecchi su come interpretare il personaggio della Sgricia. L’ultimo ruolo propostole da Strehler fu da protagonista in Madre Coraggio di Sarajevo, riadattamento del testo di Bertolt Brecht Madre Coraggio e i suoi figli, ma purtroppo lo spettacolo non fu mai realizzato perché il Maestro abbandonò la direzione del teatro dopo quindici giorni di prove a causa dei dissidi sopra menzionati.

La carriera della Lazzarini non è stata però solo al Piccolo. Ha fatto parte infatti di altre compagnie, fra cui la Compagnia dei Giovani, ha lavorato in qualche film ed è stata una delle più proficue interpreti della grande stagione degli sceneggiati televisivi della Rai: «All’epoca naturalmente era tutto in diretta, non c’erano i mezzi per registrare, e forse anche per questo motivo c’era una cura che oggi manca assolutamente alle fiction televisive».

Allo stabile milanese è tornata in scena in anni recenti diretta da Luca Ronconi ne Il ventaglio (2007) e da Lluìs Pasqual in Donna Rosita nubile (2010), spettacolo «che in un certo senso riunì la “vecchia compagnia” del Piccolo. Con me c’erano infatti Andrea Jonasson, Franca Nuti, Gian Carlo Dettori, Franco Sangermano…».

La serata è stata inoltre l’occasione per accennare al libro a lei dedicato e appena pubblicato da Titivillus La semplice grandezza. Giulia Lazzarini tra televisione, cinema e teatro di Chiara Gualdoni e Nicola Bionda, con prefazione del Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, introduzione di Maurizio Porro e scritti di Valentina Cortese, Paolo Grassi, Franco Graziosi, Maurizio Nichetti, Moni Ovadia, Renato Sarti, Ferruccio Soleri, Luisa Spinatelli, Giorgio Strehler, Paolo e Vittorio Taviani, Antonio Zanoletti.Giulia-Lazzarini
Le scrisse Strehler il 5 maggio 1982, prima del debutto di Giorni felici: «La tua semplice grandezza di interprete è sempre pura, è sempre limpida e ha sempre il segno della verità, della poesia, della forza e della delicatezza allo stesso tempo».
Una “semplice grandezza” dimostrata anche nel corso della serata: «Quando mi hanno detto che avrebbero voluto organizzare un incontro col pubblico per festeggiare il mio compleanno pensavo al Chiostro non di certo al teatro vero e proprio. Non mi sembra di meritare così tanto…! Poi ho chiesto come sarebbe stato allestito il palco e mi hanno risposto che ci sarebbe stata la scenografia dello spettacolo di Ronconi, in scena in questi giorni, Pornografia. E allora ho pensato che dopotutto festeggiare 80 anni con le scene di Pornografia non sarebbe stato tanto male!».

A conclusione dell’evento, Giulia Lazzarini ha letto il celebre monologo de La tempesta («Noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni…») e fra gli applausi calorosi del pubblico è stata omaggiata di un mazzo di fiori consegnatole direttamente dal Direttore del Piccolo Sergio Escobar, prima di sedersi in proscenio a salutare amici ed ammiratori in attesa di un autografo o una foto.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

THE FLOWERS OF WAR (I FIORI DELLA GUERRA)
Regia: Zhang Yimou
Genere: drammatico, storico
Soggetto: tratto dal romanzo I tredici fiori della guerra di Geling Yan
Sceneggiatura: Liu Heng, Yan Heng
Cast: Christian Bale (John Miller), Ni Ni (Yu Mo), Xinyi Zhang (Shujuan Meng), Tong Dawei (Maggiore Li), Paul Schneider (Terry), Tianyuan Huang (George), Atsuro Watabe (Colonnello Hasegawa), Kefan Cao (Mr. Meng)
Fotografia: Xiaoding Zhao
Montaggio: Peicong Meng
Musiche: Qigang Cheng
Scenografia: Yohei Taneda
Costumi: William Chang, Graciela Mazòn
Produzione: Zhang Yimou, Zhang Weiping, William Kong e Beijing New Picture Film Co. – Cina, 2011
Durata: 146 minuti

 

