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Sali d'argento - Tina ModottiSali d’argento – Lo straordinario viaggio di Tina Modotti ovvero quasi 500 pagine di pura passione. La passione che ha spinto l’autore, Luca De Antonis, a romanzare la vita di questa donna letteralmente “fuori dall’ordinario” (una vita che comunque già di per sé ha avuto tanti elementi romanzeschi) e la passione con cui la protagonista ha vissuto dal primo all’ultimo giorno.

Non sapevo nulla di lei prima dell’uscita di questo libro (divorato in due settimane!) e ho scoperto un personaggio estremamente affascinante ed unico, una donna libera, indipendente, determinata, curiosa, che è passata da un lavoro all’altro, da un Paese all’altro e da un continente all’altro ricominciando da capo mille volte, in un periodo storico in cui l’emancipazione femminile era ancora un concetto molto distante e in cui essere una donna di questo tipo era indubbiamente più difficile di oggi (non che ai giorni nostri sia una passeggiata, ma questa è un’altra faccenda che merita un discorso a parte).

Operaia in una filanda, attrice, modella e poi a sua volta fotografa – mestiere con cui raggiunse la fama internazionale e a cui infatti si riferisce il titolo del romanzo – e infine militante comunista. Dal natio Friuli si spostò in Austria, Stati Uniti, Messico, Germania, Russia, Francia, Spagna per poi tornare nuovamente in Messico, dove morì a soli 45 anni. Nel suo continuo peregrinare conobbe personaggi altrettanto straordinari, fra i quali Frida Kahlo e Diego Rivera, e visse da protagonista alcuni degli eventi che hanno fatto la storia del XX secolo come per esempio la Guerra Civile Spagnola, dove fu impegnata a soccorrere le vittime del conflitto come membro del Soccorso Rosso Internazionale al fianco delle milizie repubblicane.

«Una vita, quella di Tina Modotti, che è stata analizzata in varie biografie, le quali talvolta si fermano ai limiti della leggenda nella quale sembra essersi avviata, e talora li oltrepassano, per rappresentare una figura estrema ed estremista, la cui dedizione ad una causa politica ne condizionava completamente l’esistenza, trasformandola in una sorta di suora laica oppure all’opposto, in una spia che perseguiva fini occulti. L’autore ha scelto di narrare la sua storia nella dimensione del romanzo, proprio con l’intento di restituirle, su questo terreno, quell’umanità che la storiografia ha spesso alterato o negato. Questa è, innanzitutto, la storia di una donna.», si legge nel risvolto di copertina.

E, come accade nei lavori di Luca De Antonis, la storia del singolo diventa occasione per raccontare anche la Storia in un modo coinvolgente e appassionante, come difficilmente succede fra i banchi di scuola. A tal proposito ho trovato molto interessante le numerose pagine dedicate proprio alla Guerra Civile Spagnola, narrata con dovizia di particolari anche per quanto riguarda le divisioni interne ai comunisti.

Come già nel caso di Miele e Kerosene, opera prima di Luca vincitrice di alcuni premi, pubblicata nel 2009 da Paola Caramella Editrice e dedicata a Joséphine Baker, Sali d’argento dimostra di essere frutto di meticolose ricerche degne di un vero e proprio saggio, di una cultura che non ci costruisce solo sui libri ma deriva dalle esperienze della vita nonché di creatività e di una profonda sensibilità nei confronti dell’animo femminile.

De Antonis, che lavora per la Regione Piemonte come tecnico esperto per la sistemazione territoriale e ambientale, nel 2011 ha inoltre scritto Donne con le ali, romanzo a sfondo storico riguardante le vite avventurose delle principali pioniere dell’aeronautica civile dall’inizio del Novecento agli anni Trenta. Devo ancora leggerlo, ma sicuramente non mi deluderà.

 

Sali d’argento – Lo straordinario viaggio di Tina Modotti
di Luca De Antonis
Rayuela Edizioni, 2014

 

Clarissa Egle Mambrini

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NOVARA – È stata presentata il 2 luglio la nuova stagione della Fondazione Teatro Coccia, un cartellone ricco di grandi titoli e di grandi nomi che accontenteranno tutti i gusti, spaziando dalla lirica al balletto, dalla prosa al musical, dal varietà al cabaret, dal jazz alla musica classica. Presenti il Sindaco Andrea Ballarè, l’Assessore alla Cultura del Comune di Novara Paola Turchelli e la Direttrice del teatro Renata Rapetti, la quale è stata più volte lodata dai vari intervenuti per il lavoro svolto in questi quasi 3 anni di attività nella nostra città: «Oltre ad impegnarsi con passione e ad agire su tutti i fronti per mantenere in vita il Coccia e garantire stagioni di alto livello nonostante la situazione economicamente difficile in cui l’abbiamo trovato, Renata Rapetti si è presa a cuore Novara e dà costantemente il proprio contributo anche in attività culturali esterne al teatro», ha esordito il sindaco. «La nostra amministrazione ha creduto fin da subito nell’importanza e nella centralità della Cultura e del Teatro e il successo che le stagioni del Coccia hanno anche al di fuori del territorio ci dimostra che stiamo andando nella direzione giusta. Noi puntiamo sempre alla qualità e lo abbiamo dimostrato ancora di recente affidando al celebre cuoco Antonino Cannavacciuolo la gestione del Bar Coccia. Inoltre è merito di Renata e della sua vasta rete di conoscenze se abbiamo deciso di dare a Gianmario Longoni, organizzatore teatrale di lungo corso, la gestione degli eventi allo Sporting Village, il primo dei quali sarà un concerto di Claudio Baglioni il prossimo 25 ottobre. Doveroso ricordare che il tutto viene sempre messo in piedi con pochi soldi, grazie al contributo di sponsor istituzionali e non solo, a partire dalla Banca Popolare di Novara e dalla De Agostini».

