Category: Blog L’Azzurro


[Articolo già pubblicato il 28/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/28/teatro-coccia-e-i-giovani/]

Lo scorso 25 ottobre, all’Università del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro a Novara, si è svolto un interessante incontro organizzato dal Coccia per avvicinare i giovani all’affascinante mondo del teatro e, in particolare, ad alcuni spettacoli dei cartelloni Prosa e Varie-Età inseriti nell’abbonamento dedicato ai ragazzi sotto i 27 anni di età. Relatore Andrea Bisicchia, critico, saggista e docente di Organizzazione del teatro e dello spettacolo alla Cattolica di Milano, il quale, con l’ausilio di alcuni filmati, ha illustrato i quattro titoli dell’abbonamento under 27, accomunati – come ha sottolineato il professore – dal rapporto fra razionale e irrazionale, presente in essi con diverse modalità.
Il primo è Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, che, mescolando alcuni generi drammaturgici e affrontando tematiche tipiche del genio inglese come l’amore e il desiderio mimetico, ad un certo punto narra anche di una compagnia di dilettanti (molto diffuse quando il testo fu scritto nel 1595) alle prese con la messa in scena di uno spettacolo, particolare metateatrale che diventa centrale nell’originale versione firmata da Gioele Dix. Il noto attore ha chiamato a raccolta alcuni giovani comici di Zelig, dando vita ad un curioso esperimento che, pur «senza tradimenti al testo, alla sua carica vitalistica, alle sue preziose ambiguità, alla sua fantasiosa e dirompente comicità […] ne reinventa il linguaggio e lo smarca dal rischio della convenzione».
Il secondo è un altro spettacolo metateatrale, Servo di scena di Ronald Harwood, diretto e interpretato dal grande Franco Branciaroli, il quale sta portando avanti un percorso di esplorazione del teatro nel teatro attraverso la rappresentazione di diversi testi. In questo spettacolo (scritto e ambientato nel 1940), il protagonista è un grande attore al tramonto e in piena crisi, che necessita dell’aiuto psicologico del fidato servo di scena per continuare il proprio mestiere senza arrendersi. Come ha ricordato Bisicchia raccontando un aneddoto su Gianni Santuccio – il quale una sera arrivò a teatro per una recita di Finale di partita di Samuel Beckett convinto di non stare bene e di non essere in grado di fare lo spettacolo mentre invece, dopo essere stato rassicurato sulla presenza di due medici in sala, entrò in scena e fu eccezionale – i grandi attori sono in effetti i più labili perché vogliono sempre dare tutto e dare il meglio e proprio perciò sono maggiormente soggetti ad ansie e timori, che talvolta rischiano di bloccarli. Servo di scena si presenta quindi come un’ottima occasione per conoscere il mondo del teatro – di cui mostra soprattutto la parte nascosta, cioè ciò che succede dietro le quinte – e restarne affascinati.
Ma il titolo che forse vale tutta la stagione di prosa (senza nulla togliere agli altri) è La resistibile ascesa di Arturo Ui di Bertolt Brecht, premiato nell’ottobre 2011 come Migliore Spettacolo dell’anno dall’Associazione Nazionale Critici del Teatro e interpretato dal grande attore novarese Umberto Orsini, che ritorna nella sua città dopo La tempesta rappresentata al Coccia nel febbraio 2010. Il testo, composto tra 1940 e 1941, parla di crisi economica e di potere ed è fortemente attuale, tanto da sembrare scritto ai giorni nostri. Ambientato nella Chicago del 1929, nel pieno della crisi economica, narra l’ascesa al potere del gangster Arturo Ui: un modo per il tedesco Brecht, esiliato da nove anni dalla propria patria, per raccontare la genesi del nazismo e la conquista del potere da parte di Adolph Hitler attraverso allegorie ed elementi grotteschi. Inserendo inoltre molte canzoni, l’autore dà al pubblico la possibilità di non immedesimarsi con ciò che viene rappresentato obbligandolo a riflettere, un procedimento tipico dello “straniamento” brechtiano. Come si evince sin dal titolo, però, l’ascesa di Arturo Ui è “resistibile”, poiché se se ne ha la volontà si può resistere a qualsiasi forma di dittatura, stando comunque in guardia da questa mostruosità sempre in agguato che può creare altri mostri. Lo spettacolo, che per le canzoni si avvale delle musiche della celeberrima Opera da tre soldi, si preannuncia come un appuntamento imperdibile per il pubblico novarese, soprattutto perché offre finalmente l’occasione di assistere alla messinscena di un testo di Brecht, autore piuttosto ignorato nella storia passata del Coccia.