Siamo nel pieno della Seconda Guerra Sino-Giapponese, è il 13 dicembre 1937 e le truppe nipponiche arrivano ad assediare la capitale cinese, Nanchino. Nella città piena di macerie si incrociano i destini di persone diversissime fra loro, che si trovano a rifugiarsi in una chiesa cattolica, ancora per poco zona franca: John Miller, becchino americano venuto per seppellire Padre Engelmann, le giovanissime studentesse del collegio e altrettante prostitute, l’orfano George e un giovane soldato in fin di vita. Inizialmente ognuno pensa a salvare se stesso e la convivenza forzata inasprisce i conflitti, ma ben presto l’atrocità della guerra e la disumanità degli invasori costringono i personaggi, pur nelle loro diversità, ad aiutarsi l’un l’altro fino all’eroico sacrificio finale.

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Uscito in Cina nel 2011, presentato fuori concorso al Festival di Berlino nel 2012 e candidato al Golden Globe e all’Oscar  come migliore film straniero in quello stesso anno, I fiori della guerra di Zhang Yimou in Italia è circolato solo in home video a partire dallo scorso febbraio ed è poi stato trasmesso in prima serata dalla Rai una decina di giorni fa. Un peccato che l’opera di un regista così famoso e apprezzato sia stata snobbata dal circuito delle nostre sale cinematografiche, soprattutto tenendo conto del fatto che si presta assai di più ad una visione sul grande schermo piuttosto che su quello del televisore casalingo.

La pellicola non manca di retorica ed è costituita da un struttura e da diversi elementi tipici del cinema epico/patriottico hollywoodiano oltre che da qualche lungaggine di troppo, specialmente nella seconda parte: questi i motivi addotti da alcuni per bocciare il film o per non promuoverlo a pieni voti. Personalmente, nonostante anch’io abbia riscontrato questi “difetti”, ho invece molto apprezzato I fiori della guerra, che mi ha permesso di conoscere fatti della storia recente a me totalmente sconosciuti. Pur non essendo un’esperta della filmografia di Zhang Yimou (lacuna a cui spero di rimediare quanto prima), ritengo inoltre che il regista cinese non abbia tradito il proprio stile estetico, con cui è riuscito anche in questo caso a donare a molte scene il fascino e i colori di opere pittoriche, indugiando talvolta su particolari impensabili e rendendo il cinema uno spettacolo soprattutto di immagini, iniettando così barlumi di bellezza e di eleganza nel grigio scenario di devastazione in cui si colloca la vicenda narrata.

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Tratto dal romanzo I tredici fiori della guerra della scrittrice Geling Yan, a sua volta ispirato ad una storia vera, il film prende le mosse dal libro condendo la vicenda di elementi più accattivanti dal punto di vista cinematografico e servendosi di una star hollywoodiana come l’attore britannico Christian Bale per il ruolo del protagonista, John Miller (assente nel romanzo), mentre tutta la vicenda è narrata dalla studentessa Shujuan (zia della Yan), interpretata da Xinyi Zhang. Nonostante sia la voce narrante e quindi il personaggio dal punto di vista del quale teoricamente vengono mostrate le varie vicissitudini, è però spodestata nel ruolo di coprotagonista al fianco di Bale dalla bella e conturbante Ni Ni (classe 1988) nei panni di Yu Mo, il fiore più pregiato fra le prostitute rifugiatesi nel collegio.

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Tralasciando le nette suddivisioni di sapore patriottico in buoni e cattivi, in vittime e carnefici, in eroi e vigliacchi che abusano del proprio potere, dove i primi sono Cinesi e i secondi Giapponesi, secondo me I fiori della guerra ha il pregio di trasmettere un messaggio universale, raccontando e mostrando la deriva morale e disumanizzante cui purtroppo porta ogni guerra e di cui spesso pagano le conseguenze soprattutto le donne, senza dimenticare che l’assedio di Nanchino è davvero noto alle cronache per l’efferatezza con cui l’esercito nipponico si scagliò sulla popolazione civile, stuprando e trucidando chiunque senza pietà, così come accade in alcune scene del film che non risparmiano sangue e crudeltà allo spettatore.