Da sinistra: Turchelli, Ballarè, Rapetti (Foto di Mario Finotti)

Da sinistra: Turchelli, Ballarè, Rapetti (Foto di Mario Finotti)

Dopo l’intervento di Ballarè e alcune parole di ringraziamento pronunciate da Longoni, che per anni si è occupato dello Smeraldo di Milano, ormai chiuso e sostituito da un centro commerciale enogastronomico della catena Eataly, ha quindi preso la parola la Direttrice per presentare la stagione 2014/15, facendo prima però un veloce resoconto sui successi ottenuti finora: «La stagione 2013/14 ha avuto 40.000 spettatori paganti ovvero circa 3.000 in più rispetto al 2012/13, il che ci riempie di orgoglio e soddisfazione. Altri grandi risultati riguardano poi le nostre produzioni: Il matrimonio segreto con la regia di Morgan [opera inaugurale della stagione 2012/13, bellissimo allestimento, n.d.a.] viene spesso riproposto su Sky, mentre il Macbeth di Verdi con la regia di Dario Argento, che ha aperto la scorsa stagione, è stato acquistato dal Teatro Verdi di Pisa, dove andrà in scena a marzo 2015, e dal prossimo autunno sarà disponibile in DVD».

Andrea Battistoni

Andrea Battistoni

Sarà forse anche per accontentare i gusti conservatori dei melomani novaresi, i quali oltre a non gradire molto l’incursione lirica del maestro del brivido hanno pure dimostrato di preferire i soliti titoli arcinoti ad altri meno rappresentati ma altrettanto godibili, che per l’evento inaugurale di questa stagione, il 10 e il 12 ottobre 2014,si è scelta un’opera tradizionalissima e famosissima come La traviata, messa in scena al Coccia l’ultima volta ad aprile 2011. Il cast però, incentrato questa volta su nomi dell’ambiente lirico-teatrale, sarà sicuramente un forte richiamo per esperti e semplici appassionati: direttore d’orchestra infatti sarà il giovanissimo Andrea Battistoni (classe 1987), che in questi ultimi anni sta riscuotendo successi dovunque e ha già diretto anche alla Scala, mentre regista sarà Daniele Abbado. Importante anche l’orchestra, la Sinfonica Nazionale della Rai. Una produzione novarese, quindi, che ha tutte le carte in regola per ottenere visibilità nazionale.

Daniele Abbado

Daniele Abbado

Il cartellone di opera proseguirà il 29 e 30 novembre con un titolo meno bazzicato, Les Contes d’Hoffamnn di Jaques Offenbach, coprodotto da Fondazione Teatro CocciaTeatro Verdi di PisaTeatro Goldoni di Livorno e Teatro del Giglio di Lucca, e il 6 e 8 febbraio con un altro più noto, Turandot, rappresentato l’ultima volta a Novara nel  novembre 2009 nell’allestimento del Festival pucciniano di Torre del Lago.
Vista la scarsa propensione dei novaresi al moderno e al contemporaneo, i due appuntamenti con il balletto saranno all’insegna del classico. Il primo sarà Lo Schiaccianoci di Čajkovskj, messo in scena il 17 e 18 gennaio dal Balletto di Mosca–La Classique, compagnia che a Novara ha proposto i balletti del genio russo molte volte negli ultimi dieci anni (questo titolo in particolare ritorna per la quarta volta dal 2003!). Il secondo invece per fortuna è nuovo per la nostra città e si tratta del Gran Galà di Danza in omaggio a Rudolf Nureyev, spettacolo con ipassi a due tratti dai più celebri balletti del repertorio classico, interpretati da solisti internazionali in onore del leggendario Rudy (in scena il 14 e il 15 marzo).
«Quasi sicuramente avremo anche la danza contemporanea a maggio in occasione dell’EXPO, ma daremo notizie più certe prossimamente», ha precisato la direttrice.

 

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Il cast de “La Scuola”

Per quanto riguarda il cartellone di prosa, quest’anno partirà un po’ più tardi del solito per fare in modo di arrivare fino a maggio e sfruttare quindi la concomitanza con l’EXPO, come ha spiegato Rapetti. Si inizierà il 15 e 16 novembre con Enrico IV di Luigi Pirandello, diretto e interpretato dallo straordinario Franco Branciaroli, per poi passare,  il 13 e 14 dicembre, Gli Innamorati di Carlo Goldoni, diretto da Andrée Ruth Shammah. Entrambi questi spettacoli saranno replicati per gli studenti delle scuole superiori il lunedì mattina e dopo la recita gli artisti incontreranno i ragazzi. Così sarà anche per Magazzino 18 di e con Simone Cristicchi, che andrà in scena il 26 febbraio fra gli eventi Fuori Stagione. Lo spettacolo, che parla di una delle pagine più terribili e dimenticate della nostra storia recente (le foibe nella Venezia Giulia e in Istria e il conseguente esodo di centinaia di migliaia di persone), è stato trasmesso su Rai Uno (ovviamente a tarda ora…) lo scorso inverno proprio in occasione della Giornata del Ricordo. Tornando al cartellone di prosa, il 2015 si aprirà con la ripresa de La Scuola di Domenico Starnone per la  regia di Daniele Lucchetti, con Silvio Orlando e Marina Massironi. Un classico del cinema italiano contemporaneo, tanto apprezzato che il suo titolo ha soppiantato quello originale della pièce teatrale, Sotto banco. In occasione del riallestimento dello spettacolo verrà data la possibilità al pubblico di assistere alle prove e saranno organizzati degli incontri con gli interpreti.
Seguiranno poi altre commedie: il 28 febbraio e 1° marzo Signori… Le patè de la maison, da Le Prenom di Matthieu DeLaporte, con Sabrina Ferilli, Maurizio Micheli e Pino Quartullo; il 21 e 22 marzo Sarto per signora di Georges Feydeau con Emilio Solfrizzi; l’11 e 12 aprile Rumori fuori scena, l’esilarante testo di Michael Frayn, al 31° anno di replica, portato in Italia dalla compagnia Attori & Tecnici. La stagione di prosa si concluderà il 16 e 17 maggio con La dodicesima notte di William Shakespeare, diretta e interpretata da uno dei nomi più importanti del teatro e del cinema italiano, Carlo Cecchi.