Infine, quarto e ultimo titolo dell’abbonamento under 27 è L’uomo, la bestia e la virtù di Luigi Pirandello, rappresentante di un tipo di teatro psicologico avversato da Brecht, fautore invece di un teatro civile e politico. Un legame fra i due autori è dato però dal grottesco, presente nella produzione di entrambi ed elemento tipicamente italiano che mescola comico e tragico. L’uomo, la bestia e la virtù, uno dei primi testi teatrali di Pirandello, scritto intorno al 1916, quando in Italia si diffonde il teatro grottesco, è sintomatico dell’intera produzione drammatica dell’autore siciliano, che prende la struttura del tipico dramma borghese allora tanto di moda e lo distrugge.
Dopo questa interessante lezione, Bisicchia si è soffermato sulla volontà, da parte della direzione del Coccia, di dare una svolta al teatro novarese, una svolta possibile solo grazie alla partecipazione di un pubblico nuovo e giovane, che deve imparare a conoscere il teatro, a frequentarlo per la sua bellezza (e non solo come evento mondano) e ad amarlo: perché il teatro non ha mezze misure, « il teatro si ama. Di teatro ci si ammala», ha affermato il professore (e la sottoscritta condivide pienamente). Bisicchia ha inoltre sottolineato come di uno spettacolo, se vissuto in maniera profonda, non si è solo spettatori bensì testimoni. E proprio per formare un nuovo pubblico, il Coccia ha inoltre indetto un concorso per i giovani che vorranno cimentarsi nella redazione di recensioni degli spettacoli compresi nell’abbonamento under 27. Gli articoli vanno inviati via mail all’indirizzo dell’Ufficio Stampa, ufficio.stampa@fondazioneteatrococcia.it, con oggetto “Recensione spettacolo”. I partecipanti devono essere al di sotto dei 27 anni oppure, se hanno già superato questa età, essere studenti universitari muniti di tessera. Non è obbligatorio recensire tutti e quattro gli spettacoli, così come non è vincolante aver acquistato l’abbonamento. Le recensioni verranno tutte inserite sul sito del teatro mentre le tre vincitrici, decretate da una commissione di esperti del settore, saranno addirittura pubblicate su riviste specializzate.
Speriamo che la dozzina di ragazzi presenti all’incontro faccia opera di proselitismo – come auspicato da Bisicchia – e che a successive eventuali lezioni il loro numero cresca, così come quello degli insegnanti delle scuole superiori, invitati ma per la maggior parte assenti – cosa secondo noi molto grave. Nascondendosi dietro la scusa del prezzo del biglietto, i giovani novaresi – come probabilmente accade in molte altre realtà di provincia – purtroppo non sono mai stati grandi frequentatori teatrali (chi lo dice ha meno di trent’anni e numerosi tentativi falliti alle spalle per quanto riguarda il fatto di convincere i coetanei ad assistere a qualche spettacolo). Ammesso che sicuramente ci sarà chi per seri motivi economici non può permettersi di venire spesso a teatro, sappiamo per esperienza personale che nella maggior parte dei casi non sono i soldi a mancare ma la voglia. I ragazzi preferiscono spendere le stesse cifre di un biglietto teatrale – se non molto di più – per dedicarsi solitamente a passatempi secondo noi più futili (discoteca, giro di diversi locali in una sola sera, acquisto di qualsiasi oggetto tecnologico di ultima generazione e via dicendo): quello che dovrebbero capire è che uno spettacolo teatrale non esaurisce la sua forza nella durata sul palcoscenico, ma è qualcosa che nutre la mente e l’anima per sempre, cosa che invece il rumore di una discoteca, l’alcool e i cellulari non possono fare. Per questo motivo i soldi spesi per il teatro (o per un libro, per una mostra, per qualsiasi forma d’arte) sono ben spesi e un buono spettacolo li vale tutti. Il Coccia, inoltre, da anni offre diverse opportunità per comprare i biglietti e prezzi agevolati: i minorenni e gli studenti universitari muniti di tessera possono infatti assistere a tutti gli spettacoli della stagione teatrale usufruendo di uno sconto del 20% e chiunque, di qualsiasi età, può acquistare i carnet, che consentono di avere uno sconto del 30% sul singolo biglietto. Da quest’anno, i ragazzi al di sotto dei 27 anni hanno appunto anche la possibilità di assistere ai quattro spettacoli di cui abbiamo parlato sopra a prezzi ancora più vantaggiosi grazie all’abbonamento a loro dedicato: a seconda dei settori, il costo – comprensivo di tutti e quattro i titoli – varia da un minimo di € 30,00 ad un massimo di € 60,00. Se a ciò si aggiunge la lodevole iniziativa di organizzare una piacevole lezione di storia del teatro come quella tenuta ieri dal professor Bisicchia, è proprio il caso di dire che il Coccia sta facendo molto per andare incontro ai giovani. Ora tocca a loro rispondere in modo adeguato, si spera anche grazie ad una maggiore collaborazione degli insegnanti e, magari, delle famiglie.