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È così che la castità virginale delle studentesse coperte da lunghe divise scure, contrapposta alla sensualità esibita delle prostitute abbigliate invece in modo sgargiante e sempre truccate e ben pettinate, diventa metafora di una purezza sporcata dall’atrocità della guerra, ma anche un valore che vale la pena difendere a costo della propria vita. Cosicché saranno Yu Mo e le sue compagne a sacrificarsi per permettere alle ragazzine di avere una nuova esistenza, quella che nemmeno loro hanno potuto avere.

 

 

 

Clarissa Egle Mambrini

 

 

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

 

NOVARA – Viene spontaneo pensare a queste parole di Cesare Pavese quando Simona Colonna, fra un brano e l’altro, accenna alla nostalgia per la terra natia che, dopo anni di viaggi in Europa, in Cina e in Canada (dove ha ha tra l’altro vissuto per un certo periodo), l’ha convinta a ritornare in Piemonte, fra la sua gente. Originaria di un paesino del Roero, nella zona di Alba, diplomata in flauto e violoncello ma con una grandissima passione anche per il canto, coltivata fin da bambina prima ancora di intraprendere studi musicali al conservatorio, Simona travolge i soci di RI-NASCITA riunitisi la sera dell’8 marzo per assistere alla sua performance …Di suoni e d’amore….
Appassionata e piena di entusiasmo, di una simpatia contagiosa, dopo una sua personale versione del tema del film Il Postino con cui apre l’esibizione, “gioca” con voce e violoncello regalando particolarissime ed accattivanti rivisitazioni di canzoni italiane come L’isola che non c’èMa l’amore noCarissimo PinocchioAzzurroLa gattaLa canzone dell’amore perdutoGeneraleBa-ba-baciami piccina, alternandole a canzoni popolari altrettanto note (‘O surdato ‘nnammuratoO bella ciao, O sole mio) e scomodando addirittura il celebre brindisi della Traviata.

Foto di Stefano Nai

Foto di Stefano Nai

La serata è anche occasione per presentare al pubblico alcuni brani originali scritti interamente da lei nel suo dialetto e ispirati a tradizioni e leggende della sua terra, che hanno dato vita alla suite Masca vola via con cui ha vinto il Biella Festival nel 2011. Simona porta quindi gli spettatori indietro nel tempo, fra sensali di matrimonio, donne dai poteri magici, briganti e migranti e, facendosi accompagnare da noi, canta anche la storia dell’ubriacona Maria Giuana, protagonista di un canto popolare. Ma non manca nemmeno una capatina in Sardegna con il brano teatrale-musicale composto da Andrea Parodi Rosagiu (Rosario).
Difficile dare una definizione dello stile di Simona, la quale, forte di una grande preparazione tecnica, nel corso della carriera è stata interprete del repertorio classico (sia in qualità di solista che di orchestrale) così come di quello pop e jazz. Queste diverse anime, unite a quella folk e ad una continua voglia di ricerca, hanno dato vita da qualche anno a questo suo particolare percorso musicale, che mescola armonie contemporanee e melodie classiche.

Foto di Paola Deandrea

Foto di Paola Deandrea

 

Se volete ascoltare qualcosa di suo, vi consiglio i seguenti video:

 

 

 

Intanto gli appuntamenti di RI-NASCITA proseguono: sabato 29 marzo sarà la volta dei MU, gruppo di nu-jazz che presenterà in anteprima il nuovo album prima di andare a registrarlo in Islanda nel famoso studio di Sundlaugin con la produzione affidata a Birgir Jon Birgisson.
Come sempre, l’inizio è fissato alle ore 19.15 in via Fratelli Rosselli 3 a Novara e i momenti musicali saranno intervallati al consueto rinfresco.
Ingresso a offerta libera con tessera associativa.
Per informazioni e prenotazioni contattare gli organizzatori:Delia (334.6647702) e Paolo (338.8096290).

 

Clarissa Egle Mambrini

 

All’interno di Voci di Donna, il Festival della Letteratura al Femminile organizzato per il terzo anno consecutivo dal Comune di Novara e dalla Libreria Lazzarelli in occasione della Festa della Donna, sabato 15 marzo alle ore 16.00 presso la Sala dell’Accademia del Broletto Clarissa Egle Mambrini presenterà il suo libro dedicato al mondo contadino contemporaneo Cuore di Terra. Percorsi rurali tra fantasia e realtà, pubblicato dalla EOS Editrice alla fine del 2013.

