Archive for aprile, 2014


MILANO – Il 31 marzo scorso nella sala di Via Rovello si è svolta una serata in onore di Giulia Lazzarini, Giulia e la passione teatrale: buon compleanno al Piccolo, per festeggiare le ottanta primavere della grande attrice (24 marzo), il cui nome è legato allo stabile milanese ed in particolare a Giorgio Strehler, con il quale instaurò un felice e proficuo sodalizio artistico. In tanti sono accorsi a rendere omaggio ad una delle Signore del teatro italiano: amici e colleghi di una vita, ma anche semplici appassionati.Giulia Lazzarini - Ariel - Tempesta 1978
Ad aprire la piacevole chiacchierata fra la Lazzarini, Alberto Bentoglio e Maurizio Porro, la proiezione (accolta da un sentito applauso) di una scena tratta dall’allestimento de La tempesta del 1978 in cui l’attrice offrì una straordinaria e storica interpretazione dello spirito Ariel al fianco di Tino Carraro nei panni di Prospero (regista esigente e puntiglioso, ovviamente, Giorgio Strehler). Poi un saluto dell’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno in rappresentanza del Comune, che è stato fra i sostenitori dell’evento.

Milanese, diplomatasi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, la Lazzarini ha dato spazio ai ricordi della lunga e fortunata carriera, citando qua e là gli spettacoli più significativi, raccontando alcuni curiosi aneddoti e dando anche dei saggi dei suoi numerosi ed indimenticabili personaggi, fra i quali la giovane senza età Gasparina ne Il Campiello, messo in scena nel 1993 ovvero alla soglia dei 60 anni, la figlia zitella ne L’egoista di Bertolazzi, Virginia in Vita di Galileo, Clarice nell’Arlecchino servitore di due padroni, Varia ne Il giardino dei ciliegi, Polly ne L’opera da tre soldi (al fianco dell’ex compagno di studi Domenico Modugno), Winnie in Giorni felici, la Sgricia ne I giganti della montagna del 1994, senza dimenticare ovviamente Elvira o la passione teatrale, spettacolo inaugurale del Piccolo Teatro Studio nel 1986, in cui recitò al fianco di Strehler: «È sempre stato bellissimo recitare con lui, ma lo fu soprattutto in quell’occasione, poiché io mi sono sempre sentita un po’ una sua allieva [proprio come accade nel testo di Louis Jouvet, nda]. Tra l’altro, quando lo riprendemmo nel 1997 fu l’ultima volta in cui Giorgio salì su un palcoscenico». A proposito della morte improvvisa del regista, avvenuta appunto in quell’anno, e dei suoi ultimi tormentati anni di vita a causa di una serie di problemi giudiziari e di un’Amministrazione Comunale indifferente, non è mancato qualche veloce ma doveroso accenno durante il quale si è anche ricordata la tristemente famosa frase pronunciata dall’allora sindaco Formentini: «Vada a fare altrove il suo canto del cigno».

GiuliaLazzarini_Giorni Felici

Parlando delle tante produzioni fatte col Piccolo, la Lazzarini ha inoltre raccontato con garbo e ironia alcuni momenti divertenti avvenuti proprio col Maestro durante le prove, a dimostrazione della grande stima reciproca e dell’intuito geniale del regista, come nella scena finale delle chiavi ne Il giardino dei ciliegi oppure in quella celeberrima della carretta distrutta dal sipario di ferro al termine de I giganti della montagna per non parlare dei battibecchi su come interpretare il personaggio della Sgricia. L’ultimo ruolo propostole da Strehler fu da protagonista in Madre Coraggio di Sarajevo, riadattamento del testo di Bertolt Brecht Madre Coraggio e i suoi figli, ma purtroppo lo spettacolo non fu mai realizzato perché il Maestro abbandonò la direzione del teatro dopo quindici giorni di prove a causa dei dissidi sopra menzionati.