ABBONAMENTO UNDER 27
Sogno di una notte di mezza estate – Lunedì 12 e martedì 13 novembre 2012, ore 21.00
Servo di scena – Mercoledì 27 e giovedì 28 febbraio 2012, ore 21.00
La resistibile ascesa di Arturo Ui – Sabato 16 e domenica 17 marzo 2013, ore 21.00
L’uomo, la bestia e la virtù – Giovedì 18 e venerdì 19 aprile 2013, ore 21.00
Acquistabile presso la biglietteria del Teatro Coccia, aperta da martedì a sabato dalle 11.30 alle 17.30, tel. 0321.233201, oppure on line sul sito www.fondazioneteatrococcia.it.
Per informazioni e aggiornamenti, è possibile consultare anche le pagine Facebook e Twitter della Fondazione Teatro Coccia.

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 18/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/18/il-reality-di-matteo-garrone/]

La parola reality è entrata ormai da un decennio nel nostro vocabolario quotidiano, un termine “ipocrita” e ossimorico, che cela in se stesso il proprio esatto contrario, poiché dietro l’illusione di “realtà” che i cosiddetti reality show vogliono trasmettere al pubblico c’è invece un mondo finto e costruito ad arte, fatto di un nulla desolante che però purtroppo ha catalizzato negli anni l’attenzione di moltissime persone. Era il 2000 quando nacque la prima edizione italiana del Grande fratello e da allora i reality show, esibendo infinite volgarità sempre più assurde, si sono moltiplicati, andando in onda persino sulla televisione pubblica. La stagione televisiva appena cominciata a quanto pare farà a meno dei due capisaldi del genere, cioè Grande fratello e L’isola dei famosi, visti gli ascolti deludenti delle ultime edizioni, ma quanto fatto negli anni scorsi è stato sufficientemente deleterio per parte della nostra società.
È ciò che traspare dal bel film di Matteo Garrone, intitolato appunto Reality, una commedia grottesca premiata all’ultimo Festival di Cannes con il Grand Prix della Giuria e uscita nelle sale a fine settembre. Ambientata in un quartiere povero di Napoli, narra la storia del pescivendolo Luciano (Aniello Arena, ergastolano dal 1993, divenuto attore in carcere), il quale, avendo doti da intrattenitore, viene spinto dai figli e dai familiari che vivono nel suo stesso palazzo a partecipare alle selezioni per il Grande fratello. Tutti sono convinti che Luciano sarà fra i prescelti che prenderanno parte al programma e col passare del tempo se ne convince anche lui, tanto da iniziare a credere che alcuni responsabili del reality lo osservino quotidianamente per controllare e giudicare i suoi comportamenti. In men che non si dica, quella di Luciano diventa una vera e propria fissazione, che lo porta a trascurare lavoro e famiglia per passare le sue giornate davanti al televisore a seguire il Grande fratello, ormai cominciato senza di lui. Una fissazione tra paranoia e follia che lo conduce ad una percezione distorta della realtà, di fronte alla quale né la moglie, né i familiari, né gli amici, né i medici trovano una soluzione, fino ad arrivare allo sconfortante e tragicomico finale.
Con questo film, Garrone si conferma uno dei migliori registi del cinema italiano contemporaneo, che con acuta sensibilità riesce a raccontare per immagini vicende ben poco edificanti del nostro Paese. Già ci era riuscito con Gomorra (2008), trasposizione cinematografica del romanzo di Roberto Saviano, e con Reality colpisce nuovamente nel segno, se possibile in maniera ancora più sorprendente, facendo un ritratto impietoso di quella parte della società che è figlia del Grande fratello e dei suoi emuli. La miseria intellettuale in cui vivono i personaggi del film è ben rappresentata in diverse sequenze: significativi a tal proposito sono per esempio la scena iniziale della spogliazione, da parte dei protagonisti, degli abiti vistosi indossati per una cerimonia nuziale che sono in netto contrasto con le squallide stanze in cui essi vivono, e quella ambientata nel centro commerciale, tempio moderno per molte famiglie, in cui anche i chiassosi e ingombranti personaggi di Reality vanno in massa, trascinando un carrello stracolmo come le loro pance. Come abbiamo già detto, non sono ricchi, anzi, appartengono alla classe medio-bassa, eppure – eccezion fatta per Luciano e la moglie – sono tutti sovrappeso, bimbi compresi, simboleggiando così una pienezza materiale inseguita da molte persone in questa epoca, cui fa da contraltare una spaventoso vuoto intellettuale e culturale. È così che l’insulso vincitore dell’ultima edizione del Grande fratello diventa per loro un vero e proprio mito da adorare, per cui persino i bambini – e questa è forse una delle cose più tristi – stravedono. E quando Luciano, con moglie e figli, torna a casa dopo aver sostenuto il provino negli studi di Cinecittà, parenti e condomini lo applaudono trepidanti, poiché questo primo contatto con la televisione lo ha già reso ai loro occhi un personaggio, destinato ad ottenere fama e denaro, gli unici valori in cui  questi personaggi sembrano credere.
Un messaggio positivo arriva però dalla storia personale dell’attore protagonista, Aniello Arena, il quale, finito in carcere a 24 anni per aver commesso un omicidio, grazie al teatro ha abbracciato una nuova vita, redimendosi da quella precedente e dando quindi prova della ricchezza interiore che l’arte e la bellezza possono regalare. Di pochi giorni fa le sue parole a Che tempo che fa: «Napoli è la città dell’altro Aniello che ho sotterrato definitivamente. Vorrei dire ai ragazzi di studiare e di avvicinarsi all’arte. Mi capita di pensare di essere nato due volte: il teatro e il cinema mi hanno partorito di nuovo».

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 12/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/12/fai-bei-sogni/]

«Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.»
Questa è forse la frase più significativa dell’ultimo romanzo del giornalista e scrittore Massimo Gramellini, Fai bei sogni, pubblicato da Longanesi lo scorso marzo e subito diventato un best-seller, tradotto già in diverse lingue. Opera autobiografica molto toccante, ripercorre le tappe principali del percorso compiuto dall’autore alla scoperta di una dura verità, quella riguardante la morte della madre, avvenuta quando lui aveva solo 9 anni. Una verità necessaria, inconsciamente sempre ricercata e sospettata, ma mai veramente accettata fino a che, quarant’anni dopo, qualcuno gli consegna una busta in cui quella verità è rimasta sempre nascosta. La scoperta diventa un’occasione per guardarsi indietro, per riesaminare la propria vita e analizzare, anche con autoironia, se stesso e le scelte fatte. Un esame di coscienza che, pur partendo da esperienze personali, riesce in diversi punti a trasformarsi in un’indagine interiore e in un bilancio della propria vita in cui molti lettori potrebbero riconoscersi.
Le origini giornalistiche di Gramellini, che ha cominciato la propria carriera occupandosi di cronaca sportiva ed oggi è uno dei vicedirettori de La Stampa, sono ben visibili nello stile essenziale, fatto di periodi brevi e diretti, che rende la lettura agile e piacevole. Ciò però non gli impedisce di esprimere concetti molto importanti e profondi attraverso metafore ed immagini originali e semplici al tempo stesso, che affascinano i lettori regalando piccole, preziose regole di vita.
Un romanzo insomma da leggere tutto d’un fiato, denso di emozioni e riflessioni, «dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se stessi.»

