Come avranno notato gli affezionati lettori del blog, negli ultimi mesi sono stata latitante. Purtroppo sarà così ancora per un po’: ho impegni incombenti che giustamente meritano da parte mia una dedizione assoluta e che mi impediscono di dedicarmi con la giusta attenzione anche a questo spazio. Per interrompere però il lungo silenzio e in attesa di ritornare a pieno ritmo quanto prima, vi segnalo che al Teatro Elfo Puccini di Milano verrà a breve rappresentato Shopping & fucking che ebbi modo di vedere e apprezzare tre anni fa, nel maggio 2010, quando il teatro era stato appena aperto in questa nuova sede in corso Buenos Aires. Per darvi un’idea più precisa sullo spettacolo, pubblico qui sotto una recensione che scrissi allora per un esame universitario.

Dal 3 al 29 giugno 2013 – Teatro Elfo Puccini (Sala Fassbinder), Milano
SHOPPING & FUCKING
di Mark Ravenhill
Traduzione di Barbara Nativi
Regia Ferdinando Bruni
Con Ferdinando Bruni (Brian), Alessandro Rugnone (Robbie), Camilla Semino Favro (Lulu), Vincenzo Giordano (Mark), Gabriele Portoghese (Gary)
Luci Nando Frigerio
Suono Luca De Marinis
Produzione Teatro dell’Elfo con il contributo di Next Laboratorio delle idee per oltre il palcoscenico

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Foto di Luca Piva

MILANO (giugno 2010) – Difficile, anzi, diciamo pure impossibile non rimanere sconvolti dalla visione di Shopping & fucking di Mark Ravenhill, drammaturgo, attore e giornalista inglese (classe 1966) che insieme a Sarah Kane (19711999) è considerato uno dei nomi più importanti dei cosiddetti New Angry Men, cioè i “nuovi arrabbiati” del teatro inglese.
Rappresentato per la prima volta a Londra nel 1996 (nel 2000 in Italia) e ripreso quest’anno, da metà aprile a metà maggio, da Ferdinando Bruni al Teatro Elfo Puccini di Milano, Shopping & fucking racconta di un gruppo di ragazzi che si arrangia a vivere in  un continuo succedersi di giornate vuote e sempre uguali, i cui unici scopi sono fare sesso (in vari modi) e avere i soldi per comprare cibo – rigorosamente surgelato e confezionato – e vestiti, perché, come dice loro l’unico adulto della storia, Brian, uomo d’affari cinico e spietato, «il denaro è civiltà, la civiltà è denaro», «basta pagare e la vita è più facile, più bella, più gratificante», frasi simbolo di un’ideologia che arriva a storpiare l’incipit della Bibbia: «Le prime parole della Bibbia sono: “Fatti dare i soldi”». La mercificazione del corpo e la ricerca spasmodica di oggetti “da consumare” fondamentalmente non sono che tentativi falliti di instaurare legami e di trovare valori, un fallimento causato da un sistema morale ormai inesistente, secondo Ravenhill.
I ragazzi di questa storia sono uniti da torbidi giochi sessuali e dalla droga. Mark, tossicodipendente, nel tentativo di disintossicarsi abbandona la casa dove vive in un ménage à trois (in cui si intuisce che tutti sono amanti di tutti) con Robbie e Lulu, aspirante attrice. Incontra Gary, ragazzino benestante vittima di abusi sessuali da parte del patrigno, gli chiede un rapporto a pagamento e poi se ne innamora (o crede di innamorarsene?). Lulu e Robbie, intanto, obbedendo agli ordini di Brian, per cui la ragazza ha sostenuto un provino nella speranza di lavorare come attrice, si danno allo spaccio di droga e al “sesso telefonico” per raggranellare più soldi possibile. Nel finale, Mark torna con Gary dai suoi due ex amanti e tutti e quattro insieme inscenano un’orgia sfrenata.
Shopping & fucking è ambientato a Londra ma collocabile in una qualsiasi grande città, sia perché nel testo non ci sono particolari riferimenti alla capitale inglese sia per l’allestimento scenico di questa ripresa diretta da Bruni. Gli attori, infatti, già in scena all’entrata del pubblico, si muovono in uno spazio asettico e circoscritto: l’area deputata a palcoscenico è allo stesso livello delle prime file di poltrone e non è delimitata né da quinte né da un sipario. I vari luoghi del racconto sono definiti, con alcuni mobili e oggetti essenziali, dal gioco di luci, dalle indicazioni spaziali scritte a turno dai personaggi su una parete/lavagna e dalle musiche, espedienti che, in un certo senso, strizzano l’occhio al cinema e contribuiscono a dare un ritmo veloce allo spettacolo.