La carriera della Lazzarini non è stata però solo al Piccolo. Ha fatto parte infatti di altre compagnie, fra cui la Compagnia dei Giovani, ha lavorato in qualche film ed è stata una delle più proficue interpreti della grande stagione degli sceneggiati televisivi della Rai: «All’epoca naturalmente era tutto in diretta, non c’erano i mezzi per registrare, e forse anche per questo motivo c’era una cura che oggi manca assolutamente alle fiction televisive».

Allo stabile milanese è tornata in scena in anni recenti diretta da Luca Ronconi ne Il ventaglio (2007) e da Lluìs Pasqual in Donna Rosita nubile (2010), spettacolo «che in un certo senso riunì la “vecchia compagnia” del Piccolo. Con me c’erano infatti Andrea Jonasson, Franca Nuti, Gian Carlo Dettori, Franco Sangermano…».

La serata è stata inoltre l’occasione per accennare al libro a lei dedicato e appena pubblicato da Titivillus La semplice grandezza. Giulia Lazzarini tra televisione, cinema e teatro di Chiara Gualdoni e Nicola Bionda, con prefazione del Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, introduzione di Maurizio Porro e scritti di Valentina Cortese, Paolo Grassi, Franco Graziosi, Maurizio Nichetti, Moni Ovadia, Renato Sarti, Ferruccio Soleri, Luisa Spinatelli, Giorgio Strehler, Paolo e Vittorio Taviani, Antonio Zanoletti.Giulia-Lazzarini
Le scrisse Strehler il 5 maggio 1982, prima del debutto di Giorni felici: «La tua semplice grandezza di interprete è sempre pura, è sempre limpida e ha sempre il segno della verità, della poesia, della forza e della delicatezza allo stesso tempo».
Una “semplice grandezza” dimostrata anche nel corso della serata: «Quando mi hanno detto che avrebbero voluto organizzare un incontro col pubblico per festeggiare il mio compleanno pensavo al Chiostro non di certo al teatro vero e proprio. Non mi sembra di meritare così tanto…! Poi ho chiesto come sarebbe stato allestito il palco e mi hanno risposto che ci sarebbe stata la scenografia dello spettacolo di Ronconi, in scena in questi giorni, Pornografia. E allora ho pensato che dopotutto festeggiare 80 anni con le scene di Pornografia non sarebbe stato tanto male!».

A conclusione dell’evento, Giulia Lazzarini ha letto il celebre monologo de La tempesta («Noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni…») e fra gli applausi calorosi del pubblico è stata omaggiata di un mazzo di fiori consegnatole direttamente dal Direttore del Piccolo Sergio Escobar, prima di sedersi in proscenio a salutare amici ed ammiratori in attesa di un autografo o una foto.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

NOVARA – Lande desolate ai confini del mondo, natura incontaminata, colori straordinari e quasi irreali: in una parola sola, Islanda. È in questa terra così distante e sperduta che si trovano i MU in questi giorni per incidere il loro nuovo album, prodotto da Birgir Jòn Birgisson, fonico e manager della band islandese di post-rock Sigur Rós.

Foto di Mario Pariani

Foto di Mario Pariani

Ed in quel paesaggio onirico sembrava in effetti di calarsi quando, la sera del 29 marzo, i MU hanno proposto in anteprima alcuni brani ai soci di “RI-NASCITA”. Musica allo stato puro, difficile da etichettare, che si presta perfettamente ad un ascolto ad occhi chiusi o al buio (come infatti è avvenuto ad un certo punto della serata) e fa viaggiare i sensi. La gioia e la soddisfazione dei ragazzi per la partenza imminente e per un sogno che finalmente si realizza, visto che i Sigur Rós sono fra gli artisti a cui si sono sempre ispirati, era palpabile: si percepiva non solo nelle parole del leader e fondatore Davide Merlino (vibrafono, batteria, rainbowbells e glockenspiel), ma anche negli occhi degli altri componenti, ovvero Dario Trapani (chitarra e basso elettrici), Simone Prando (basso elettrico e contrabbasso) e Riccardo Chiaberta (batteria e harmonium).

