Archive for ottobre, 2013


Il nome di Giorgio Strehler, considerato uno dei massimi registi del Novecento, è abitualmente associato al Piccolo Teatro, fondato nel 1947, e alla città di Milano. Il suo esordio alla regia, però, avvenne prima, durante la Seconda Guerra Mondiale, con due spettacoli rappresentati a Novara in un teatrino ormai abbandonato. Ne Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano, scritto da Clarissa Egle Mambrini e pubblicato in questi giorni da Lampi di stampa, riscoprire quegli eventi risalenti a settant’anni fa, indagarne le origini e le conseguenze e analizzarne il contesto diventa l’occasione per approfondire un periodo umano e professionale poco conosciuto dell’artista triestino – allora attivo anche come attore e teorico teatrale – nonché la vita culturale di Novara e di Milano e la realtà teatrale italiana della prima metà del Novecento, fra tradizioni dure a morire e novità che faticavano a radicarsi.

Copertina IL GIOVANE STREHLER

Immagine di copertina gentilmente concessa dall’Archivio Fotografico del Piccolo Teatro di Milano

Il volume si avvale di un intervento iniziale di Stella Casiraghi, promotrice e organizzatrice culturale che ha collaborato a lungo con il Piccolo e ha curato l’edizione critica di molti inediti di Strehler, ed è impreziosito da un nutrito apparato iconografico e da interviste a personaggi della cultura locale e nazionale come lo storico e critico d’arte Raul Capra, il musicista Folco Perrino e l’attore Gianrico Tedeschi.
Frutto di lunghe e meticolose ricerche durate più di un anno, che hanno portato l’autrice anche al Fondo “Giorgio Strehler” a Trieste, questo libro raccoglie, come sottolinea Casiraghi, «ogni tipo di documentazione, locandine, dibattiti, cronache, testimonianze, rassegne stampa, materiali biografici e bibliografici resi disponibili alla lettura e alla riflessione critica. Compostamente scorrono fotogrammi di quanto precedette (e seguì) la prova di regia di un artista che muoveva i primi passi e che riuscì nei decenni successivi a dare corpo alle sue intuizioni e a realizzare, anche sulla scena internazionale, le sue ambizioni».

L’opera sarà presentata al pubblico giovedì 7 novembre p. v. alle ore 18 nella sala del Piccolo Coccia in Piazza Martiri della Libertà, 2 a Novara. Oltre a Clarissa Egle Mambrini e Stella Casiraghi, interverrà il consulente editoriale di Lampi di stampa, Mariano Settembri. Moderatore sarà Alessandro Barbaglia. In tale occasione sarà possibile acquistare il volume, disponibile in oltre 4.000 librerie in tutta Italia oltre che sulla vetrina del sito della casa editrice e sui migliori siti come ibs.it, libreriauniversitaria.it, hoepli.it, unilibro.it e tanti altri ancora.

 

Chi vuole rimanere aggiornato sul libro e sugli eventi ad esso legati può consultare la pagina FB “Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano”.

 

Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro di Milano
di Clarissa Egle Mambrini
Con un intervento di Stella Casiraghi
Lampi di stampa, Vignate (MI)
Ottobre 2013
pp. 366
Prezzo di copertina € 24,00
Formato cm 14×20

 

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Sempre per prepararsi all’uscita a giorni del mio prossimo libro, riporto qui di seguito il comunicato stampa relativo al volume L’incredibile Novecento – Viaggio italiano nel secolo breve, per il quale scrissi i saggi sul cinema e sul teatro italiani del secolo scorso C’era una volta il Cinema e Su il sipario!. Correva l’anno 2011.

