Archive for dicembre, 2013


MILANO – Piccolo Teatro Grassi gremito la sera del 13 dicembre per l’evento-amarcord curato da Claudio Beccari Giorgio Strehler e io. Quarant’anni di lavoro al Piccolo Teatro di Milano, che ha visto protagonista sul palco di Via Rovello Gian Carlo Dettori. Fra racconti, ricordi personali, letture, proiezioni di documenti e fotografie, l’attore ha ripercorso il proprio lungo sodalizio con Strehler, cogliendo l’occasione per tratteggiare un interessante ritratto umano e professionale del grande regista, di cui a Natale ricorrerà il sedicesimo anniversario della scomparsa.
Soffermandosi sulla realtà teatrale italiana dei primi decenni del Novecento e dell’immediato dopoguerra, Dettori ha spiegato al pubblico l’importanza di Strehler, di Grassi, di D’Amico e delle loro scelte moderne, che rivoluzionarono le scene del nostro Paese introducendo la figura del regista e i teatri stabili, oltre a battersi per un “teatro d’arte per tutti”.
L’attore, prima di trasferirsi dalla natia Sardegna a Roma per frequentare l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, non aveva mai avuto modo di assistere ad uno spettacolo teatrale. Il primo fu la Trilogia della villeggiatura diretta da Strehler: in quel momento decise che avrebbe voluto lavorare con il grande regista. L’occasione si presentò l’8 giugno 1957, quando, poche settimane dopo il saggio finale in Accademia, fu convocato al Piccolo per un provino. Dopo una lunga attesa arrivò finalmente Strehler, considerato già allora un maestro, un genio, un mostro della scena. Dettori, agitatissimo, fu invitato ad andare sul palco per recitare il brano che aveva preparato, il Racconto del Diacono Martino tratto dall’Adelchi di Manzoni. Dopo qualche battuta, Strehler lo interruppe e invertì i ruoli, chiedendo di cedergli il posto e di fargli da suggeritore. Recitò quindi lui alcune battute e infine domandò al giovane incredulo: «Allora, come sono andato?». Dettori ovviamente non poté che incensarlo e quando vide che il regista fece per andarsene, gli chiese che ne sarebbe stato di lui, visto che non aveva effettivamente sostenuto il provino. «Tu la prossima stagione farai il Coriolano. L’ho visto da come ti muovi e sei entrato in scena che sei un attore», fu la risposta di Strehler.
Al Coriolano della stagione 1957-58, «uno spettacolo capitale nella carriera di Strehler», per Dettori seguirono altri titoli come Platonov di Čechov, in cui si sperimentò ulteriormente la recitazione epica teorizzata da Brecht (la sua Opera da tre soldi era stata messa in scena al Piccolo nel 1956), l’immancabile Arlecchino servitore di due padroniLa grande magia (in cui l’attore ebbe finalmente un ruolo da protagonista, al posto di Franco Parenti appena deceduto), Il campiello fino ad arrivare a I giganti della montagna nel 1994, un allestimento dell’incompiuta opera pirandelliana segnato da profonde amarezze per il regista, che già allora presentiva un periodo oscuro per l’Italia e per la Cultura.