Foto di Stefano Nai

Foto di Stefano Nai

La formazione dei quattro musicisti è varia: c’è chi ha alle spalle studi classici in conservatorio e chi arriva da ambiti meno accademici, però la professionalità è la stessa e in questi anni i MU con il loro nu-jazz hanno infatti attirato l’attenzione anche di riviste musicali molto importanti come «Amadeus» e «JAZZIT». Quest’ultima testata, inoltre, ha da poco inserito il loro album Dropouts fra i migliori dischi jazz del 2013, mentre Davide ha raggiunto il quinto posto fra i più bravi vibrafonisti italiani dell’anno. A parte Dropouts, i MU, nati nel 2008, hanno inciso già diversi album (Mu, Il qui e l’ora, Sensilenti, Mu play Crookers), dei quali sono stati proposti alcuni brani durante il concerto novarese, iniziato – com’è loro abitudine fare – con una improvvisazione. Tutti sono anche attivi in altre formazioni o come solisti e questo eclettismo è percepibile nella loro musica, densa di varie suggestioni e contaminazioni.

 

Eccovi qualche assaggio della serata:

 

 

 

Intanto, per tenervi aggiornati su ciò che li riguarda, potete cliccare “Mi Piace” sulla loro pagina Fb.
Ora non resta che aspettare il loro ritorno dall’Islanda e il nuovo attesissimo album.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

La settimana prossima, in occasione della Pasqua, andrà in scena una nuova produzione del Balletto di Milano, Passione Mozart. Riporto qui di seguito il comunicato stampa.

C. E. M.

 

16, 17, 18 aprile, ore 20.30 – Teatro di Milano (Via Fezzan, 11)
PASSIONE MOZART
Balletto in due atti su musiche di W. A. Mozart
Coreografie e costumi Federico Veratti
Scene Marco Pesta
Lighting Designer Lorenzo Pagella
Regia Marco Daverio
Personaggi e interpreti: Gesù (Alessandro Torrielli), Giuda/Erode (Federico Veratti), Maria (Giulia Simontacchi), Giovanni (Federico Mella), Pietro (Akos Barat), Caifa (Alessandro Orlando), Ponzio Pilato/Anna (Simone Maier), Claudia Procula (Giulia Paris), Maddalena/Angelo (Alessia Campidori), Barabba (Giulia Montesello), Danza del ventre (Angelica Gismondo), Cieco (Davide D’Elia)
Produzione Balletto di Milano


Locandina (2)

Passione Mozart unisce due elementi che hanno segnato la storia dell’intera umanità, la musica di Mozart e la figura di Gesù Cristo, riscoprendo un genere artistico che ha rivestito una particolare importanza nel corso dei secoli: la sacra rappresentazione. Fin dagli albori della civiltà infatti l’uomo sentì l’esigenza di rappresentare, mediante il linguaggio gestuale e soprattutto la danza, i propri sentimenti religiosi. Riti propiziatori con movimenti, scene di caccia e, più in generale, narrazioni di eventi prodigiosi si possono in qualche maniera far rientrare in quel complesso concetto che viene comunemente sintetizzato con la dicitura “rappresentazione sacra”.
La scelta delle musiche di Mozart come base musicale deriva dalla convinzione che la sua musica, come ebbe modo di scrivere il teologo Hans Kung, contenga delle tracce di trascendenza che meglio di ogni altra avvicinano l’ascoltatore ad un’esperienza col divino. Sono stati inoltre inseriti alcuni arrangiamenti con strumenti orientali e motivi popolari egiziano-palestinesi ad opera del musicista francese Huges de Courson per creare un’atmosfera che tenesse conto dell’ambiente originale in cui hanno avuto luogo le vicende della passione e per rappresentare la portata universale del messaggio cristiano attraverso una scelta musicale che unisse due mondi, oriente ed occidente, in un’unica partitura.
Di straordinario impatto ed efficace la scenografia di Marco Pesta: bancali spostati e posizionati dai danzatori per rappresentare le varie scene in un’essenzialità che punta a valorizzare la coreografia, altrettanto straordinaria, di Federico Veratti.