C. E. M.

 

DICEMBRE 2011 – In questi giorni è in libreria L’incredibile Novecento – Viaggio italiano nel secolo breve, edito dalla EOS Editrice di Novara.
L’opera, realizzata a cura di Jacopo Colombo e di Gabrio Mambrini, si propone di offrire uno spaccato del secolo scorso, mantenendo come punto privilegiato di osservazione il nostro Paese entro cui far convergere una visione della nostra identità e della nostra storia mediante modalità di approccio trasversali ed alternative talvolta agli avvenimenti ritenuti più eclatanti che hanno contraddistinto l’evolversi del Novecento, il tutto  attraverso la penna di diversi autori e spaziando pertanto su una molteplicità di contenuti come, ad esempio, il tramonto della civiltà contadina, le tradizioni locali, il tempo libero, l’esplosione dell’energia elettrica, della pubblicità e di nuove forme mediatiche, le migrazioni, lo sviluppo del sistema scolastico, l’evoluzione dalle diverse realtà imprenditoriali al “made in Italy”, il trionfo del design e del computer, il passaggio dalla scarsità di alimentazione alla dieta, dalla medicina popolare alle ultime tecnologie in campo scientifico, dalla ricchezza turistica alla difesa del nostro patrimonio artistico, dalle manifestazioni sportive alle curiosità sugli Ufo, dall’universo femminile alle diverse forme dell’arte e dello spettacolo (letteratura, pittura, scultura, musica, cinema e teatro) nonché rivolgendo uno sguardo al significativo mutamento sociale, civile e di costume intervenuto nel tormentato periodo riconducibile al fenomeno della contestazione.copertina-lincredibile-novecento
I testi trattano quindi il XX secolo da una prospettiva più ampia possibile, facendo tesoro dell’esperienza, degli studi e della sensibilità dei singoli autori in stretta relazione con quanto già felicemente sperimentato con la precedente analoga avventura editoriale a più mani, curata da Gabrio Mambrini, In grembo alla Terra – Affreschi sul mondo contadino, laddove si intendeva descrivere la realtà contadina riferibile grosso modo al periodo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, circoscrivendola prevalentemente comunque in quel caso al territorio novarese, vercellese e pavese. A differenza di allora però questo progetto editoriale si muove invece per la prima volta in un’ottica nazionale e su uno sfondo che ovviamente non può non tener conto degli influssi derivanti dal panorama internazionale.
Anche in questa circostanza, pur cercando di mantenere un taglio più che altro divulgativo, il libro non manca di affrontare i diversi argomenti con un buon grado di approfondimento e con una trattazione che spazia da tematiche forse meno note a quelle più diffuse, arricchito da un adeguato e nutrito apparato iconografico, che aiuta il lettore a meglio comprendere e a far “vivere” l’epoca e l’ambiente oggetto della narrazione.
La sequenza di argomenti si sviluppa in maniera tale da consentire anche una lettura disgiunta delle diverse parti in cui è articolata l’opera ed è costruita in modo da garantire una propria autonomia di esposizione nell’ambito delle stesse, in relazione al fatto che ogni autore si è accostato al singolo argomento con l’obbiettivo di offrire possibilmente una trattazione compiuta, seppure senza la pretesa ovviamente di essere esaustiva, rimandando ciò a studi più specifici ed approfonditi sui vari temi.
Il volume, curato anche nella parte grafica, in formato cm. 21 x 30, pp. 344, prezzo € 50,00, con una elegante copertina in cartonato con sovraccoperta plastificata, dispone di oltre 400 fotografie, frutto di una paziente ed accurata ricerca, volutamente tutte in bianco e nero al fine di omologare l’impatto visivo tra quelle più antiche e quelle più recenti.
Il libro rappresenta in sintesi un coraggioso ed impegnativo sforzo editoriale di coinvolgimento e di coordinamento di ben diciannove autori, appartenenti a differenti estrazioni generazionali e territoriali, che con un faticoso lavoro di equipe hanno saputo cogliere in maniera trasversale, al di fuori delle passioni in alcuni casi non ancora sopite, i diversi modi di essere di un secolo che non può certo cadere nell’oblio e che dai più giovani non può essere ignorato.

Testi di Katia Angelucci, Domenico Bernascone, Dina Bonelli, Gianfranco Capra, Jacopo Colombo, Federica Crola, Silvia Cupia, Enzo De Paoli, Silvio Empiri, Renzo Fiammetti, Clarissa Egle Mambrini, Gabrio Mambrini, Sarah Massaia, Rosella Osta Sella, Pino Patroncini, Franco Ragazzo, Giovanni Solaro, Alessandro Valli, Giuseppe Veronica.