 

Christian De Sica

Christian De Sica

Ricco e diversificato anche il cartellone del Varie-età, composto da spettacoli di grande successo e da novità. Si partirà il 20 e 21 dicembre 2014 con Cinecittà di e con Christian De Sica, regia di Giampiero Solari; il 24 e 25 gennaio toccherà a Servo per due – One man, two guvnors, la versione musical tratta da Il servitore di due padroni di Goldoni, interpretata da Pierfrancesco Favino, che firma anche la regia; il 14 e 15 febbraio arriverà Paolo Rossi con Il colore è una variabile dell’infinito, una colorata commedia musicale sull’inventore della rosa blu e della Lambretta, scritta e diretta da Roberta Torre. Il 7 e l’8 marzo il Coccia ospiterà inoltre un grande evento, il debutto nazionale di Next to normal, musical prodotto dalla Scuola del Teatro Musicale in collaborazione con la Compagnia della Rancia. Vincitore di tre Tony Awards e del Premio Pulitzer 2010, questo spettacolo sarà diretto dal novarese Marco Iacomelli, già assistente di Saverio Marconi nonché Direttore Artistico della STM:«Si tratta di una grande scommessa, di un progetto folle» ha dichiarato il giovane regista. «Ringrazio quindi il Comune e il Teatro Coccia per averci creduto, così come hanno creduto nel progetto di una Scuola del Teatro Musicale, che ha appena compiuto il suo primo anno di vita [e ha sede nei locali del Piccolo Coccia, n.d.a.]. Next to normal non è solo un musical di puro intrattenimento, ma uno spettacolo di alto livello». Il cartellone di Varie-età si chiuderà il 28 e 29 marzo con il musical Signori in carrozza, interpretato da Chiara Noschese e Paolo Sassanelli: «Il testo è ancora in fase di preparazione» ha spiegato la direttrice Rapetti, «ma si sa che la vicenda narrata sarà un pretesto per parlare di teatro. Questo spettacolo, inoltre, debutterà a Milano in occasione dell’EXPO».

SERVO PER DUE

Pierfrancesco Favino

 

Per il cartellone del Comico d’autore vedremo il 20 novembre 2014 Onderòd di e con Gioele Dix, il 15 gennaio 2015 Sparla con me con Dario Vergassola, il 13 marzo Othello. L’H è muta degli Oblivion, l’8 aprile Occhio a quei 2! di Lillo & Greg.

 

Confermati gli appuntamenti dedicati ai bambini e all’esperienza del teatro da vivere in Famigliail 19 ottobre arriva la beniamina dei  più piccoli, Peppa Pig e la caccia al tesoro; il 22 febbraio un classico della narrativa per ragazzi, Il mago di Oz, messo in scena da Italo dall’Orto; chiude il cartellone una produzione dell’Associazione Venti Lucenti di FirenzeLa principessa Turandot, adattamento dall’opera di Giacomo Puccini, che andrà in scena il 19 aprile dopo un percorso di studio e avvicinamento all’opera lirica che sarà condotto dall’Associazione con tutte le scuole primarie e secondarie novaresi. Un importante momento di coinvolgimento e formazione per gli studenti della città.

 

Ed eccoci agli  eventi Fuori Stagione: prima del già citato spettacolo con Cristicchi a febbraio, venerdì 12 dicembre andrà in scena la prima esecuzione assoluta dell’opera lirica Il canto dell’amore trionfante, ispirata all’omonimo racconto di Ivan S. Turgenev, scritta dal compositore e autore Paolo Coletta e prodotta dalla Fondazione Teatro Coccia. Con quest’opera il teatro novarese prosegue nel suo percorso di apertura verso i compositori e le opere contemporanei iniziato lo scorso anno con La gatta bianca di Sandra Conte, e la produce, investendo così nel futuro dell’opera lirica italiana.

Ornella Vanoni

Ornella Vanoni

Il 18 dicembre sarà invece la volta del recital concerto di Ornella Vanoni Un filo di tacco, un filo di trucco. Il fiore all’occhiello di questa stagione sarà però il ritorno a Novara del Maestro Riccardo Muti, che venerdì 20 marzo 2015 salirà sul podio del Coccia a dirigere l’Orchestra Giovanile “Luigi Cherubini”. «L’augurio è che questo evento segni una nuova era per il nostro teatro, che forse può finalmente considerarsi fuori dal periodo buio causato dai ben noti problemi economici che abbiamo ereditato» ha affermato Rapetti. Il legame del noto direttore d’orchestra con la nostra città risale al 1967, quando vinse il prestigioso Premio Cantelli, primo italiano ad esserne insignito. Da allora Muti tornò al Coccia nel febbraio 1993 per il concerto di riapertura del teatro dopo i lunghi lavori di restauro e nel novembre 2006 per ricordare Guido Cantelli, pupillo di Arturo Toscanini, nel cinquantenario della tragica e prematura scomparsa. Per sancire maggiormente questo legame con Novara, il 19 marzo l’associazione Amici della Musica Vittorio Cocito curerà per il pubblico novarese un’introduzione al concerto. Nell’occasione Ettore Borri, presidente dell’associazione, ripercorrerà fin dagli esordi la straordinaria carriera artistica del Maestro Riccardo Muti.