Fai bei sogni
di Massimo Gramellini
Longanesi
Milano, 2012
Pp. 216
€ 14,90

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 02/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/02/bella-addormentata-di-marco-bellocchio/]

Applauditissimo da pubblico e critica all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove è ingiustamente rimasto senza nessun riconoscimento da parte della giuria (se si esclude il Premio Marcello Mastroianni all’attore emergente Fabrizio Falco), Bella addormentata di Marco Bellocchio si candida a diventare uno dei film più importanti nella lunga carriera del regista emiliano, che ancora una volta si distingue per sensibilità e profondità.
Ambientando le storie di vari personaggi di invenzione (interpretati da un ottimo cast su cui primeggiano Toni Servillo e Roberto Herlitzka) nei giorni che, nel febbraio 2009, videro l’Italia divisa in due a proposito della sorte di Eluana Englaro, Bellocchio pone all’attenzione degli spettatori molti interrogativi su temi gravi e delicati come l’eutanasia, l’accanimento terapeutico, la fede (religiosa e politica), l’etica e, più in generale, la vita e la morte senza mai suggerire delle risposte. Questa mancanza di una tesi ben definita offre al pubblico la possibilità di riflettere su questioni tanto importanti in modo completamente libero da qualsiasi preconcetto e ciò è secondo noi un notevole punto di forza della pellicola, pervasa dal primo all’ultimo fotogramma dall’atmosfera di incertezza in cui gravitano tutti i personaggi, anche quelli che inizialmente sembrano molto sicuri delle proprie idee.
La vicenda Englaro è uno sfondo costantemente presente, attraverso soprattutto l’utilizzo di filmati di repertorio di telegiornali e trasmissioni televisive, che all’epoca dei fatti monitoravano non solo la clinica La Quiete di Udine, dove la donna fu trasportata perché si eseguisse la sentenza che dava il via libera alla sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata, ma anche il Parlamento, in fermento per votare a tempo di record il disegno di legge che impedisse la sospensione delle cure per i pazienti in stato vegetativo. Attorno a questa storia, quelle di un senatore del PDL (Toni Servillo) che, avendo in passato aiutato a morire la moglie gravemente malata, non se la sente di seguire il partito e votare la legge, e della figlia (Alba Rohrwacher) che invece va fino ad Udine per manifestare contro la decisione di lasciar morire Eluana; di un ragazzo (Michele Riondino) che, insieme al fratello (Fabrizio Falco), si trova nella città friulana sul fronte opposto della ragazza ma nonostante ciò se ne innamora; di un medico (Piergiorgio Bellocchio) che salva ripetutamente la vita ad una tossicodipendente (Maya Sansa); di una madre (Isabelle Huppert) che ha abbandonato la sfolgorante carriera di attrice per stare vicina alla giovane figlia da tempo tenuta in vita solo dalle macchine e non si cura più di nessun altro, nemmeno del figlio (Brando Placido) che tanto la adora e che si sente ovviamente trascurato da questa cieca devozione della mamma per la sorella.
“Bella addormentata” non è quindi una sola, ma sono tante, non da ultimo l’Italia stessa – come ha dichiarato Bellocchio –, assopita ormai da tempo in un preoccupante stato di dormiveglia. Però, nonostante le accuse mosse da qualcuno contro la troppa “italianità” del film, il pregio di questa pellicola è sicuramente quello di partire da una storia vera accaduta nel nostro Paese per riflettere su argomenti più ampi e universali, che possono interessare qualunque essere umano. E se è vero che “nemo propheta in patria”, auguriamo a Bella addormentata di trovare fuori dai confini nazionali i riconoscimenti che merita.

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 17/09/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/09/17/leducazione-delle-fanciulle-dialogo-fra-due-signorine-per-bene/]

valeri_littizzetto01gDa una parte una signora del teatro e dello spettacolo italiano, testimone arguta, ironica ed elegante della nostra società fin dagli anni Cinquanta, che ha creato indimenticabili personaggi come “la Signorina Snob” o “la Sora Cecioni” e che tutt’ora scrive e recita, sempre al passo con i tempi nonostante i suoi 92 anni, dall’altra un moderno giullare in gonnella, un folletto pungente e sguaiato, che ha fatto della parolaccia un proprio segno distintivo (purtroppo scadendo talvolta nel turpiloquio) con cui sbeffeggia senza alcuna vergogna qualunque personaggio famoso oppure grida la rabbia – sua e spesso della gente comune – nei confronti delle tante cose che non funzionano nella società: dalla politica alla quotidiana burocrazia ai giovani che vengono fatti crescere troppo in fretta e senza un minimo di educazione.
Stiamo parlando ovviamente di Franca Valeri e Luciana Littizzetto, donne apparentemente molto diverse ma unite dallo sguardo comico con cui osservano tutto ciò che le circonda. Insieme hanno infatti scritto un libro molto gradevole, L’educazione delle fanciulle. Dialogo fra due signorine perbene, pubblicato lo scorso novembre dalla Einaudi, in cui chiacchierano sull’essere donna, sulle differenze fra l’educazione e i sogni delle ragazze di un tempo e quelle di oggi, attraverso ricordi, riflessioni e il racconto di esperienze personali che offrono al lettore simpatici aneddoti sulla vita delle due autrici. Tanti gli argomenti trattati: l’amore, il primo appuntamento, l’educazione sessuale, l’istruzione, la maternità, la casa, l’abbigliamento, la coppia, il lavoro, la chirurgia estetica, gli uomini ed altri ancora. La scrittura della Valeri e della Littizzetto rispecchia perfettamente il loro stile e il loro carattere: elegante e talvolta ermetica quella della prima, quotidiana e simile al parlato quella della seconda. Il libro, lungo un centinaio di pagine, scivola via scorrevolmente e piacevolmente, regalando sorrisi e spunti di riflessione a lettrici e lettori.