Cuore di Terra - copertina
Dopo l’esperimento corale di In grembo alla Terra (2007), che affrontava sotto diversi aspetti l’ambiente rurale tra fine Ottocento e prima metà del Novecento mediante la penna di sedici autori (fra i quali la Mambrini), la EOS, affidandosi questa volta ad una sola giovane autrice, ha voluto proseguire il discorso addentrandosi nelle campagne di oggi per dare rilievo a realtà che caratterizzano fortemente il nostro territorio eppure sono ancora poco conosciute, nonostante in tanti casi costituiscano una risorsa importante per l’economia, la cultura e il turismo.
Attraverso racconti in cui si mescolano fantasia e ricordi di infanzia, alternati a brevi saggi o articoli di carattere divulgativo, Cuore di Terra, aperto da un’introduzione di Gabrio Mambrini, esplora i cambiamenti intercorsi nella seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del nuovo millennio all’interno delle campagne, sottolineandone gli aspetti positivi e negativi e valorizzando l’enorme patrimonio culturale, storico e ambientale che in esse si trova. Il lettore scoprirà così alcuni mestieri antichi – ora praticati in modo diverso rispetto ad un tempo, con l’ausilio della tecnologia e di nuovi strumenti –, altri invece relativamente recenti, oltre a luoghi ed edifici di interesse storico e artistico purtroppo scarsamente conosciuti – che nella maggior parte dei casi nulla hanno da invidiare a strutture ben più rinomate – e ad incantevoli paesaggi naturali.
Il libro, anche grazie alle numerose e suggestive fotografie in bianco e nero di cui è corredato, vuole essere quindi un invito a vedere con occhi nuovi ciò che ci circonda, a riconoscere le bellezze della nostra terra, quei luoghi e quelle realtà a noi talmente vicini da essere spesso ignorati o poco frequentati. Per non dimenticarci come eravamo e per capire come siamo.

 

Cuore di Terra. Percorsi rurali tra fantasia e realtà
di Clarissa Egle Mambrini
EOS Editrice, Novara
Dicembre 2013, pp. 200
Prezzo di copertina € 25,00
Formato cm 17×24

 

Stasera alle 21.15 su Rai 5 verrà riproposto “Bright star” di Jane Campion!

Across the universe

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BRIGHT STAR
Regia, soggetto e sceneggiatura Jane Campion
Con Abbie Cornish (Fanny Brawne), Ben Wishaw (John Keats), Paul Schneider (Charles Brown), Kerry Fox (la signora Brawne), Edie Martin (Margaret ‘Toots’ Brawne), Thomas Sangster (Samuel Brawne)
Fotografia Greig Fraser
Montaggio Alexandre De Franceschi
Musiche Mark Bradshaw
Costumi Janet Patterson
Genere drammatico, biografico
Durata 120 minuti
Produzione BBC Films (Gran Bretagna), Screen Australia (Australia), Pathé (Francia)
Anno 2009

 
 
John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 24 febbraio 1821) è oggi uno dei poeti romantici più famosi al mondo, ma purtroppo nella sua breve vita fu scarsamente apprezzato dai contemporanei. Cominciò a frequentare ambienti artistici e letterari intorno ai 20 anni e a quell’epoca risalgono le sue prime prove poetiche, lodate da pochi e criticate o ignorate dalla maggior parte, come la raccolta Poems e il poema Endymion. Nel 1818, però, il giovane poeta fece un incontro che…