Riccardo Muti

Riccardo Muti

 

Gli Amici della Musica Vittorio Cocito sono inoltre organizzatori, come sempre, del Festival Cantelli. Quattro gli appuntamenti in programma, ricordati dal Maestro Borri: Siberian Symphony Orchestra il 5 novembreOrchestra Cantelli il 19 novembreFuturorchestra il 3 dicembre e Croatian Radiotelevision Sumphonu Orchestra il 17 dicembre.

 

Si rinnova ovviamente anche la collaborazione con Novara Jazz di Corrado Beldì, che firma la direzione artistica dei domenicali Aperitivi in… JazzIgor Palmieri Set Tribute to Chet Baker il 16 novembreThomas Guiducci & The B-Folk Guys il 14 dicembreMario Fragiacomo Klezmer & Yiddish Songs il 1° marzo,  Elisabetta Antonini Tribute to Horace Silver il 20 marzo e Carlo Morena Piano Solo il 12 aprile.

«Noi come Amministrazione, eletta nel giugno 2011, abbiamo iniziato fin da subito a lavorare sul teatro, perché credevamo e crediamo tuttora nella centralità di questa istituzione per la cultura novarese. Abbiamo dovuto far fronte a tante difficoltà, ma, anche grazie al sostegno dei vari partner, siamo riusciti a diffondere una qualità culturale sempre crescente» ha dichiarato Paola Turchelli nel suo intervento, all’inizio del quale ha anche ricordato alcune sue parole rilasciate nel luglio di tre anni fa a proposito degli intenti nei confronti del Coccia e del sistema culturale cittadino. «Noterete che fra gli sponsor della stagione 2014/15 c’è pure il Sistema Culturale Integrato Novarese: averlo realizzato è per noi un risultato molto importante, perché siamo riusciti, come ci eravamo proposti, a creare una grande rete e una grande sinergia fra musei, beni culturali ed istituzioni territoriali, nella speranza di coinvolgere sempre più soggetti per dare vita a progetti di ampio respiro».

Con l’augurio quindi di un futuro prospero per il Coccia e la cultura novarese e un ringraziamento del Sindaco ai membri del Consiglio di Amministrazione, che dedicano tempo, competenza e passione al teatro, si è infine conclusa la conferenza stampa ed è ufficialmente iniziato il conto alla rovescia per una nuova ricchissima stagione.

 

Per tutte le informazioni di biglietteria consultare il sito www.fondazioneteatroccia.it o telefonare alla biglietteria del teatro aperta da martedì a sabato dalle 10.30 alle 18.30, tel. 0321.233201.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

MILANO – Ancora pochi giorni per visitare l’interessantissima mostra 1924-2014 – La RAI racconta l’Italia, allestita al palazzo della Triennale dallo scorso 29 aprile. Ricca di quadri, fotografie, bozzetti, libri, documenti, costumi, attrezzatura degli studi radiofonici e televisivi, ma soprattutto di contributi audio e di filmati ormai passati alla storia, così tanti che se si volessero sentire e vedere tutti si potrebbero trascorrere lì giornate intere. Personalmente invece ci ho passato “solo” 3 ore, concentrandomi sugli argomenti di mio interesse.

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Ho trovato molto affascinante ripercorrere la storia del nostro Paese attraverso la storia della RAI, nata come URI (Unione Radiofonica Italiana) nel 1924, poi trasformatasi in EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) e infine in RAI (Radio Audizioni Italiane). Uno spettacolo per gli occhi, che incanta specialmente noi donne, è sicuramente costituito dalla sezione dedicata agli abiti da favola indossati da Mina, Sandra Mondaini, Raffaella Carrà, Lorella Cuccarini e da altri volti noti del piccolo schermo, fino ad arrivare ad un delizioso abitino sfoggiato da Luciana Littizzetto al Festival di Sanremo 2013. Ma le emozioni più grandi sono date, secondo me, dagli estratti radiofonici, fra i quali si possono ascoltare veri pezzi di Storia, come la dichiarazione di guerra fatta da Mussolini il 10 giugno 1940, l’assassinio di JFK a Dallas nel 1963, la telefonata con cui le Brigate Rosse informavano di aver ucciso Aldo Moro e davano le indicazioni su dove cercare il corpo. E anche l’indimenticabile personaggio di Mario Pio inventato da Alberto Sordi prima di diventare una stella del cinema, le canzonette degli anni Trenta e Quaranta, i messaggi in codice di Radio Londra e tantissimo altro ancora. Fra i filmati più interessanti, si possono scovare invece le trasmissioni Studio Uno condotta da Mina, Non è mai troppo tardi condotta dal maestro Alberto Manzi (programma che insegnò l’italiano a molte persone), alcuni sceneggiati interpretati da attori di prim’ordine (altra caratteristica pedagogica della televisione di allora), le inchieste di Mario Soldati e quelle di Sergio Zavoli… Insomma, chi più ne ha più ne metta. Mi è spiaciuto non trovare nulla sul Trio Lopez-Marchesini-Solenghi, che ha fatto ridere più di una generazione fra anni Ottanta e Novanta e che ancora oggi è adorato e ricordato da molti, ma magari nell’enorme quantità di materiale mi è sfuggito qualcosa.