Foto di Luigi Cimnaghi

Foto di Luigi Cimnaghi

Il legame instauratosi fra i due artisti era così profondo che Dettori seguì Strehler anche quando questi abbandonò il Piccolo dal 1968 al 1972 e fondò il Gruppo Teatro Azione con sede a Prato. Fu proprio durante le prove di una ripresa televisiva di Nel fondo di Gorkij (nuovo allestimento de L’albergo dei poveri che aveva inaugurato la sala di Via Rovello nel 1947) che Strehler confermò la sua grandissima sensibilità per le immagini e per le luci, elemento fondamentale nei suoi spettacoli: si accorse infatti di una differenza di soli 5 gradi nella luce dei fari rispetto al giorno precedente, un particolare praticamente impercettibile all’occhio umano e di cui non si erano accorti nemmeno i tecnici.
L’amicizia però non significava per il regista concedere favoritismi o avere preferenze: le ragioni dell’Arte e del Teatro venivano prima di tutto. Lo dimostrò in due occasioni, agli inizi degli anni Settanta, quando propose a Dettori il personaggio del Fool nel Re Lear salvo poi ripensarci per assegnare ad una sola interprete il doppio ruolo Cordelia/Fool, perché questa gli sembrava una scelta in linea con la sua lettura del dramma shakespeariano, e quando gli offrì il ruolo del protagonista Mackie Messner ne L’opera da tre soldi al posto di Gianni Santuccio che aveva dato forfait per poi sostituirlo invece con Domenico Modugno perché c’era bisogno di un nome noto.
Deluso, Dettori dalla stagione successiva andò a lavorare allo Stabile di Genova con Ivo Chiesa. Tornò al Piccolo nel 1987 per l’Edizione dell’Addio dell’Arlecchino e restò al fianco di Strehler fino alla morte, avvenuta dieci anni dopo, parlando della quale l’attore ha anche ricordato, non senza commozione, di una sera di Natale di qualche anno prima in cui Strehler era stato ospite a casa sua.
«Giorgio si faceva spesso raccontare la vita quotidiana mia e della mia famiglia. La sua curiosità andava dalle domande più banali a quelle più strane. Poteva infatti capitare che nel bel mezzo di un discorso mi chiedesse da che lato del letto dormisse mia moglie. Secondo me si comportava così perché fondamentalmente lui aveva paura della vita e viveva il teatro come un modo per scappare da essa. La prima cosa che in effetti insegnava ai suoi allievi era la curiosità: li mandava fuori da scuola a spiare la vita altrui, perché riteneva l’osservazione importantissima per un attore. “Un attore deve saper guardarsi attorno, osservare gli altri e chiedersi che vita hanno, come parlano, cosa pensano…”, diceva».

Al termine, commossi applausi colmi di gratitudine per aver rivissuto il mito di Strehler per una sera grazie ad un grande attore che non ha tra l’altro mancato di regalare qualche breve ma intensa interpretazione dei suoi personaggi man mano che ne parlava.

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Per approfondire la figura di Strehler, il contesto in cui maturarono le sue scelte giovanili, il suo metodo di lavoro, le sue teorie sul teatro e i suoi anni al Piccolo, consiglio i seguenti volumi (che sono solo una selezione fra tutti quelli dedicati a questo importante artista):

– Stella Casiraghi (a cura di), Il metodo Strehler. Diari di prova della “Tempesta” scritti da Ettore Gaipa, Skira, Milano, 2012.

– Maria Grazia Gregori (a cura di), Il Piccolo Teatro di Milano. Cinquant’anni di cultura e spettacolo, Elemond Editori Associati Leonardo Arte, Milano, 1997.

– Clarissa Egle Mambrini, Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano, Lampi di stampa, Vignate (MI), 2013.

– Giorgio Strehler, Io, Strehler. Una vita per il teatro, Conversazione con Ugo Ronfani, Rusconi, Milano, 1986.

– Giorgio Strehler, Lettere sul teatro, prefazione di Giovanni Raboni, a cura di Stella Casiraghi, Archinto, Milano, 2000.

– Giorgio Strehler, Nessuno è incolpevole. Scritti politici e civili, a cura di Stella Casiraghi, Melampo, Milano, 2007.

– Giorgio Strehler, Non chiamatemi maestro, a cura di Stella Casiraghi, Skira, Milano, 2007.

– Giorgio Strehler, Per un teatro umano. Pensieri scritti, parlati e attuati, a cura di Sinah Kessler, Feltrinelli, Milano, 1974.

 

Clarissa Egle Mambrini

«Mi è stato chiesto se consideravo più importante l’amore o l’arte.

Ho risposto che non potevo fare distinzioni,

perché l’artista soltanto può conoscere la verità dell’amore.

Egli solo ha una pura visione della bellezza e l’amore è lo specchio della bellezza, dell’anima».

(Isadora Duncan tradotta da Rosita Lupi, rivista «Posizione», febbraio 1943)