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NOVARA – A cinque settimane dal successo ottenuto con la prima assoluta di Farà giorno, il regista Piero Maccarinelli è tornato al Coccia il 14 e il 15 dicembre per un altro debutto, Ti ho sposato per allegria, prima commedia scritta da Natalia Ginzburg nel 1965 per la grande attrice Adriana Asti. Testo abbastanza insolito per il panorama italiano e influenzato molto probabilmente da autori inglesi come Harold Pinter e Ivy Compton-Burnett, che la Ginzburg imparò a conoscere durante il suo soggiorno londinese fra 1959 e 1961, sembra sospeso fra una dimensione reale e quotidiana e una più ambigua e assurda. Questa particolarità, unita al fatto che non a tutti è nota la Ginzburg autrice teatrale, è forse all’origine della scarsa partecipazione di pubblico riscontrata sabato sera: non pochissimo, però di certo non abbastanza per un debutto nazionale. Purtroppo – si sa – i novaresi non sono molto propensi alle novità e preferiscono andare sul sicuro, sorbendosi magari per l’ennesima volta i soliti autori e i soliti titoli (di tutto rispetto, eh, ma un po’ di aria nuova non guasta!). Apprezzabile quindi, anche in questo caso, il tentativo del Coccia di proporre qualcosa di diverso. Mi auguro che insistere su questa strada contribuisca a formare una mentalità più aperta.ti-ho-sposato-per-allegria-
La serata, dopo una partenza sotto tono sia per problemi di acustica che rendevano ostica la comprensione dei dialoghi sia per una certa mancanza di ritmo nella recitazione – dovuta probabilmente al fatto che, trattandosi della prima messinscena di questo nuovo allestimento, c’era bisogno di un ulteriore rodaggio -, è proseguita in continuo crescendo, regalando i momenti migliori soprattutto nell’ultimo atto. Mentre infatti nei primi due tempi i personaggi in scena sono quasi sempre solo due o al massimo tre in alcuni brevi passaggi, nell’ultimo diventano ben quattro e poi addirittura cinque. La cosa ovviamente vivacizza la rappresentazione, stimolando di più l’attenzione dello spettatore, che invece magari all’inizio, nel lungo dialogo fiume fra la protagonista, Giuliana, e la cameriera Vittoria (quasi un monologo, a dire il vero), potrebbe talvolta correre il rischio di distrarsi.
Di certo regista e attori che vogliano affrontare questo testo sono chiamati ad un compito non facile: l’autrice, infatti, si è limitata a stendere i dialoghi e a dare un nome ai personaggi, senza accennare minimamente a loro eventuali caratteristiche fisiche e gestuali, ad azioni da compiere in concomitanza con alcune battute né tanto meno all’ambientazione. I personaggi si definiscono attraverso le loro stesse parole, i loro racconti. L’artista che si pone di fronte a Ti ho sposato per allegria gode quindi di un’estrema libertà, perché sta a lui immaginare la casa di Giuliana e Pietro, immaginare fisicamente loro e gli altri personaggi, intuirne gesti e movimenti. Il rischio è di abusare di tale libertà e dare un’interpretazione scialba o fuorviante dell’opera della Ginzburg.
Non è stato il caso per fortuna di questo allestimento, in cui il regista, rimanendo fedele all’epoca in cui il lavoro fu scritto, ha ambientato la vicenda in un appartamento degli anni Sessanta ricostruito dalla scenografa Paola Comencini, sottolineando la collocazione temporale con qualche famosa canzone di allora. Nelle note di regia, Maccarinelli ci tiene però a precisare che, in linea con il carattere della protagonista, la quale vive solo ed esclusivamente il presente, senza preoccuparsi del passato e del futuro, Ti ho sposato per allegria è un «testo atemporale per eccellenza» e «non ha bisogno di essere trasportato all’oggi. Perché è già oggi». Nonostante infatti i reiterati riferimenti all’impossibilità, in Italia, di divorziare e abortire, e le reazioni scandalizzate della vecchia madre di fronte a comportamenti moderni giudicati troppo libertini (a partire dal matrimonio del figlio, celebrato in Comune e non in chiesa e per di più con una ragazza conosciuta da meno di un mese), non risulta difficile allo spettatore immaginare questa vicenda senza tempo ed estremamente vicina alla nostra contemporaneità. La centralità della figura femminile (oltre alla protagonista, ci sono ben tre donne e un solo personaggio maschile) è forse l’elemento più attuale così come la sua ansia di autonomia, di libertà soprattutto sentimentale e sessuale, di fuga dalla casa materna e dal paese natio verso la grande città. Ma la protagonista è una donna ancora strettamente legata all’uomo, che si è voluta sposare a tutti i costi senza nemmeno capire bene il perché («Anche per i soldi»), che non ha mai avuto una gran voglia di lavorare e adesso si è sistemata talmente bene da potersi permettere addirittura una donna di servizio. Frivola, sognatrice, ancora un po’ bambina, capricciosa, divertente, Giuliana ha travolto Pietro con la propria leggerezza e allegria e – come scrive ancora Maccarinelli – «passa in punta di piedi nella vita, sfiorandola con grazia».
A ricoprire questo ruolo che al cinema fu di Monica Vitti (accanto a Giorgio Albertazzi e diretta da Luciano Salce) la giovane fiorentina Chiara Francini, che ha offerto un’ottima prova, dando vita ad una Giuliana simpatica e frizzante (dal lieve accento toscano) e dominando incontrastata per due ore. Al suo fianco il convincente Emanuele Salce e poi, a completare il castAnita Bartolucci, perfetta nel ruolo della madre di Pietro, Giulia Weber (Vittoria) e Valentina Virando (Ginestra, la sorella di Pietro).
Lo spettacolo prosegue nel resto d’Italia.