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Unica pecca di questo allestimento è data dal fatto che non ci sia nulla per sedersi ogni tanto e ricaricarsi: dovendo infatti stare a lungo fermi in piedi nello stesso punto per ascoltare o vedere qualcosa, gambe e schiena potrebbero risentirne. Tuttavia, essendo la mostra ad ingresso gratuito (sì, incredibile, tutta questa “roba” senza pagare nulla!), potreste anche fare una pausa nel vicinissimo Parco Sempione e poi ritornare ritemprati per continuare a gustarvela.

 

Triennale di Milano, 29 aprile – 15 giugno 2014
1924-2014 – La RAI racconta l’Italia
Orari: martedì-domenica dalle 10.30 alle 20.30, giovedì dalle 10.30 alle 23.00
Ingresso libero

 

Clarissa Egle Mambrini

 

THE FLOWERS OF WAR (I FIORI DELLA GUERRA)
Regia: Zhang Yimou
Genere: drammatico, storico
Soggetto: tratto dal romanzo I tredici fiori della guerra di Geling Yan
Sceneggiatura: Liu Heng, Yan Heng
Cast: Christian Bale (John Miller), Ni Ni (Yu Mo), Xinyi Zhang (Shujuan Meng), Tong Dawei (Maggiore Li), Paul Schneider (Terry), Tianyuan Huang (George), Atsuro Watabe (Colonnello Hasegawa), Kefan Cao (Mr. Meng)
Fotografia: Xiaoding Zhao
Montaggio: Peicong Meng
Musiche: Qigang Cheng
Scenografia: Yohei Taneda
Costumi: William Chang, Graciela Mazòn
Produzione: Zhang Yimou, Zhang Weiping, William Kong e Beijing New Picture Film Co. – Cina, 2011
Durata: 146 minuti

 

Siamo nel pieno della Seconda Guerra Sino-Giapponese, è il 13 dicembre 1937 e le truppe nipponiche arrivano ad assediare la capitale cinese, Nanchino. Nella città piena di macerie si incrociano i destini di persone diversissime fra loro, che si trovano a rifugiarsi in una chiesa cattolica, ancora per poco zona franca: John Miller, becchino americano venuto per seppellire Padre Engelmann, le giovanissime studentesse del collegio e altrettante prostitute, l’orfano George e un giovane soldato in fin di vita. Inizialmente ognuno pensa a salvare se stesso e la convivenza forzata inasprisce i conflitti, ma ben presto l’atrocità della guerra e la disumanità degli invasori costringono i personaggi, pur nelle loro diversità, ad aiutarsi l’un l’altro fino all’eroico sacrificio finale.

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Uscito in Cina nel 2011, presentato fuori concorso al Festival di Berlino nel 2012 e candidato al Golden Globe e all’Oscar  come migliore film straniero in quello stesso anno, I fiori della guerra di Zhang Yimou in Italia è circolato solo in home video a partire dallo scorso febbraio ed è poi stato trasmesso in prima serata dalla Rai una decina di giorni fa. Un peccato che l’opera di un regista così famoso e apprezzato sia stata snobbata dal circuito delle nostre sale cinematografiche, soprattutto tenendo conto del fatto che si presta assai di più ad una visione sul grande schermo piuttosto che su quello del televisore casalingo.

La pellicola non manca di retorica ed è costituita da un struttura e da diversi elementi tipici del cinema epico/patriottico hollywoodiano oltre che da qualche lungaggine di troppo, specialmente nella seconda parte: questi i motivi addotti da alcuni per bocciare il film o per non promuoverlo a pieni voti. Personalmente, nonostante anch’io abbia riscontrato questi “difetti”, ho invece molto apprezzato I fiori della guerra, che mi ha permesso di conoscere fatti della storia recente a me totalmente sconosciuti. Pur non essendo un’esperta della filmografia di Zhang Yimou (lacuna a cui spero di rimediare quanto prima), ritengo inoltre che il regista cinese non abbia tradito il proprio stile estetico, con cui è riuscito anche in questo caso a donare a molte scene il fascino e i colori di opere pittoriche, indugiando talvolta su particolari impensabili e rendendo il cinema uno spettacolo soprattutto di immagini, iniettando così barlumi di bellezza e di eleganza nel grigio scenario di devastazione in cui si colloca la vicenda narrata.

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Tratto dal romanzo I tredici fiori della guerra della scrittrice Geling Yan, a sua volta ispirato ad una storia vera, il film prende le mosse dal libro condendo la vicenda di elementi più accattivanti dal punto di vista cinematografico e servendosi di una star hollywoodiana come l’attore britannico Christian Bale per il ruolo del protagonista, John Miller (assente nel romanzo), mentre tutta la vicenda è narrata dalla studentessa Shujuan (zia della Yan), interpretata da Xinyi Zhang. Nonostante sia la voce narrante e quindi il personaggio dal punto di vista del quale teoricamente vengono mostrate le varie vicissitudini, è però spodestata nel ruolo di coprotagonista al fianco di Bale dalla bella e conturbante Ni Ni (classe 1988) nei panni di Yu Mo, il fiore più pregiato fra le prostitute rifugiatesi nel collegio.

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Tralasciando le nette suddivisioni di sapore patriottico in buoni e cattivi, in vittime e carnefici, in eroi e vigliacchi che abusano del proprio potere, dove i primi sono Cinesi e i secondi Giapponesi, secondo me I fiori della guerra ha il pregio di trasmettere un messaggio universale, raccontando e mostrando la deriva morale e disumanizzante cui purtroppo porta ogni guerra e di cui spesso pagano le conseguenze soprattutto le donne, senza dimenticare che l’assedio di Nanchino è davvero noto alle cronache per l’efferatezza con cui l’esercito nipponico si scagliò sulla popolazione civile, stuprando e trucidando chiunque senza pietà, così come accade in alcune scene del film che non risparmiano sangue e crudeltà allo spettatore.