Un momento durante le prove

Un momento durante le prove

Note di regia di Marco Daverio
Affrontare la figura di Cristo pone un regista di fronte a scelte molto delicate. Come sarà il mio Gesù? Storico come quello di Zeffirelli? Rivoluzionario come quello di Pasolini? Oppure hippie come quello di Loyd Webber? E se compito di una regia, come sosteneva Wagner, è rendere attivo lo spettatore coinvolgendolo nel dramma, quale Cristo proporre ad una platea dei giorni nostri per stimolarne la partecipazione e provocare una presa di posizione? Come rendere attuale una serie di eventi accaduti migliaia di anni fa? E soprattutto, come farlo nel rispetto del testo originale e della sensibilità dei fedeli? Certo, una rappresentazione storico didascalica della passione sarebbe stata la risposta più facile e rispettosa della tradizione, levando il regista da ogni rischio; una Via Crucis resa più spettacolare dalla bravura dei ballerini e più commovente dal sottofondo musicale di Mozart. Ma non sarebbe stato forse riduttivo puntare tutto sull’estetica e sul coinvolgimento emotivo? La passione di Cristo è indubbiamente commovente ma contiene anche e soprattutto un profondo messaggio teologico e sociale. Ecco, il teatro è forse il posto giusto dove dare spazio a questa componente. Come? Anziché rispondere subito alla domanda iniziale, come sarebbe oggi il Gesù protagonista di questa passione, ho spostato l’attenzione sui personaggi che gli stanno intorno, a partire dai più umili: il cieco, il paralitico, l’indemoniato, l’adultera e soprattutto i poveri, i tanti poveri a cui non ha mai negato il suo aiuto. Chi potrebbero essere oggi costoro? Non è poi così difficile scoprirlo. Basta andare in uno dei tanti centri della Caritas e conoscere le persone che ogni giorno assiste: i senza tetto, i malati, gli extracomunitari, i portatori di handicap. Sventurati che esattamente come allora vengono emarginati da una società indifferente e crudele. Di diverso ci sono casomai nuove forme di povertà come i precari, i disoccupati, i padri separati che vivono nell’auto… Partendo dai più piccoli ho scoperto la strada per una regia innovativa. Immediatamente ho realizzato come Caifa rappresentasse il potere e la corruzione, Pilato l’ambiguità, Erode l’opportunismo; il rimbalzare di quà e di là Gesù per ottenerne la sua condanna un esempio di burocrazia ipocrita e disumanizzante. E che dire dell’avidità di Giuda per il denaro? Tutti elementi purtroppo ancora attualissimi e immediatamente comprensibili da una platea contemporanea. Da qui la scelta di vestire i personaggi con abiti moderni, ambientare la vicenda tra i bancali di una fabbrica chiusa per la crisi, dare spazio alla rappresentazione delle nuove povertà che attanagliano la società moderna. Il tutto però cercando di rispettare le vicende narrate nel testo evangelico. Infine, una particolare attenzione l’ho dedicata al carattere ebraico della figura di Gesù, che nello spettacolo avrà sempre il capo coperto e i tipici capelli lunghi sulle tempie. Anche l’ultima cena è stata allestita come il tradizionale Seder Pasquale con gli alimenti della tradizione: sedano, agnello, pane non lievitato e uovo sodo.

 

Per informazioni e per acquistare i biglietti, visitate il sito del Teatro di Milano.

 

 

Riporto comunicato stampa relativo ai prossimi incontri organizzati dalla Libreria Lazzarelli di Novara.

C. E. M.

 

NOVARA – Sboccia di colore e autori l’aprile della Libreria Lazzarelli che propone, al Piccolo Coccia, per questo fine settimana, tre incontri di gradissimo prestigio con Luigi Grassia, Domenico Quirico e Antonio Moresco.In mongolfiera contro un albero

Si inizierà giovedì 10 aprile quando, al Piccolo Coccia, alle 18.00, i due giornalisti de «La Stampa» Luigi Grassia e Domenico Quirico presenteranno In mongolfiera contro un albero. Vita vera del giornalista della porta accanto dello stesso Grassia (edito da De Agostini).