 

Prossimo appuntamento del cartellone di prosa al Coccia Giocando con Orlando l’1 e il 2 febbraio 2014.

 

14 e 15 dicembre 2013 – Teatro Coccia, Novara
TI HO SPOSATO PER ALLEGRIA
Commedia in tre atti di Natalia Ginzburg
Con Chiara Francini ed Emanuele Salce
e con Anita Bartolucci, Giulia Weber e Valentina Virando
Regia Piero Maccarinelli
Scene Paola Comencini
Costumi Sandra Cardini
Musiche Antonio di Pofi
Luci Gianni Staropoli
Produzione ErreTiTeatro30 di Roberto Toni

 

Spettacolo visto sabato, 14 dicembre 2013

 

Clarissa Egle Mambrini

 

NOVARA – Mancava dal 1982 la Norma sul palco del Coccia, dove è finalmente tornata in scena il 6 e l’8 dicembre in un allestimento del Teatro Regio di Torino prodotto dalla Fondazione novarese. Celebre per l’aria Casta Diva, che risuona nelle orecchie di chiunque da decenni nell’immortale interpretazione di Maria Callas (il cui novantesimo anniversario di nascita, 2 dicembre, cadeva proprio nella settimana di messinscena di questa opera), Norma, vuoi per l’insormontabile e temibile paragone cui è chiamata la soprano protagonista con la “Divina”, vuoi per la difficoltà generale della partitura – risultata innovativa infatti all’epoca in cui fu scritta (1831), tanto da essere considerata un modello per le composizioni successive di altri autori – non è purtroppo fra i titoli lirici più rappresentati, così come altri di Vincenzo Bellini, e ad essa solitamente si preferiscono i lavori di Verdi e Puccini. Un doveroso plauso quindi alla decisione del teatro novarese di offrire al proprio pubblico un’opera di cui si sentiva la mancanza, proseguendo nella scelta intrapresa fin dall’anno scorso di riportare in scena melodrammi assenti da troppo tempo dal palco del Coccia.
A differenza del Macbeth verdiano che il 4 ottobre ha inaugurato la stagione affidandosi ad un outsider come Dario Argento, per la Norma ci si è avvalsi della regia classica e tradizionale di Alberto Fassini, ripresa da Vittorio Borrelli, che non ha regalato sorprese sia per quanto riguarda l’allestimento in generale, fedele al libretto di Felice Romani e all’ambientazione originale in Gallia, sia per quanto concerne la recitazione dei cantanti, spesso poco dinamica. Va anche detto, però, per dovere di cronaca, che le prove sono state funestate da malanni di stagione, tanto che il ruolo della protagonista è stato assegnato ad Alessandra Rezza a soli quattro giorni dal debutto, chiamata a sostituire Maria Billeri. Ciononostante, lo spettacolo si è rivelato vincente e assai riuscito, graditissimo al pubblico che ha ricoperto i cantanti, l’orchestra e il direttore di spontanei e scroscianti applausi in diversi momenti della serata a partire dall’Ouverture, di cui è stato richiesto il bis, fino al tripudio finale.