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È così che la castità virginale delle studentesse coperte da lunghe divise scure, contrapposta alla sensualità esibita delle prostitute abbigliate invece in modo sgargiante e sempre truccate e ben pettinate, diventa metafora di una purezza sporcata dall’atrocità della guerra, ma anche un valore che vale la pena difendere a costo della propria vita. Cosicché saranno Yu Mo e le sue compagne a sacrificarsi per permettere alle ragazzine di avere una nuova esistenza, quella che nemmeno loro hanno potuto avere.

 

 

 

Clarissa Egle Mambrini

 

 

A quasi tre mesi dall’uscita, qualche sera fa ho potuto finalmente vedere quel piccolo gioiello che è La mafia uccide solo d’estate, pellicola d’esordio di Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, veejay di MTV, inviato del programma “Le Iene”, autore televisivo, scrittore e già aiuto regista per Franco Zeffirelli e Marco Tullio Giordana.
Attraverso lo sguardo di Arturo, la sua infantile idolatria per Giulio Andreotti e i suoi vani tentativi per conquistare il cuore dell’amica Flora, il film racconta con leggerezza ed ironia vent’anni di mafia a Palermo, a partire dalla strage di Viale Lazio del 10 dicembre 1969 fino ad arrivare alle bombe di Capaci e di Via Adamelio del 1992.download
I sorrisi strappati al pubblico con garbo e raffinatezza non sono disgiunti però da momenti tristi e commoventi, che, anche grazie a filmati d’epoca, ricordano come un monito perenne la spietatezza della mafia e soprattutto la sua maschera di “normalità” che le ha permesso di infiltrarsi come un cancro incurabile nella vita quotidiana della gente comune per tanto (troppo) tempo. Il maggior merito di questo film, infatti, sta forse proprio in questo: nel mostrarci la “convivenza” a Palermo tra mafiosi, servitori dello Stato (veri o presunti) e le persone più o meno oneste e la passiva accettazione di tutto ciò (oltre alla conseguente omertà). Senza retorica e senza risultare ripetitivo rispetto alle numerose pellicole finora prodotte sull’argomento, La mafia uccide solo d’estate, vincitore del Premio del Pubblico al Torino Film Festival, riesce ad emozionare in profondità lo spettatore, ricordando gli “eroi” umani e semplici morti per combattere Cosa Nostra (Boris Giuliano, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), la collusione fra politica e mafia ed evidenziando come le stragi del 1992, dopo decenni di indifferenza, significarono un risveglio delle coscienze per i siciliani e non solo. Anche per i giovani protagonisti della storia, interpretati nella seconda parte del film dallo stesso Pif e da Cristiana Capotondi, e per altri personaggi le morti di Falcone e Borsellino diventano il punto di svolta, gli eventi dopo i quali non si possono più chiudere gli occhi e far finta di niente.
Ognuno di noi deve rendersi responsabile nella battaglia non solo contro Cosa Nostra ma contro il Male in generale, per non rendere vani i sacrifici di quegli “eroi buoni” che la pellicola ricorda e per costruire un domani migliore. Come afferma Arturo/Pif alla fine della vicenda: «Quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo, la seconda che avrei dovuto insegnargli a distinguerla».

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LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE
Regia di Pif
Soggetto e sceneggiatura di Pif, Michele Astori, Marco Martani
Cast: Pif, Cristiana Capotondi, Alex Bisconti, Ginevra Antona, Claudio Gioè, Ninni Bruschetta, Barbara Tabita, Rosario Lisma, Antonio Alveario
Produzione: Wildside, Rai Cinema – Italia 2013
Durata: 90 minuti

 

Clarissa Egle Mambrini

Per festeggiare la nomination all’Oscar come miglior film straniero, ripubblico la breve intervista che mi fu fatta lo scorso maggio all’uscita dal cinema 🙂

Across the universe

Come sicuramente molti di voi già sapranno, è notizia di oggi che La grande bellezza di Paolo Sorrentino è stato candidato dall’Italia per ambire ad essere selezionato fra i film stranieri in corsa per l’Oscar. Dovremo aspettare però fino al 16 gennaio per conoscere le nomination ufficiali dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che assegnerà poi le ambite statuette durante la cerimonia al Dolby Theatre di Los Angeles il 2 marzo 2014. Presentato al Festival di Cannes e contemporaneamente uscito nelle sale lo scorso 21 maggio, l’ultima fatica di Sorrentino è stata accolta molto favorevolmente soprattutto all’estero, mentre in patria ha ricevuto pareri contrastanti.
Personalmente ho avuto la fortuna di vederlo proprio alla prima sera di proiezione e di essere stata casualmente scelta fra il pubblico da Giancarlo Grossini di «Vivi Milano», supplemento del «Corriere della sera», per una brevissima intervista. Sono sempre a…

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Sabato 11 e domenica 12 gennaio fa tappa al Coccia di Novara Giuseppee Fiorello con lo spettacolo teatrale “Penso che un sogno così…” dedicato a Domenico Modugno. Per l’occasione, ripubblico l’articolo che scrissi un anno fa in occasione della fiction a lui dedicata e interpretata proprio da Fiorello.