L’educazione delle fanciulle. Dialogo fra due signorine perbene
di Luciana Littizzetto e Franca Valeri
a cura di Samanta Chiodini
Einaudi, 2011
pp. 112
€ 10,00

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 07/07/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/07/07/i-delitti-intorno-al-duomo/]

Lo scorso venerdì 29 giugno le vie e le piazze intorno al Duomo di Milano si sono tinte di mistero e di sangue con l’originale e coinvolgente visita guidata teatralizzata I delitti intorno al Duomo, organizzata da Golden Ticket in collaborazione con Art-U, entrambe associazioni culturali della Brianza fondate e gestite da giovani laureati e laureandi in discipline prevalentemente umanistiche, artistiche ed inerenti al marketing e alla comunicazione. L’iniziativa, che ha avuto luogo a partire dal tardo pomeriggio realizzando il tutto esaurito, è nata con lo scopo di far conoscere ai visitatori-spettatori angoli suggestivi e poco noti della metropoli lombarda, che tra grattacieli e palazzi costruiti nel corso del Novecento nasconde veri e propri gioielli dell’arte e dell’architettura risalenti al Medioevo e al Rinascimento, carichi di storia e di fascino. Un fascino talvolta dovuto non solo alla bellezza dei monumenti e degli edifici in sé ma anche alle storie, alle leggende e agli aneddoti che essi custodiscono, spesso legati appunto a dei… delitti!
Ma come si svolge una visita guidata teatralizzata? Mentre la guida, partendo dalla Loggia dei Mercanti e arrivando a Piazza San Fedele, accompagna i visitatori tra vie e piazze da cui il Duomo si intravede soltanto, nel bel mezzo della spiegazione di alcuni di questi fatti cruenti irrompe un fantasma che attira su di sé l’attenzione dei presenti a cui narra la propria vicenda, culminata in una morte violenta. I visitatori si trasformano quindi in spettatori, che il fantasma cerca di coinvolgere nella propria storia, al temine della quale scompare fra le ombre della sera. Sotto gli occhi attenti e divertiti del pubblico si succedono Margherita Pusterla, il Bombarda, Gian Galeazzo Sforza e infine Tommaso Marino e Ara Cornaro, interpretati da giovani e bravi attori (Alessia Candido, Niccolò Contrino, Andrea Lopez, Sofia Pauly e il novarese Angelo Colombo). Seguendo questi personaggi si scoprono così molte curiosità sulla città: per esempio, lo sapevate che un tempo l’acqua dei navigli arrivava fino in centro, a pochi passi dalla Biblioteca Sormani e dall’Università Statale?
Questa zona del capoluogo lombardo, però, non cela solo delitti “antichi”, ma anche recenti: passando per Piazza Fontana è infatti impossibile non ricordare la strage avvenuta nel 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura lì situata e davanti alla quale si trovano due lapidi in memoria dell’anarchico Pinelli, e prima ancora, fuori dagli uffici dell’anagrafe del Comune, si accenna ad una misteriosa vicenda tuttora rimasta senza spiegazione accaduta nel settembre 2009 e avente per protagonista una giovane impiegata.
Visto il successo – meritatissimo – dell’iniziativa, è già in programma una replica venerdì 20 luglio, a cui consiglio caldamente di partecipare, perché si tratta di un modo molto interessante e mai noioso di conoscere e amare le bellezze di casa nostra.
Segnalo infine che Golden Ticket, oltre a I delitti intorno al Duomo, ha ideato I segreti di Brera, una visita teatralizzata in cui sono i personaggi stessi a guidare il pubblico alla scoperta dello storico quartiere milanese.

Qui di seguito il trailer de I delitti intorno al Duomo

 

Golden Ticket presenta

I DELITTI INTORNO AL DUOMO
di Sofia Pauly e Davide Ianni

con Alessia Candido, Angelo Colombo, Niccolò Contrino, Andrea Lopez, Sofia Pauly

Guide: Chiara Villa e Ilaria Caldirola
in collaborazione con Art-U

Quando e Dove:
Venerdì 20 luglio – ore 19.00 – 20.00 – 21.00 – 22.00
PIAZZA DEI MERCANTI – Milano
Si raccomanda di presentarsi 15 minuti prima dell’orario indicato.