Foto di Mario Mainino

Foto di Mario Mainino

L’interpretazione del soprano Alessandra Rezza nei panni della sacerdotessa Norma non è stata forse da brivido, ma comunque positiva e ha superato senza problemi i punti più insidiosi. Considerato inoltre il pochissimo tempo in cui si è preparata a questo allestimento non si può non lodarla ed ammirare lei e i numerosi cantanti lirici che con professionalità e sacrificio spesso si ritrovano da un giorno all’altro a sostituire un collega, magari nel bel mezzo delle prove di uno spettacolo di tutt’altro tipo.
Potente e squillante il tenore Roberto Aronica (Pollione), molto apprezzato infatti dal pubblico, così come la mezzosoprano Veronica Simeoni nel ruolo di Adalgisa, che ha regalato momenti di intensa emozione sia nel canto sia nell’interpretazione, specialmente nei duetti con la protagonista. Bellini, proprio per sottolineare la complicità di questi due personaggi, scelse di affiancare al ruolo principale, sostenuto da una soprano, un’altra soprano, il che era insolito, poiché abitualmente alla protagonista soltanto spettava il registro più alto, mentre la figura femminile a lei in qualche modo antagonista doveva essere una mezzosoprano. Come spiegato da Roberto Tagliani dell’Associazione “Pazzi per l’Opera”  durante l’incontro preparatorio alla Norma, tenutosi il 4 dicembre al Piccolo Coccia, il volere del compositore fu presto disatteso e solo a partire dagli anni ’70 del ‘900 si è ripreso – seppure non sempre – ad ingaggiare un soprano anche per la parte di Adalgisa.
Buone le prove anche degli altri cantanti, il basso Luca Tittoto (Oroveso), il tenore Giacomo Patti (Flavio) e la mezzosoprano Alessandra Masini (Clotilde), e del Coro Schola Cantorum San Gregorio Magno diretto da Mauro Rolfi, sebbene mi sia parso debole in alcuni punti.

Foto di Mario Mainino

Foto di Mario Mainino

Trascinante la direzione di Matteo Beltrami, adorato dal pubblico, ed entusiasmante l’esecuzione dell’Orchestra Filarmonica del Piemonte.
Efficace ed essenziale la scenografia di William Orlandi, dominata da imponenti lastre di pietra che all’occorrenza sparivano per lasciare spazio ad altre location la cui “povertà” di elementi era arricchita dalle luci di Amerigo Anfossi. Classici i costumi (sempre di Orlandi). Forse si poteva fare a meno delle parrucche bionde e boccolose per Adalgisa e le ancelle di Norma, un po’ troppo finte per sembrare credibili. Dalle foto della replica pomeridiana dell’8 dicembre pare però che almeno ad Adalgisa si sia risparmiata questa mise da bambola.

Un appunto finale su orchestrali e spettatori: è così faticoso, terminato uno spettacolo, restare al proprio posto ancora per cinque, dieci minuti, attendere che gli artisti (fra cui l’orchestra stessa) ricevano tutti gli applausi che si sono meritati e solo dopo, a sipario chiuso definitivamente, alzarsi e andarsene?

 

Prossimo appuntamento con la lirica il 17 e il 19 gennaio con la Tosca di Giacomo Puccini.

 

6 e 8 dicembre 2013 – Teatro Coccia, Novara
NORMA
Tragedia lirica in due atti di Vincenzo Bellini
su libretto di Felice Romani
Con Alessandra Rezza (soprano, Norma), Roberto Aronica (tenore, Pollione), Veronica Simeoni (mezzosoprano, Adalgisa), Luca Tittoto (basso, Oroveso), Giacomo Patti (tenore, Flavio),  Alessandra Masini (mezzosoprano, Clotilde)
Maestro concertatore e Direttore Matteo Beltrami
Regia Alberto Fassini ripresa da Vittorio Borrelli
Scene e costumi William Orlandi
Maestro del Coro Mauro Rolfi
Orchestra Filarmonica del Piemonte
Coro Schola Cantorum San Gregorio Magno
Assistente alla Regia Emiliana Paoli
Datore Luci Amerigo Anfossi
Direttore di Scena Helenio Talato
Maestri Collaboratori Mirco Godio, Alba Pepe, Elisa Triulzi
Allestimento del Teatro Regio di Torino
Produzione Fondazione Teatro Coccia

 

Spettacolo visto venerdì, 6 dicembre 2013

 

Clarissa Egle Mambrini