Across the universe

18 e 19 febbraio 2013, Rai Uno
VOLARE – LA GRANDE STORIA DI DOMENICO MODUGNO
Miniserie in due puntate
Regia Riccardo Milani
Soggetto e sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Con Giuseppe Fiorello (Domenico Modugno), Kasia Smutniak (Franca Gandolfi), Alessandro Tiberi (Franco Migliacci), Antonio D’Ausilio (Riccardo Pazzaglia), Diego D’Elia (Antonio Cifariello), Federica De Cola (Giulia Lazzarini), Massimiliano Gallo (Giuseppe Gramitto), Gabriele Cirilli (Claudio Villa), Alberto Resti (Johnny Dorelli), Armando De Razza (Cucaracho), Pierluigi Misasi (Fulvio Palmieri), Antonio Stornaiolo (Padre Domenico), Roberto De Francesco (Don Antonio), Cesare Bocci (Raimondo Lanza di Trabia), Michele Placido (Vittorio De Sica)
Casting Rita Forzano23560285_beppe-fiorello-domenico-modugno-la-fiction-volare-nel-blu-dipinto-di-blu-0
Aiuto regia Francesco Capone
Costumi Alberto Moretti
Scenografia Massimo Geleng
Fonico Andrea Petrucci
Organizzatore di produzione Antonio Stefanucci
Direttore di produzione Francesco Morbilli
Direttore della fotografia Saverio Guarna
Montaggio Patrizia Ceresani
Musiche originali Andrea Guerra
Produttore Rai Fabrizio Zappi
Prodotto da Elide Melli

 

Non sono un’amante della televisione e specialmente di…

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Stasera alle 21.15 su Rai 5 verrà riproposto “Bright star” di Jane Campion!

Across the universe

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BRIGHT STAR
Regia, soggetto e sceneggiatura Jane Campion
Con Abbie Cornish (Fanny Brawne), Ben Wishaw (John Keats), Paul Schneider (Charles Brown), Kerry Fox (la signora Brawne), Edie Martin (Margaret ‘Toots’ Brawne), Thomas Sangster (Samuel Brawne)
Fotografia Greig Fraser
Montaggio Alexandre De Franceschi
Musiche Mark Bradshaw
Costumi Janet Patterson
Genere drammatico, biografico
Durata 120 minuti
Produzione BBC Films (Gran Bretagna), Screen Australia (Australia), Pathé (Francia)
Anno 2009

 
 
John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 24 febbraio 1821) è oggi uno dei poeti romantici più famosi al mondo, ma purtroppo nella sua breve vita fu scarsamente apprezzato dai contemporanei. Cominciò a frequentare ambienti artistici e letterari intorno ai 20 anni e a quell’epoca risalgono le sue prime prove poetiche, lodate da pochi e criticate o ignorate dalla maggior parte, come la raccolta Poems e il poema Endymion. Nel 1818, però, il giovane poeta fece un incontro che…

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NOVARA – Teatro Coccia gremito in ogni ordine di posti (come purtroppo non accade spesso) per il musical Frankenstein Junior della Compagnia della Rancia andato in scena il 16 e il 17 novembre: tanti ragazzi e famiglie anche con bambini al seguito, richiamati dal titolo celebre tratto dall’omonimo famosissimo film di Mel Brooks e dalla garanzia di qualità e professionalità di cui è sinonimo la compagnia diretta da Saverio Marconi, presente in sala insieme al novarese Marco Iacomelli, regista associato dello spettacolo e Direttore Artistico della neonata Scuola del Teatro Musicale che ha sede nei locali del Piccolo Coccia. FJ_scena_04

Il musical, versione italiana di quello scritto e musicato direttamente da Mel Brooks, ha debuttato un anno esatto fa, il 28 novembre 2012, al Teatro Brancaccio di Roma, ottenendo immediatamente un grande successo.
La storia del dottor Frederick Frankenstein, qui interpretato dal sempre bravo Giampiero Ingrassia, ha del resto appassionato schiere di spettatori di ogni età fin dalla sua comparsa sul grande schermo nel 1975, entrando a far parte delle cento commedie americane più amate di tutti i tempi.

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Ritmo, gags (spesso equivoche), buona musica, cast artistico e tecnico di alto livello, un’accurata scenografia che ricrea il più fedelmente possibile le ambientazioni del film (girato in bianco e nero come parodia delle pellicole anni Venti ed in particolare di quelle dedicate alla creatura nata dalla penna di Mary Shelley), accattivanti giochi di luce: questi gli ingredienti vincenti dello spettacolo, caratterizzato da alcuni elementi metateatrali e condito inoltre da alcune leggendarie battute che tutti gli appassionati di cinema conoscono a memoria e che non potevano certo mancare proprio qui. Così come immancabili erano il tema del violino e il duetto tra Frankenstein e il Mostro Puttin’ on the Ritz di Irving Berlin, uno dei momenti di maggior coinvolgimento del pubblico.

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Tante risate, quindi, e diversi applausi a scena aperta per tutti i simpatici protagonisti (Giulia Ottonello, Mauro Simone, Altea Russo, Valentina Gullace, Fabrizio Corucci, Felice Casciano, Davide Nebbia, Roberto Colombo, Michele Renzullo), che intanto proseguono il fortunato tour nel resto d’Italia.
Sarebbe bello vedere un pubblico così numeroso e variegato anche a spettacoli che non siano di puro e semplice svago come Frankenstein Junior, ma – per carità – non lamentiamoci e godiamoci questo trionfo.