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NOVARA – A cinque settimane dal successo ottenuto con la prima assoluta di Farà giorno, il regista Piero Maccarinelli è tornato al Coccia il 14 e il 15 dicembre per un altro debutto, Ti ho sposato per allegria, prima commedia scritta da Natalia Ginzburg nel 1965 per la grande attrice Adriana Asti. Testo abbastanza insolito per il panorama italiano e influenzato molto probabilmente da autori inglesi come Harold Pinter e Ivy Compton-Burnett, che la Ginzburg imparò a conoscere durante il suo soggiorno londinese fra 1959 e 1961, sembra sospeso fra una dimensione reale e quotidiana e una più ambigua e assurda. Questa particolarità, unita al fatto che non a tutti è nota la Ginzburg autrice teatrale, è forse all’origine della scarsa partecipazione di pubblico riscontrata sabato sera: non pochissimo, però di certo non abbastanza per un debutto nazionale. Purtroppo – si sa – i novaresi non sono molto propensi alle novità e preferiscono andare sul sicuro, sorbendosi magari per l’ennesima volta i soliti autori e i soliti titoli (di tutto rispetto, eh, ma un po’ di aria nuova non guasta!). Apprezzabile quindi, anche in questo caso, il tentativo del Coccia di proporre qualcosa di diverso. Mi auguro che insistere su questa strada contribuisca a formare una mentalità più aperta.ti-ho-sposato-per-allegria-
La serata, dopo una partenza sotto tono sia per problemi di acustica che rendevano ostica la comprensione dei dialoghi sia per una certa mancanza di ritmo nella recitazione – dovuta probabilmente al fatto che, trattandosi della prima messinscena di questo nuovo allestimento, c’era bisogno di un ulteriore rodaggio -, è proseguita in continuo crescendo, regalando i momenti migliori soprattutto nell’ultimo atto. Mentre infatti nei primi due tempi i personaggi in scena sono quasi sempre solo due o al massimo tre in alcuni brevi passaggi, nell’ultimo diventano ben quattro e poi addirittura cinque. La cosa ovviamente vivacizza la rappresentazione, stimolando di più l’attenzione dello spettatore, che invece magari all’inizio, nel lungo dialogo fiume fra la protagonista, Giuliana, e la cameriera Vittoria (quasi un monologo, a dire il vero), potrebbe talvolta correre il rischio di distrarsi.
Di certo regista e attori che vogliano affrontare questo testo sono chiamati ad un compito non facile: l’autrice, infatti, si è limitata a stendere i dialoghi e a dare un nome ai personaggi, senza accennare minimamente a loro eventuali caratteristiche fisiche e gestuali, ad azioni da compiere in concomitanza con alcune battute né tanto meno all’ambientazione. I personaggi si definiscono attraverso le loro stesse parole, i loro racconti. L’artista che si pone di fronte a Ti ho sposato per allegria gode quindi di un’estrema libertà, perché sta a lui immaginare la casa di Giuliana e Pietro, immaginare fisicamente loro e gli altri personaggi, intuirne gesti e movimenti. Il rischio è di abusare di tale libertà e dare un’interpretazione scialba o fuorviante dell’opera della Ginzburg.
Non è stato il caso per fortuna di questo allestimento, in cui il regista, rimanendo fedele all’epoca in cui il lavoro fu scritto, ha ambientato la vicenda in un appartamento degli anni Sessanta ricostruito dalla scenografa Paola Comencini, sottolineando la collocazione temporale con qualche famosa canzone di allora. Nelle note di regia, Maccarinelli ci tiene però a precisare che, in linea con il carattere della protagonista, la quale vive solo ed esclusivamente il presente, senza preoccuparsi del passato e del futuro, Ti ho sposato per allegria è un «testo atemporale per eccellenza» e «non ha bisogno di essere trasportato all’oggi. Perché è già oggi». Nonostante infatti i reiterati riferimenti all’impossibilità, in Italia, di divorziare e abortire, e le reazioni scandalizzate della vecchia madre di fronte a comportamenti moderni giudicati troppo libertini (a partire dal matrimonio del figlio, celebrato in Comune e non in chiesa e per di più con una ragazza conosciuta da meno di un mese), non risulta difficile allo spettatore immaginare questa vicenda senza tempo ed estremamente vicina alla nostra contemporaneità. La centralità della figura femminile (oltre alla protagonista, ci sono ben tre donne e un solo personaggio maschile) è forse l’elemento più attuale così come la sua ansia di autonomia, di libertà soprattutto sentimentale e sessuale, di fuga dalla casa materna e dal paese natio verso la grande città. Ma la protagonista è una donna ancora strettamente legata all’uomo, che si è voluta sposare a tutti i costi senza nemmeno capire bene il perché («Anche per i soldi»), che non ha mai avuto una gran voglia di lavorare e adesso si è sistemata talmente bene da potersi permettere addirittura una donna di servizio. Frivola, sognatrice, ancora un po’ bambina, capricciosa, divertente, Giuliana ha travolto Pietro con la propria leggerezza e allegria e – come scrive ancora Maccarinelli – «passa in punta di piedi nella vita, sfiorandola con grazia».
A ricoprire questo ruolo che al cinema fu di Monica Vitti (accanto a Giorgio Albertazzi e diretta da Luciano Salce) la giovane fiorentina Chiara Francini, che ha offerto un’ottima prova, dando vita ad una Giuliana simpatica e frizzante (dal lieve accento toscano) e dominando incontrastata per due ore. Al suo fianco il convincente Emanuele Salce e poi, a completare il castAnita Bartolucci, perfetta nel ruolo della madre di Pietro, Giulia Weber (Vittoria) e Valentina Virando (Ginestra, la sorella di Pietro).
Lo spettacolo prosegue nel resto d’Italia.