Costi:
€ 10,00 euro + 3,00 (tessera associativa Golden Ticket)

Durata:
100 minuti circa

La prenotazione è OBBLIGATORIA e si può effettuare tramite:
cellulare: 348 3222137
mail: turismo@goldenticket.it

Note:
– i posti sono limitati (al massimo 25 persone a gruppo);
– lo spettacolo prevede spostamenti e si svolge prevalentemente all’aperto: si consiglia un abbigliamento adatto e comodo;
– in caso di maltempo, la singola replica è rimandata a data da destinarsi.

http://www.goldenticket.it/
http://www.artuassociazione.org/

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato l’11/05/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/?s=frankenstein]

Dopo gli appuntamenti di stamane per gli studenti delle scuole secondarie, questa sera alle 21.00 per tutto il pubblico, al Teatro Coccia si alza il sipario su un classico della letteratura, Frankenstein, recitato in lingua inglese dalla Arcadia Productions, compagnia nata a Milano nel 1994 e specializzata proprio nell’allestimento di spettacoli in inglese pensati appositamente per un pubblico italiano.
Scritto tra il 1816 e il 1817 dalla diciannovenne Mary Wollstonecraft Godwin, figlia di due noti letterati e moglie dell’illustre poeta Percy Shelley, e pubblicato anonimo nel 1818 con il titolo di Frankenstein, or the Modern Prometheus, questo romanzo ebbe un successo immediato, tanto che già pochissimi anni dopo fu rielaborato e adattato per le scene. Diverse furono le versioni teatrali, solitamente suddivise in tre atti, dalle quali poi nel Novecento prese spunto la maggior parte delle trasposizioni cinematografiche. Curiosa è la genesi del romanzo, narrata dall’autrice stessa nell’introduzione alla seconda edizione, pubblicata nel 1831 con alcune modifiche e aggiunte rispetto al testo originale e recante il suo nome. Percy Shelley e la sua giovane amante Mary (i due si sarebbero sposati solo alcuni mesi dopo) nell’estate del 1816 erano ospiti di Lord Byron, insieme al medico Polidori, in una villa sul lago di Ginevra; i quattro amici, trovandosi costretti dalla pioggia a passare in casa le giornate, si immersero nella lettura di storie di fantasmi e ad un certo punto decisero di gareggiare provando a scrivere ognuno una storia altrettanto paurosa. Complice però il ritorno del sole, i tre uomini abbandonarono presto l’impresa, mentre Mary perseverò, finché una notte, dopo aver ascoltato Shelley e Byron parlare di recenti esperimenti scientifici volti a dar vita alla materia inorganica nonché a rianimare corpi già morti, la giovane – la quale, particolare non da poco, era diventata madre da qualche mese e sarebbe rimasta nuovamente incinta nei mesi successivi, durante la stesura del romanzo – ebbe l’intuizione vincente e cominciò ad immaginare la sua mostruosa creatura.
Trattandosi di un classico, è scontato dire che ancora oggi questo capolavoro letterario è in grado di affascinare il lettore e di farlo riflettere su molte tematiche, rivelando la sua modernità ed attualità. In un mondo come quello odierno, dove purtroppo dilaga la violenza, spesso suscitata dall’incomprensione, le vicissitudini e i tormenti del mostro creato dal dottor Frankenstein diventano interessanti spunti di riflessione per comprendere per esempio la genesi del male: per dirla semplificando, cattivi si nasce o si diventa? E di chi sono le responsabilità?
A partire da simili interrogativi, lo spettacolo portato in scena dalla Arcadia Productions sul palco del Coccia si concentra sul rapporto creatore-creatura e sulle conseguenze derivanti dalla scelta di mettere al mondo una nuova vita. Ispirandosi al testo della Shelley, il regista, attore e scrittore Graham Spicer, infatti, propone una versione che mescola elementi orrorifici e gotici del romanzo ad atmosfere leggere e divertenti tipiche delle parodie cinematografiche di questa storia, tra le quali la più famosa è Frankenstein Junior di Mel Brooks (1974). Il rapporto con la settima arte si percepisce inoltre dalle musiche utilizzate, scelte fra alcune note colonne sonore di film thriller e horror, da quelli di Alfred Hitchcock a quelli di Dario Argento. Contrariamente però a quanto accade nel romanzo, in questa versione teatrale la vicenda della creatura mostruosa si evolve positivamente e, come si legge nella presentazione dello spettacolo – in cui si citano tra l’altro alcune tematiche come la bioetica, l’ambizione, il razzismo, l’irresponsabilità e il pregiudizio – il creatore stesso « matura, capisce il suo sbaglio, accetta la responsabilità di aver portato un’entità vivente nel mondo, e con determinazione riesce a mettere a posto i suoi errori. Qui la metafora delle responsabilità dei genitori o perfino di un padrone con il suo cane è facile da capire».
Appuntamento quindi a teatro per lasciarsi coinvolgere dal fascino gotico di una storia che ormai popola la nostra fantasia da quasi duecento anni.
Biglietti da € 15,00 a € 30,00 (intero) e da € 12,00 a € 24,00 (ridotto). Per informazioni contattare la biglietteria del teatro: tel. 0321.233200, dalle 11.30 alle 17.30 e da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
Per un ulteriore approfondimento sullo spettacolo e sul cast, consultare il seguente link: http://www.fondazioneteatrococcia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=217&Itemid=543.

Frankenstein
THEATRE IN ENGLISH
Testo di Graham Spicer ispirato all’omonimo romanzo di Mary Shelley

Regia: Graham Spicer
Scene e costumi: Carlo Orlandi
Disegno luci: Roberto Finzio
Musica: autori vari
Interpreti: Graham Spicer, Carlo Orlandi, Yvonne Worth
Produzione: Arcadia Productions sas

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 06/05/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/05/06/ritratto-di-marlene-dietrich/]

Il 6 maggio del 1992 moriva a Parigi Marlene Dietrich, un’icona del cinema mondiale, diva trasgressiva e affascinante resa immortale dal suo primo ruolo da protagonista, quello dell’entraîneuse Lola-Lola ne L’Angelo azzurro (Josef von Sternberg, 1930). Il suo periodo d’oro risale proprio agli Trenta e Quaranta, quando era una stella di Hollywood insieme all’altrettanto ambigua Greta Garbo. Negli anni Cinquanta iniziò il suo declino cinematografico, ma si reinventò come intrattenitrice, portando in giro per il mondo fino a metà anni Settanta uno spettacolo in cui si esibiva interpretando le canzoni dei suoi film e ammaliando così ancora una volta con la sua particolarissima voce, non eccelsa ma comunque unica.
Quando se ne andò, a 90 anni, io ero ancora piccola e imparai solo più tardi a conoscerla e ad apprezzarla, rimanendo affascinata da lei e da altre dive del tempo che fu.
In occasione dell’anniversario della sua morte, mi piace ricordarla con il suo film appunto più celebre, L’Angelo azzurro, sul quale scrissi qualcosa pochi anni fa, in occasione di un cineforum dedicato alla donna.