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Foto di Luca Piva

Il linguaggio parlato dai personaggi è molto diretto, esplicito e volgare, le espressioni usate si ripetono spesso, a ulteriore dimostrazione del vuoto che pervade le loro giornate, un vuoto che ci è parso ben rappresentato dalla locandina: sfondo completamente bianco su cui si stagliano, sparse qua e là, le figure dei cinque protagonisti. Si distingue da tutto il resto la lunga battuta detta da Mark verso la fine dello spettacolo, una battuta che crea quasi una pausa nel succedersi incalzante dell’azione e che sembra un intervento diretto dell’autore stesso.
Forse ad uno spettatore superficiale e poco attento Shopping & fucking potrebbe sembrare semplicemente scandaloso e intriso di volgarità gratuite. Ciò che accade in scena infatti è molto esplicito, crudo, violento in modo talvolta insopportabile, ma l’autore ha estremizzato determinate situazioni per lanciare un segnale d’allarme, come se volesse dirci: «Guardate come stiamo diventando!». Sono passati 14 anni da quando il testo è nato e se allora poteva risultare un’opera che, pur partendo dal presupposto di rappresentare la realtà giovanile inglese e non solo, esagerava i toni (e i gesti), oggi purtroppo sembra molto più vicina alla realtà, o meglio, ad alcune realtà, dimostrando quanto la sensibilità artistica, ancora una volta, riesca ad intuire in anticipo il percorso che la società intraprenderà nell’immediato futuro.
Come scrive Bruni nel programma di sala, infatti, i personaggi di Shopping & fucking vivono «in un vuoto disperato e irritante come una puntata del Grande Fratello». Ed è così. I reality show che imperversano in televisione da una decina d’anni sono purtroppo uno specchio sempre più veritiero della volgarità gratuita, della superficialità e della povertà di pensiero dilaganti nella nostra società. Del resto, se si guardano anche solo pochi minuti di un reality show, si hanno sensazioni simili a quelle provate durante la messa in scena del testo di Ravenhill, che per certi versi ancora oggi appare esagerato, estremo, ma col passare del tempo, se si sarà sempre meno coscienti delle potenziali conseguenze dell’odierna superficialità, chissà che non diventi sempre più aderente alla realtà.
Da segnalare infine tutti gli attori dell’allestimento, soprattutto i quattro giovani (Alessandro Rugnone, Camilla Semino Favro, Vincenzo Giordano, Gabriele Portoghese), se non altro per aver donato generosamente se stessi ai rispettivi personaggi, impegnati in azioni certo poco edificanti ed estremamente difficili da portare in scena e in cui si sono immedesimati con bravura.
Una curiosità: i nomi dei protagonisti maschili (Brian, Robbie, Mark, Gary) furono creati da Ravenhill pensando ai nomi dei componenti dei Take That, boy-band britannica molto famosa a metà degli anni Novanta, mentre quello dell’unica donna si ispira a Lulu, cantante inglese nota soprattutto negli scorsi decenni che però duettò coi Take That nel loro brano Relight my fire.

Spettacolo visto venerdì, 14 maggio 2010

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Luca Piva)

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