 

Prossimo appuntamento del cartellone di prosa al Coccia Giocando con Orlando l’1 e il 2 febbraio 2014.

 

14 e 15 dicembre 2013 – Teatro Coccia, Novara
TI HO SPOSATO PER ALLEGRIA
Commedia in tre atti di Natalia Ginzburg
Con Chiara Francini ed Emanuele Salce
e con Anita Bartolucci, Giulia Weber e Valentina Virando
Regia Piero Maccarinelli
Scene Paola Comencini
Costumi Sandra Cardini
Musiche Antonio di Pofi
Luci Gianni Staropoli
Produzione ErreTiTeatro30 di Roberto Toni

 

Spettacolo visto sabato, 14 dicembre 2013

 

Clarissa Egle Mambrini

 

NOVARA – Mancava dal 1982 la Norma sul palco del Coccia, dove è finalmente tornata in scena il 6 e l’8 dicembre in un allestimento del Teatro Regio di Torino prodotto dalla Fondazione novarese. Celebre per l’aria Casta Diva, che risuona nelle orecchie di chiunque da decenni nell’immortale interpretazione di Maria Callas (il cui novantesimo anniversario di nascita, 2 dicembre, cadeva proprio nella settimana di messinscena di questa opera), Norma, vuoi per l’insormontabile e temibile paragone cui è chiamata la soprano protagonista con la “Divina”, vuoi per la difficoltà generale della partitura – risultata innovativa infatti all’epoca in cui fu scritta (1831), tanto da essere considerata un modello per le composizioni successive di altri autori – non è purtroppo fra i titoli lirici più rappresentati, così come altri di Vincenzo Bellini, e ad essa solitamente si preferiscono i lavori di Verdi e Puccini. Un doveroso plauso quindi alla decisione del teatro novarese di offrire al proprio pubblico un’opera di cui si sentiva la mancanza, proseguendo nella scelta intrapresa fin dall’anno scorso di riportare in scena melodrammi assenti da troppo tempo dal palco del Coccia.
A differenza del Macbeth verdiano che il 4 ottobre ha inaugurato la stagione affidandosi ad un outsider come Dario Argento, per la Norma ci si è avvalsi della regia classica e tradizionale di Alberto Fassini, ripresa da Vittorio Borrelli, che non ha regalato sorprese sia per quanto riguarda l’allestimento in generale, fedele al libretto di Felice Romani e all’ambientazione originale in Gallia, sia per quanto concerne la recitazione dei cantanti, spesso poco dinamica. Va anche detto, però, per dovere di cronaca, che le prove sono state funestate da malanni di stagione, tanto che il ruolo della protagonista è stato assegnato ad Alessandra Rezza a soli quattro giorni dal debutto, chiamata a sostituire Maria Billeri. Ciononostante, lo spettacolo si è rivelato vincente e assai riuscito, graditissimo al pubblico che ha ricoperto i cantanti, l’orchestra e il direttore di spontanei e scroscianti applausi in diversi momenti della serata a partire dall’Ouverture, di cui è stato richiesto il bis, fino al tripudio finale.