L’Angelo azzurro (Der blaue Engel)
Regia: Josef von Sternberg
Carl Zuckmayer, Karl Vollmoller, Heinrich Mann, Robert Liebmann dal romanzo Il professor Unrath di Heinrich Mann
Musiche: Frederick Hollander
Produzione: Ufa
Nazionalità: Germania, 1930
Durata: 90’
Cast: Professor Rath (Emil Jannings), Lola-Lola (Marlene Dietrich), Kiepert il prestigiatore (Kurt Gerron), Mazeppa (Hans Albers), Guste Kiepert (Rosa Valetti)

 
Per girare L’Angelo azzurro il regista austriaco Josef von Sternberg fu chiamato dalla casa di produzione tedesca UFA, la quale intendeva dare nuovo lustro al proprio prestigio attraverso una serie di film “parlati” (ricordiamo che il sonoro era un’invenzione recente: il primo film sonoro in assoluto è americano, del 1927, Il cantante di jazz di Alan Crosland mentre il primo film sonoro tedesco è del 1928, Terra senza donne di Carmine Gallone). Sternberg viveva negli Stati Uniti fin da giovane e lì aveva già cominciato la propria carriera cinematografica, passando da diverse mansioni prima di arrivare a quella di regista. Queste molteplici esperienze lasciarono indubbiamente il segno nello stile di Sternberg, che, a detta della stessa Marlene Dietrich, aveva il dono di saper dirigere tutto in un film, dalle luci agli attori, dalla fotografia al montaggio, dalle scenografie ai costumi: tutto partiva e veniva controllato da lui. La Dietrich affermerà inoltre che il successo de L’Angelo azzurro «dipende esclusivamente dal fatto che fu von Sternberg a farne la regia» e che grazie alla sua maestria si superarono molte difficoltà tecniche, soprattutto nel campo della registrazione dei suoni.
La storia narrata nel film è tratta da un romanzo del 1905, Il professor Unrath di Heinrich Mann (fratello del più famoso Thomas Mann), ma von Sternberg e gli sceneggiatori (tra cui lo stesso Mann) la rielaborano, cambiandone l’ambientazione storica e soprattutto lasciando da parte ogni intento sociologico. Se il libro prendeva di mira i vizi della borghesia tedesca come anticamera dell’ascesa del Nazismo, la vicenda del film è qualcosa infatti di più universale, che porta a riflettere sulla degradazione morale di un uomo rispettabile a causa di una donna, di una femme fatale. Gli ambienti sono tutti costruiti in studio e gli esterni, in particolare, ricordano le scenografie delle pellicole espressioniste. I personaggi sono degli stereotipi: il professore, ormai non più giovane, è uno scapolo che conduce una vita abitudinaria, scandita da gesti rituali, disciplinata e irreprensibile; Lola-Lola è la donna cinica e ammaliatrice, che seduce gli uomini come se fossero burattini nelle sue mani e che, una volta usati, li tratta con totale indifferenza (insomma una donna diabolica); Mazeppa, alto, biondo, con lo sguardo penetrante, emana il fascino tipico del seduttore.
La figura femminile interpretata dalla Dietrich è sicuramente poco edificante, frutto di una concezione maschile della donna quale oggetto del desiderio e creatura che schiavizza l’uomo. Lola-Lola è un’entraîneuse, una cantante-ballerina che si esibisce nei locali di infimo ordine, vestita in modo da lasciare ben in vista le gambe, pur se coperte da lunghe calze nere. È la donna che con il proprio corpo suscita i bassi istinti del pubblico eppure canta l’amore («Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt», cioè «Da capo a piedi sono orientata all’amore»). La donna, infine, che porta un uomo rispettabilissimo alla rovina, senza curarsene minimamente. La volgarità del personaggio sembra disgustare persino l’attrice, che così si esprimerà: «[…] Sul set giravano contemporaneamente quattro macchine da presa, tutte puntate […] sull’inforcatura delle mie gambe […] le macchine da presa non cessavano di concentrarsi sul mio corpo. […] ».
Quest’immagine di crudele seduzione sarà il successo di Marlene Dietrich, che diventerà presto l’icona di femme fatale intrigante e spietata, dal fascino ambiguo (rincarato dall’abitudine dell’attrice di indossare abiti maschili). L’attrice berlinese, diplomata in canto e allieva alla scuola di teatro di Max Reinhardt, che prima de L’Angelo azzurro aveva recitato solo in parti di secondo piano, fu notata da von Sternberg durante una rappresentazione della commedia Due cravatte di Georg Kaiser, in cui doveva pronunciare una sola battuta. Il regista intuì subito che la parte di Lola-Lola era perfetta per essere interpretata dalla sconosciuta Marlene Dietrich e ne fu ancora più convinto dopo un regolare provino. La UFA non ne voleva sapere, eppure von Sternberg riuscì ad averla vinta. Il film fu presentato a Berlino il 1° aprile 1930, ma per diventare veramente una diva la Dietrich dovette attendere di trasferirsi in America, dove girò Marocco quell’anno stesso per la Paramount, che fece uscire L’Angelo azzurro nelle sale solo dopo il primo film americano interpretato dall’attrice. «[…] Temevano che “l’immagine Angelo azzurro”, quella della “ragazza di vita” mi restasse appiccicata alla pelle e non volevano che mi si identificasse con un personaggio del genere. Io credo d’aver sempre interpretato “ragazze di vita”, che però, come diceva von Sternberg, erano sicuramente più interessanti delle “brave figliole”.»
Tuttavia, come spesso accade, la vita reale e la vita sullo schermo si mescolano inevitabilmente e così il pubblico fa anche con Marlene Dietrich/Lola-Lola, da allora la femme fatale per antonomasia. Numerosi i miti e le leggende nati intorno alla vita di questa attrice, che le hanno attribuito soprattutto storie d’amore anche ai limiti della trasgressione. Nella sua autobiografia, la Dietrich ci tiene a separare la propria vita privata da quella dei personaggi interpretati e ciò vale specialmente per Lola-Lola: «[…] una parte difficile, insolente e a volte tenera, […] un personaggio complesso, una personalità che non era la mia. […] Confesso di essere rimasta molto impressionata dall’attrice Marlene Dietrich, capace d’impersonare con successo una puttana da marinai degli anni Venti. […] Io, ragazza beneducata, riservata, ancora oggi pura, nata da una famiglia rispettabile, avevo azzeccato, senza saperlo, un’interpretazione eccezionale che non avrei mai più ripetuto. Tutti i personaggi femminili che recitai in seguito furono infatti più “sofisticati” della Lola dell’Angelo azzurro, e quindi più facili da caratterizzare. […]»
Senza nulla togliere alla bravura del regista e ai suoi meriti a proposito di questo film, rimane comunque il fatto che, ancora oggi, se si dice L’Angelo azzurro si pensa subito a Marlene Dietrich piuttosto che a von Sternberg. Questo perché il volto e il corpo di Marlene sono inscindibilmente legati a Lola-Lola.
 