 

FRANKENSTEIN JUNIOR – IL MUSICAL
Testo Mel Brooks e Thomas Meehan
Musica e liriche Mel Brooks
Traduzione in italiano Franco Travaglio
Regia e coreografie originali Susan Stroman
Regia Saverio Marconi
Regia associata Marco Iacomelli
Coreografie Gillian Bruce
Scenografie Gabriele Moreschi
Costumi Carla Accoramboni
Disegno luci Valerio Tiberi
Disegno fonico Enrico Porcelli
Trucco e acconciature Antonella Marinuzzi
Vocal Coach Lena Biolcati
Produzione Compagnia della Rancia

 

Spettacolo visto sabato, 16 novembre 2013

 

Clarissa Egle Mambrini

 

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Regia: Orson Welles
Soggetto e sceneggiatura: Orson Welles (dall’omonima tragedia di William Shakespeare)
Cast: Orson Welles (Macbeth), Jeanette Nolan (Lady Macbeth), Daniel O’Herlihy (Macduff), Edgar Barrier (Banquo), Roddy McDowall (Malcom), Erskine Sanford (Duncan), Alan Napier (Padre Santo), Christopher Welles (figlio di Macduff)
Fotografia: John L. Russel
Scenografia: Fred Ritter con la collaborazione di John McCarthy Jr. e James Redd
Costumi: Orson Welles, Fred Ritter e Adele Palmes
Musica: Jacques Ibert
Montaggio: Louis Lindsay
Produzione: Mercury Production, Republic Pictures – USA, 1947
Durata: 107 minuti (versione originale), 81 minuti (versione tagliata)

 

 

 

 

Macbeth, composta fra 1605 e 1606, è una delle più famose tragedie shakespeariane. Per la sua trama a tinte forti, densa di delitti, sete di potere e follia omicida, che va a scavare nelle zone più oscure dell’animo umano, è stata fonte di ispirazione per molti artisti ed è purtroppo oggi più che mai attuale, come ha voluto dimostrare per esempio il regista Andrea De Rosa nel suo discutibile adattamento andato in scena lo scorso inverno a Milano. Molto prima di questa recente versione, però, altre due arti affini si sono impossessate del dramma shakespeariano: il melodramma, con l’opera composta da Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave e traduzione di Andrea Maffei (che tra l’altro venerdì e domenica inaugurerà la stagione del Coccia di Novara con l’insolita regia di Dario Argento), e il cinema, con alcuni film tra i quali uno dei più celebri è quello diretto e interpretato da Orson Welles nel 1947.

L’artista statunitense (1915-1985), celebre regista e protagonista di Quarto potere (Citizen Kane, 1941) – considerato da «Sight & Sound», rivista del British Film Institute, il film migliore di sempre e spodestato l’anno scorso da La donna che visse due volte (Vertigo, 1958) di Alfred Hitchcok – aveva già messo in scena il Macbeth in altri contesti prima di arrivare all’adattamento cinematografico. Si ricordano infatti il Voodoo Macbeth al Federal Theatre di Harlem (1936), ambientato ad Haiti ed interpretato da attori di colore, l’allestimento allo University Theatre di Salt Lake City per lo Utah Centennial Festival (1947) – che fu quello più influente sul film – e le versioni radiofonica (1937) e discografica (1939) con la compagnia Mercury Theatre, da lui fondata.
Fra teatro e cinema Welles adattò anche altri drammi del bardo inglese, ma a quanto pare fu questo il suo prediletto, presentando il maggior numero di messe in scena.


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Profondamente convinto del fatto che Shakespeare sia molto facile da portare in scena se preceduto da un intenso periodo di prove, il poliedrico artista si prese quattro mesi per le prove con gli attori e dopo di che, in soli 23 giorni nell’estate del 1947, effettuò le riprese del film in uno studio della Republic con un budget limitatissimo di 65 mila dollari.

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Questa povertà di tempi ma soprattutto di mezzi è purtroppo evidente nella pellicola, in cui i cinque atti della tragedia teatrale sono condensati in un’ora e venti minuti, i costumi e le scenografie, volutamente espressionistiche, appaiono piuttosto rudimentali e talvolta visibilmente finti, tanto da suscitare addirittura qualche sorriso quando si vedono questi prodi cavalieri scozzesi abbigliati e acconciati come lontani parenti di Gengis Khan e Macbeth, nella battaglia finale, con una corona assai simile a quella della Statua della Libertà. L’ambientazione è volutamente indefinita, probabilmente a sottolineare la costante attualità e universalità della vicenda narrata; diciamo che è accostabile ad un medioevo senza tempo, come nelle fiabe.

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Una volta ultimato e montato, il film continuò ad avere vita travagliata. Visto infatti l’esito disastroso  dell’anteprima, si optò per l’eliminazione dell’accento scozzese dei personaggi e il taglio di alcune scene, cosa che costrinse il regista a registrare nuovamente il parlato della pellicola e a ridurla da 107 a 81 minuti, lasciando cadere nell’oblio elementi che forse avrebbero potuto contribuire ad un migliore risultato nel lungo periodo, come per esempio un piano sequenza di dieci minuti, l’originalità del montaggio e una lunga ouverture musicale all’inizio della storia.

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Evidentemente anche Welles subì la maledizione di Macbeth nota nel mondo del teatro. Il dramma shakespeariano, infatti, fu spesso accompagnato da eventi funesti, a partire dalla prima rappresentazione, durante la quale l’attore che interpretava Lady Macbeth morì sul palco colpito da una febbre fulminante e fu rimpiazzato dall’autore stesso. Essendo i teatranti molto superstiziosi, è difficile trovare artisti disposti a metterlo in scena e addirittura si ricorre a diversi espedienti pur di non nominarne esplicitamente il titolo, perché già quello potrebbe essere fonte di sventure.

Consiglio in ogni caso la visione del film di Welles, che fra le molte critiche ricevette anche alcuni consensi autorevoli, come quello di Jean Cocteau che gli attribuì «una forza selvaggia e disinvolta».

 

Clarissa Egle Mambrini