 

Comunicato stampa EOS Editrice

 

In attesa dell’imminente uscita del mio prossimo libro, inauguro lo “spazio autopromozionale” del blog 😉
Nel 2007 ho scritto il saggio Risaia in celluloide, sul rapporto fra cinema e risaia, per il volume In grembo alla Terra – Affreschi sul mondo contadino. Riporto qui di seguito il comunicato stampa per chi fosse interessato.

C. E. M.

 

NOVEMBRE 2007 – In questi giorni è in libreria In grembo alla Terra – Affreschi sul mondo contadino, edito dalla EOS Editrice di Novara. L’opera, realizzata a cura di Gabrio Mambrini e patrocinata dalle Province di Novara, di Pavia, di Vercelli, si propone di divulgare la cultura contadina di queste zone attraverso la penna di diversi autori, spaziando su una molteplicità di argomenti, che ci offre i vari aspetti di quella realtà riconducibile grosso modo al periodo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. I testi trattano sia l’aspetto paesaggistico sia quello umano sia gli usi, i costumi e la cultura del territorio da una prospettiva più ampia possibile.Copertina
Pur mantenendo un taglio prevalentemente divulgativo, il libro non manca di affrontare il mondo contadino del passato nelle sue diverse espressioni con un buon grado di approfondimento e con una trattazione che spazia da tematiche forse meno note a quelle più diffuse, arricchito da un adeguato e nutrito apparato iconografico, che aiuta il lettore a meglio comprendere e a far “vivere” l’epoca e l’ambiente oggetto della narrazione.
La sequenza di argomenti si sviluppa in maniera tale da consentire anche una lettura disgiunta della diverse parti da cui è articolata l’opera ed è costruita in modo da garantire una propria autonomia di esposizione nell’ambito delle stesse, in relazione al fatto che ogni autore si è accostato al singolo argomento con l’obbiettivo di offrire possibilmente una trattazione compiuta, seppure senza la pretesa ovviamente di essere esaustiva, rimanendo ciò a studi più specifici ed approfonditi su vari temi.
Il volume, curato anche nella parte grafica, in formato cm. 21×30, pp. 352, con una elegante copertina in cartonato con sovraccoperta plastificata a quattro colori, dispone di oltre 400 fotografie, frutto di una paziente ed accurata ricerca, volutamente tutte in bianco e nero al fine di omologare l’impatto visivo tra quelle più antiche e quelle più recenti.
Il libro rappresenta in sintesi un coraggioso ed impegnativo sforzo editoriale di coinvolgimento e di coordinamento di ben sedici studiosi, appartenenti ai tre territori provinciali e a due diverse regioni, che con un faticoso lavoro di equipe hanno saputo cogliere in maniera trasversale, al di fuori dei localismi, i diversi modi di essere di una civiltà contadina che non può venire dimenticata e che dai più giovani non può venire addirittura ignorata.

Testi di Alberto Arlunno, Valerio Cirio, Cristina Colli, Arnaldo Colombo, Antonio Corona, Elisabetta Lupotto, Clarissa Egle Mambrini, Gabrio Mambrini, Oliviera Manini Calderini, Rosella Osta Sella, Giorgio Panza, Elisabetta Petroni, Carlo Respighi, Marco Savini, Serena Savini, Franco Terzera.

 

Comunicato stampa EOS Editrice

 

MACBETHlocandina
Regia: Orson Welles
Soggetto e sceneggiatura: Orson Welles (dall’omonima tragedia di William Shakespeare)
Cast: Orson Welles (Macbeth), Jeanette Nolan (Lady Macbeth), Daniel O’Herlihy (Macduff), Edgar Barrier (Banquo), Roddy McDowall (Malcom), Erskine Sanford (Duncan), Alan Napier (Padre Santo), Christopher Welles (figlio di Macduff)
Fotografia: John L. Russel
Scenografia: Fred Ritter con la collaborazione di John McCarthy Jr. e James Redd
Costumi: Orson Welles, Fred Ritter e Adele Palmes
Musica: Jacques Ibert
Montaggio: Louis Lindsay
Produzione: Mercury Production, Republic Pictures – USA, 1947
Durata: 107 minuti (versione originale), 81 minuti (versione tagliata)

 

 

 

 

