Archive for febbraio, 2013


Omaggio ad Alberto Sordi

alberto_sordi_123

Il 25 febbraio di dieci anni fa se ne andava Alberto Sordi. Io quel giorno me lo ricordo. Era un martedì e, dopo la mattinata a scuola, mi trovavo in conservatorio a mangiare un panino in attesa della lezione di musica quando, per caso, ascoltando distrattamente dei ragazzini parlare fra loro, sentii che uno accennò alla morte di Alberto Sordi. Io non capivo, ero convinta di aver frainteso… «Sordi morto? Ma quando? Non è possibile!», pensavo. E invece no, era tutto vero purtroppo: quel giorno il mitico Albertone era scomparso, a quasi 83 anni, dopo una lunga malattia.
Proprio in quel periodo io e il papà stavamo seguendo una collana di DVD di cinema italiano in edicola e il venerdì precedente era uscito un film che da tempo attendevo di vedere, Un americano a Roma (Steno, 1954), quello con la celeberrima scena del piatto di maccheroni!

Nel libretto allegato al DVD, fra le varie informazioni e curiosità, c’erano anche dei cenni biografici sull’attore romano, di cui ovviamente veniva riportata la sola data di nascita. Una decina di giorni dopo, invece, all’uscita, nella stessa collana, di Polvere di stelle, pellicola da lui diretta e interpretata nel 1973, accanto al suo nome nel libretto si leggeva “(1920-2003)”.alberto sordi-leone alla carriera 1994
I film con Alberto Sordi sono abituata fin da piccola a vederli, insieme a quelli con Totò. Così abituata che, pur essendo settentrionale, da allora mi viene completamente spontaneo inserire dei termini in romanesco nella mia parlata quotidiana. Fu qualche amico anni fa a chiedermi perché ogni tanto me ne esco con modi di dire che non appartengono alle mie origini e ai luoghi in cui ho sempre vissuto: io non mi ero mai accorta di avere questo “vizio”, per me era naturale esprimermi anche attraverso il linguaggio che mi aveva insegnato Albertone, così come faccio ancora oggi.
Qui di seguito, per ricordarlo, propongo delle scene tratte da alcuni suoi celebri film, ma ovviamente rappresentano solo una minuscola parte di tutta la sua lunga carriera, cominciata nel 1937 come comparsa in Scipione l’Africano di Carmine Gallone.
Per me Alberto Sordi, forse più di qualsiasi altro attore cinematografico, non morirà mai. Potere del cinema…

I vitelloni (Federico Fellini, 1953):

Il vedovo (Dino Risi, 1959):

La Grande Guerra (Mario Monicelli, 1959):

Una vita difficile (Dino Risi, 1961):

Episodio Guglielmo il dentone diretto da Luigi Filippo D’Amico tratto dal film I complessi (AA. VV., 1965):