Foto di Mario Mainino

Foto di Mario Mainino

L’interpretazione del soprano Alessandra Rezza nei panni della sacerdotessa Norma non è stata forse da brivido, ma comunque positiva e ha superato senza problemi i punti più insidiosi. Considerato inoltre il pochissimo tempo in cui si è preparata a questo allestimento non si può non lodarla ed ammirare lei e i numerosi cantanti lirici che con professionalità e sacrificio spesso si ritrovano da un giorno all’altro a sostituire un collega, magari nel bel mezzo delle prove di uno spettacolo di tutt’altro tipo.
Potente e squillante il tenore Roberto Aronica (Pollione), molto apprezzato infatti dal pubblico, così come la mezzosoprano Veronica Simeoni nel ruolo di Adalgisa, che ha regalato momenti di intensa emozione sia nel canto sia nell’interpretazione, specialmente nei duetti con la protagonista. Bellini, proprio per sottolineare la complicità di questi due personaggi, scelse di affiancare al ruolo principale, sostenuto da una soprano, un’altra soprano, il che era insolito, poiché abitualmente alla protagonista soltanto spettava il registro più alto, mentre la figura femminile a lei in qualche modo antagonista doveva essere una mezzosoprano. Come spiegato da Roberto Tagliani dell’Associazione “Pazzi per l’Opera”  durante l’incontro preparatorio alla Norma, tenutosi il 4 dicembre al Piccolo Coccia, il volere del compositore fu presto disatteso e solo a partire dagli anni ’70 del ‘900 si è ripreso – seppure non sempre – ad ingaggiare un soprano anche per la parte di Adalgisa.
Buone le prove anche degli altri cantanti, il basso Luca Tittoto (Oroveso), il tenore Giacomo Patti (Flavio) e la mezzosoprano Alessandra Masini (Clotilde), e del Coro Schola Cantorum San Gregorio Magno diretto da Mauro Rolfi, sebbene mi sia parso debole in alcuni punti.

Foto di Mario Mainino

Foto di Mario Mainino

Trascinante la direzione di Matteo Beltrami, adorato dal pubblico, ed entusiasmante l’esecuzione dell’Orchestra Filarmonica del Piemonte.
Efficace ed essenziale la scenografia di William Orlandi, dominata da imponenti lastre di pietra che all’occorrenza sparivano per lasciare spazio ad altre location la cui “povertà” di elementi era arricchita dalle luci di Amerigo Anfossi. Classici i costumi (sempre di Orlandi). Forse si poteva fare a meno delle parrucche bionde e boccolose per Adalgisa e le ancelle di Norma, un po’ troppo finte per sembrare credibili. Dalle foto della replica pomeridiana dell’8 dicembre pare però che almeno ad Adalgisa si sia risparmiata questa mise da bambola.

Un appunto finale su orchestrali e spettatori: è così faticoso, terminato uno spettacolo, restare al proprio posto ancora per cinque, dieci minuti, attendere che gli artisti (fra cui l’orchestra stessa) ricevano tutti gli applausi che si sono meritati e solo dopo, a sipario chiuso definitivamente, alzarsi e andarsene?

 

Prossimo appuntamento con la lirica il 17 e il 19 gennaio con la Tosca di Giacomo Puccini.

 

6 e 8 dicembre 2013 – Teatro Coccia, Novara
NORMA
Tragedia lirica in due atti di Vincenzo Bellini
su libretto di Felice Romani
Con Alessandra Rezza (soprano, Norma), Roberto Aronica (tenore, Pollione), Veronica Simeoni (mezzosoprano, Adalgisa), Luca Tittoto (basso, Oroveso), Giacomo Patti (tenore, Flavio),  Alessandra Masini (mezzosoprano, Clotilde)
Maestro concertatore e Direttore Matteo Beltrami
Regia Alberto Fassini ripresa da Vittorio Borrelli
Scene e costumi William Orlandi
Maestro del Coro Mauro Rolfi
Orchestra Filarmonica del Piemonte
Coro Schola Cantorum San Gregorio Magno
Assistente alla Regia Emiliana Paoli
Datore Luci Amerigo Anfossi
Direttore di Scena Helenio Talato
Maestri Collaboratori Mirco Godio, Alba Pepe, Elisa Triulzi
Allestimento del Teatro Regio di Torino
Produzione Fondazione Teatro Coccia

 

Spettacolo visto venerdì, 6 dicembre 2013

 

Clarissa Egle Mambrini

 

«Chi scrive è vanitoso e depresso.

Lo accompagnano e lo soccorrono demolizioni e consensi, nutrendolo, sostenendolo

mentre rimbalza da una parte e dall’altra, fra le depressioni e i sogni di gloria.

Quello che fa veramente male a chi scrive è invece

una compiacente, piovosa, opaca, assonnata indifferenza».

 

 

(Natalia Ginzburg, Nota in Tutto il teatro, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2005)

 

 

Natalia-Ginzburg (2)[1]