Il libro è ben sintetizzato dalla prefazione di Massimo Gramellini:«Ma cosa fa, esattamente, un giornalista? Quante volte mi sono sentito rivolgere questa domanda dai lettori. D’ora in poi saprò cosa rispondere: andate a leggervi l’ultimo libro di Luigi Grassia. Era proprio questo il manuale che oltre vent’anni fa, quando mi si aprirono le porte del mestiere, andavo cercando senza fortuna da uno scaffale all’altro. Un libro serio e leggero che mi spiegasse esattamente in cosa consisteva quel lavoro tanto agognato. E che me lo spiegasse non con un saggio ma con un racconto». Nel libro di Grassia i racconti dei viaggi si alternano alla quiete apparente dei pomeriggi in redazione. Basteranno poche pagine per calarsi nella vita del cronista che un giorno stringe la mano alla principessa Victoria di Svezia e quello dopo passa la notte in ufficio a titolare i pezzi altrui.

In mongolfiera contro un albero è una scoppiettante autobiografia del mestiere di giornalista e sarà anche l’occasione di incontrare Domenico Quirico, rapito in Siria e liberato l’8 settembre 2013, dopo 5 mesi di sequestro.

 

Appuntamento invece dedicato ad un autore già diventatoFiaba d'amore oggi un classico della letteratura italiana quello di sabato 12 aprile, sempre al Piccolo Coccia, sempre alle 18.00, con Antonio Moresco. Antonio Moresco è tra i maggiori scrittori italiani e verrà a Novara, per la prima volta, per presentare Fiaba d’amore (Mondadori) una “favola” visionaria e sensuale, dolce e crudele, profondamente dentro la vita, meravigliosamente oltre la morte, dalla penna di uno dei più grandi scrittori contemporanei.
La fiaba d’amore è quella tra un barbone e una ragazza, sospesa tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, è un racconto bellissimo, poetico, commovente. È un piccolo ma intenso libro che parla di sentimenti e della vita, con pagine meravigliose dolci e amare, fiaba di uno scrittore che nella vita è altrettanto puro, ai limiti dell’inverosimile, e organizza marce contro la cattiveria.

 

Vi aspettiamo.

Libreria Lazzarelli, Novara

 

THE FLOWERS OF WAR (I FIORI DELLA GUERRA)
Regia: Zhang Yimou
Genere: drammatico, storico
Soggetto: tratto dal romanzo I tredici fiori della guerra di Geling Yan
Sceneggiatura: Liu Heng, Yan Heng
Cast: Christian Bale (John Miller), Ni Ni (Yu Mo), Xinyi Zhang (Shujuan Meng), Tong Dawei (Maggiore Li), Paul Schneider (Terry), Tianyuan Huang (George), Atsuro Watabe (Colonnello Hasegawa), Kefan Cao (Mr. Meng)
Fotografia: Xiaoding Zhao
Montaggio: Peicong Meng
Musiche: Qigang Cheng
Scenografia: Yohei Taneda
Costumi: William Chang, Graciela Mazòn
Produzione: Zhang Yimou, Zhang Weiping, William Kong e Beijing New Picture Film Co. – Cina, 2011
Durata: 146 minuti

 

Siamo nel pieno della Seconda Guerra Sino-Giapponese, è il 13 dicembre 1937 e le truppe nipponiche arrivano ad assediare la capitale cinese, Nanchino. Nella città piena di macerie si incrociano i destini di persone diversissime fra loro, che si trovano a rifugiarsi in una chiesa cattolica, ancora per poco zona franca: John Miller, becchino americano venuto per seppellire Padre Engelmann, le giovanissime studentesse del collegio e altrettante prostitute, l’orfano George e un giovane soldato in fin di vita. Inizialmente ognuno pensa a salvare se stesso e la convivenza forzata inasprisce i conflitti, ma ben presto l’atrocità della guerra e la disumanità degli invasori costringono i personaggi, pur nelle loro diversità, ad aiutarsi l’un l’altro fino all’eroico sacrificio finale.