Macbeth, composta fra 1605 e 1606, è una delle più famose tragedie shakespeariane. Per la sua trama a tinte forti, densa di delitti, sete di potere e follia omicida, che va a scavare nelle zone più oscure dell’animo umano, è stata fonte di ispirazione per molti artisti ed è purtroppo oggi più che mai attuale, come ha voluto dimostrare per esempio il regista Andrea De Rosa nel suo discutibile adattamento andato in scena lo scorso inverno a Milano. Molto prima di questa recente versione, però, altre due arti affini si sono impossessate del dramma shakespeariano: il melodramma, con l’opera composta da Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave e traduzione di Andrea Maffei (che tra l’altro venerdì e domenica inaugurerà la stagione del Coccia di Novara con l’insolita regia di Dario Argento), e il cinema, con alcuni film tra i quali uno dei più celebri è quello diretto e interpretato da Orson Welles nel 1947.

L’artista statunitense (1915-1985), celebre regista e protagonista di Quarto potere (Citizen Kane, 1941) – considerato da «Sight & Sound», rivista del British Film Institute, il film migliore di sempre e spodestato l’anno scorso da La donna che visse due volte (Vertigo, 1958) di Alfred Hitchcok – aveva già messo in scena il Macbeth in altri contesti prima di arrivare all’adattamento cinematografico. Si ricordano infatti il Voodoo Macbeth al Federal Theatre di Harlem (1936), ambientato ad Haiti ed interpretato da attori di colore, l’allestimento allo University Theatre di Salt Lake City per lo Utah Centennial Festival (1947) – che fu quello più influente sul film – e le versioni radiofonica (1937) e discografica (1939) con la compagnia Mercury Theatre, da lui fondata.
Fra teatro e cinema Welles adattò anche altri drammi del bardo inglese, ma a quanto pare fu questo il suo prediletto, presentando il maggior numero di messe in scena.


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Profondamente convinto del fatto che Shakespeare sia molto facile da portare in scena se preceduto da un intenso periodo di prove, il poliedrico artista si prese quattro mesi per le prove con gli attori e dopo di che, in soli 23 giorni nell’estate del 1947, effettuò le riprese del film in uno studio della Republic con un budget limitatissimo di 65 mila dollari.

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Questa povertà di tempi ma soprattutto di mezzi è purtroppo evidente nella pellicola, in cui i cinque atti della tragedia teatrale sono condensati in un’ora e venti minuti, i costumi e le scenografie, volutamente espressionistiche, appaiono piuttosto rudimentali e talvolta visibilmente finti, tanto da suscitare addirittura qualche sorriso quando si vedono questi prodi cavalieri scozzesi abbigliati e acconciati come lontani parenti di Gengis Khan e Macbeth, nella battaglia finale, con una corona assai simile a quella della Statua della Libertà. L’ambientazione è volutamente indefinita, probabilmente a sottolineare la costante attualità e universalità della vicenda narrata; diciamo che è accostabile ad un medioevo senza tempo, come nelle fiabe.

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Una volta ultimato e montato, il film continuò ad avere vita travagliata. Visto infatti l’esito disastroso  dell’anteprima, si optò per l’eliminazione dell’accento scozzese dei personaggi e il taglio di alcune scene, cosa che costrinse il regista a registrare nuovamente il parlato della pellicola e a ridurla da 107 a 81 minuti, lasciando cadere nell’oblio elementi che forse avrebbero potuto contribuire ad un migliore risultato nel lungo periodo, come per esempio un piano sequenza di dieci minuti, l’originalità del montaggio e una lunga ouverture musicale all’inizio della storia.

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Evidentemente anche Welles subì la maledizione di Macbeth nota nel mondo del teatro. Il dramma shakespeariano, infatti, fu spesso accompagnato da eventi funesti, a partire dalla prima rappresentazione, durante la quale l’attore che interpretava Lady Macbeth morì sul palco colpito da una febbre fulminante e fu rimpiazzato dall’autore stesso. Essendo i teatranti molto superstiziosi, è difficile trovare artisti disposti a metterlo in scena e addirittura si ricorre a diversi espedienti pur di non nominarne esplicitamente il titolo, perché già quello potrebbe essere fonte di sventure.

Consiglio in ogni caso la visione del film di Welles, che fra le molte critiche ricevette anche alcuni consensi autorevoli, come quello di Jean Cocteau che gli attribuì «una forza selvaggia e disinvolta».

 

Clarissa Egle Mambrini