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 02/05/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/05/02/diaz-non-pulite-questo-sangue/]

Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Berlino, dove ha ricevuto Diaz_coveril premio del pubblico, Diaz – Don’t clean up this blood, diretto da Daniele Vicari e prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, è uscito nelle sale lo scorso 13 aprile. Film coraggioso e di forte impegno civile, ricostruisce un capitolo oscuro e drammatico della nostra storia recente, cioè quello del blitz della polizia nella scuola Diaz nel luglio 2001, nei giorni caldi del G8 di Genova che mise a ferro e a fuoco il capoluogo ligure. La pellicola tralascia la morte del giovane manifestante Carlo Giuliani avvenuta nel pomeriggio del 20 luglio, il fatto che sicuramente ha contribuito più di tutti ad alzare ulteriormente la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti, e inizia subito dopo, dagli scontri tra i due schieramenti che precedono il vero e proprio massacro perpetrato nella notte successiva all’interno dell’edificio scolastico adibito a dormitorio. Un’azione punitiva organizzata contro i Black Block e che invece si trasforma in una carneficina di persone inermi, alcune delle quali porteranno a vita i segni di questa violenza. Attraverso la riproposizione – fin dall’apertura del film – del gesto di un manifestante che fa da collante fra le varie storie che si intrecciano nel corso della pellicola, Vicari dà spazio ai diversi personaggi (dai ragazzi no global ad un poliziotto che non accetta questa giustizia sommaria) i quali, loro malgrado, si ritrovano a condividere la terribile notte tra il 20 e il 21 luglio 2001.
L’opera si basa su atti processuali e ricostruisce con perizia i momenti salienti dell’attacco alla Diaz e dei soprusi continuati poi per alcuni ragazzi nella caserma di Bolzaneto. Lo spazio dedicato alle violenze e agli abusi occupa buona parte del film e la crudeltà gratuita ed efferata non può non indignare fortemente lo spettatore, che ha l’impressione di ritrovarsi davanti ad uno scenario di guerra. Personalmente ho trovato alcune sequenze di una brutalità tale da star male e da sentire l’impellente bisogno di alzarmi e uscire dalla sala per prendere fiato; poi però è prevalso il senso del dovere, il dovere di guardare tutto fino in fondo, con gli occhi ben aperti. Perché film come questo hanno il grandissimo pregio di illuminare, di far riflettere, di porre domande, di aprire gli occhi appunto su fatti di cui dall’alto ci è stata raccontata una versione molto edulcorata e che in troppi abbiamo accettato.
Diaz non è un’opera contro la polizia o le forze dell’ordine, ma, anzi, uno degli intenti è proprio quello di restituire dignità e valore ad un’istituzione che è rimasta essa stessa infangata dal comportamento disumano tenuto da molti uomini e donne – fra i quali solo una parte ha pagato le conseguenze dei propri gesti – indegni di indossare una divisa.
Amnesty International ha definito i fatti della scuola Diaz come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”: ciò dovrebbe bastare per convincere gli indecisi e gli scettici a vedere il film di Vicari.

Per approfondire l’argomento, segnalo il sito ufficiale http://www.diazilfilm.it/ e l’intervista fatta da Fabio Fazio a Daniele Vicari e Domenico Procacci nella puntata di Che tempo che fa del 14 aprile scorso http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-28b0dd4e-a803-4d68-82ee-258c2db15a88.html?1335722523109.

Clarissa Egle Mambrini