I-fiori-della-guerra-di-Zhang-Yimou_h_partb

Uscito in Cina nel 2011, presentato fuori concorso al Festival di Berlino nel 2012 e candidato al Golden Globe e all’Oscar  come migliore film straniero in quello stesso anno, I fiori della guerra di Zhang Yimou in Italia è circolato solo in home video a partire dallo scorso febbraio ed è poi stato trasmesso in prima serata dalla Rai una decina di giorni fa. Un peccato che l’opera di un regista così famoso e apprezzato sia stata snobbata dal circuito delle nostre sale cinematografiche, soprattutto tenendo conto del fatto che si presta assai di più ad una visione sul grande schermo piuttosto che su quello del televisore casalingo.

La pellicola non manca di retorica ed è costituita da un struttura e da diversi elementi tipici del cinema epico/patriottico hollywoodiano oltre che da qualche lungaggine di troppo, specialmente nella seconda parte: questi i motivi addotti da alcuni per bocciare il film o per non promuoverlo a pieni voti. Personalmente, nonostante anch’io abbia riscontrato questi “difetti”, ho invece molto apprezzato I fiori della guerra, che mi ha permesso di conoscere fatti della storia recente a me totalmente sconosciuti. Pur non essendo un’esperta della filmografia di Zhang Yimou (lacuna a cui spero di rimediare quanto prima), ritengo inoltre che il regista cinese non abbia tradito il proprio stile estetico, con cui è riuscito anche in questo caso a donare a molte scene il fascino e i colori di opere pittoriche, indugiando talvolta su particolari impensabili e rendendo il cinema uno spettacolo soprattutto di immagini, iniettando così barlumi di bellezza e di eleganza nel grigio scenario di devastazione in cui si colloca la vicenda narrata.

_MG_8503.jpg

Tratto dal romanzo I tredici fiori della guerra della scrittrice Geling Yan, a sua volta ispirato ad una storia vera, il film prende le mosse dal libro condendo la vicenda di elementi più accattivanti dal punto di vista cinematografico e servendosi di una star hollywoodiana come l’attore britannico Christian Bale per il ruolo del protagonista, John Miller (assente nel romanzo), mentre tutta la vicenda è narrata dalla studentessa Shujuan (zia della Yan), interpretata da Xinyi Zhang. Nonostante sia la voce narrante e quindi il personaggio dal punto di vista del quale teoricamente vengono mostrate le varie vicissitudini, è però spodestata nel ruolo di coprotagonista al fianco di Bale dalla bella e conturbante Ni Ni (classe 1988) nei panni di Yu Mo, il fiore più pregiato fra le prostitute rifugiatesi nel collegio.

NI NI_i-fiori-della-guerra_28077

Tralasciando le nette suddivisioni di sapore patriottico in buoni e cattivi, in vittime e carnefici, in eroi e vigliacchi che abusano del proprio potere, dove i primi sono Cinesi e i secondi Giapponesi, secondo me I fiori della guerra ha il pregio di trasmettere un messaggio universale, raccontando e mostrando la deriva morale e disumanizzante cui purtroppo porta ogni guerra e di cui spesso pagano le conseguenze soprattutto le donne, senza dimenticare che l’assedio di Nanchino è davvero noto alle cronache per l’efferatezza con cui l’esercito nipponico si scagliò sulla popolazione civile, stuprando e trucidando chiunque senza pietà, così come accade in alcune scene del film che non risparmiano sangue e crudeltà allo spettatore.

I-fiori-della-guerra-con-Christian-Bale

È così che la castità virginale delle studentesse coperte da lunghe divise scure, contrapposta alla sensualità esibita delle prostitute abbigliate invece in modo sgargiante e sempre truccate e ben pettinate, diventa metafora di una purezza sporcata dall’atrocità della guerra, ma anche un valore che vale la pena difendere a costo della propria vita. Cosicché saranno Yu Mo e le sue compagne a sacrificarsi per permettere alle ragazzine di avere una nuova esistenza, quella che nemmeno loro hanno potuto avere.

 

 

 

Clarissa Egle Mambrini