Clarissa Egle Mambrini

Annunci

MILANO – Quando l’allestimento di un’opera lirica non è stato all’altezza delle aspettative del pubblico può capitare ahimè di sentire dei sonori “Buuu” da parte degli spettatori più esigenti al termine della rappresentazione (se non già durante il suo svolgersi). Episodi simili purtroppo mi sono capitati e seppure talvolta condividevo la disapprovazione di chi gridava o sussurrava questo spiacevole monosillabo, mi sono anche sempre calata nei panni dell’artista o degli artisti che, sul palcoscenico, cercando di mostrare indifferenza o addirittura sfoggiando un sorriso, facevano gli inchini di rito sul proscenio. E ad essere sincera stavo male io per loro! Di solito in casi simili i miei pensieri sono: «Sì, è vero, ha steccato… Però, poverino, è un essere umano: può capitare!» oppure «Sì, è stato un allestimento scialbo: però chi lo ha realizzato si è fatto comunque un mazzo…!» e via dicendo… Poi mi immagino il dopo, quando il sipario si chiude e l’artista fischiato si ritrova fra gli altri compagni, fra i tecnici di palcoscenico e poi solo, nel proprio camerino… Come si sentirà? Cosa penserà? Crederà a chi gli farà i complimenti o a quel punto penserà che sia solo una frase di circostanza, magari mossa da un po’ di compassione?MACBETH3_fotoBepiCaroli
Simili elucubrazioni le ho avute purtroppo anche la sera del 16 febbraio, quando, per la prima volta in vita mia, ho sentito sonori e perseveranti “Buuu” al termine di uno spettacolo di prosa. Si trattava in effetti di un allestimento piuttosto spiazzante del Macbeth shakespeariano, che ha lasciato molto perplessa pure la sottoscritta, ma, per quanto contrariata dalle scelte registiche di Andrea De Rosa – del quale tre anni fa vidi una particolare versione de La tempesta (protagonista Umberto Orsini) –, è stata secondo me un’ingiustizia riservare un simile trattamento agli attori, che invece sono stati bravissimi. Certo, in mancanza del regista, qualcuno doveva prendersi le “lamentele” al posto suo, però… In ogni caso, durante le contestazioni per fortuna l’intero cast ha anche ricevuto calorosi applausi, specialmente Giuseppe Battiston, il quale, nell’insolita veste di un personaggio altamente negativo come Macbeth (lui che nei film abitualmente interpreta ruoli magari un po’ bizzarri ma tendenzialmente positivi), ha dimostrato ancora una volta talento e professionalità, che lo rendono uno dei nostri migliori attori. È stato un Macbeth perfido, folle, sanguinario e profondamente inquietante, a tratti però anche fastidiosamente infantile e succube della moglie, interpretata dalla francese Frédérique Loliée, attrice prediletta da De Rosa. Pur essendo molto brava, la Loliée, a causa probabilmente del suo odioso personaggio (Lady Macbeth) caratterizzato da una voce roca e metallica e da continue esplosioni in risate diaboliche e destabilizzanti, si è purtroppo resa antipatica (effetto che magari era nelle intenzioni del regista), risultando talvolta indigesta. La preminenza del suo ruolo nell’intera vicenda è stato tra l’altro esplicitato dal fatto di comparire in scena per prima, all’inizio dello spettacolo, da sola insieme ai tre bambolotti utilizzati al posto delle streghe.macbeth_4_di_bepi_caroli
Proprio per evidenziare ulteriormente la perfidia di questa donna, i malefici bambolotti sono poi diventati tre simbolici figli della coppia protagonista, partoriti dal ventre di Lady Macbeth con l’aiuto del marito. Tale rilettura è stata una delle pochissime cose, insieme ai curatissimi effetti visivi e sonori di Pasquale Mari e Hubert Westkemper, che ho apprezzato. Per il resto, infatti, De Rosa ha secondo me caricato troppo di simbologie e di elementi da film horror/splatter un dramma che avrebbe meritato più rispetto, al punto che per chi non avesse letto prima il testo la comprensione dello spettacolo credo sia stata molto difficile. Passi l’ambientazione in epoca contemporanea (un asettico salotto borghese, costumi moderni cupi e anonimi): con tutta la brama di potere e i delitti immani che si compiono ancora al giorno d’oggi, senza contare poi le coppie assassine che riempiono la nostra cronaca recente (si pensi ai giovani Erika e Omar di Novi Ligure o a Rosa e Olindo di Erba), la vicenda narrata nel Macbeth è purtroppo sempre attuale. Passi l’eliminazione di alcune scene e di qualche personaggio per condensare i cinque atti originali in un unico spettacolo di poco più di due ore, senza intervallo, riproponendo comunque quasi del tutto fedelmente il testo shakespeariano. Però l’interpretazione di De Rosa è stata davvero troppo esagerata, oltrepassando talvolta i limiti del buon senso e del buon gusto, suscitando ribrezzo in alcuni casi (per esempio quando Malcom vomita in proscenio dopo la notizia dell’assassinio del padre e alla fine appena viene nominato re… Una caratteristica più da Shopping & fucking del contemporaneo Mark Ravenhill che da William Shakespeare!), irritabilità in altri (Macbeth e signora già fuori di testa fin da subito, per non parlare delle insistenti e reiterate risate) e comicità in altri ancora (quando Macbeth pulisce con il mocho il pavimento per nascondere le macchie di sangue). Con questo fastidioso accumulo di elementi eterogenei De Rosa – che indubbiamente ha compiuto un meticoloso lavoro sul testo – ha privato di poesia e di bellezza un classico e si è secondo me trasformato in quello che Giorgio Strehler avrebbe definito un “registacreatore”, dimentico del fatto che compito primo di un regista è scoprire un testo per quello che è e non per quello che si vorrebbe fosse. Altro pensiero che mi circolava in mente durante lo spettacolo infatti era proprio questo: «Ma Strehler – che a questo teatro ha dato vita e poi anche il proprio nome – cosa avrebbe detto di una simile versione di Macbeth?».

Non me la sento comunque di sconsigliarne la visione, poiché ritengo che ognuno sia libero di vedere con i propri occhi, emozionarsi secondo la propria anima e giudicare con la propria mente. Vi ricordo perciò che lo spettacolo rimane in scena al Teatro Strehler fino a domenica 3 marzo. Sulla pagina ad esso dedicata, trovate inoltre recensioni positive fatte da alcune insigni testate nonché il video di un’intervista a Battiston, in cui si fa riferimento proprio alla strage di Erba (giuro di averlo visto solo adesso dopo aver scritto l’articolo!).

12 febbraio – 3 marzo 2013, Piccolo Teatro Strehler
macbeth-derosa-foto di bepi caroli
MACBETH
di William Shakespeare
Traduzione di Nadia Fusini
Adattamento e regia Andrea De Rosa
Con Giuseppe Battiston, Frédérique Loliée, Ivan Alovisio, Marco Vergani, Riccardo Lombardo, Stefano Scandaletti, Valentina Diana, Gennaro di Colandrea
Spazio scenico Nicolas Bovey e Andrea De Rosa
Costumi Fabio Sonnino
Luci Pasquale Mari
Suono Hubert Westkemper
Produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino e Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni

Spettacolo visto sabato, 16 febbraio 2013

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Bepi Caroli)

18 e 19 febbraio 2013, Rai Uno
VOLARE – LA GRANDE STORIA DI DOMENICO MODUGNO
Miniserie in due puntate
Regia Riccardo Milani
Soggetto e sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Con Giuseppe Fiorello (Domenico Modugno), Kasia Smutniak (Franca Gandolfi), Alessandro Tiberi (Franco Migliacci), Antonio D’Ausilio (Riccardo Pazzaglia), Diego D’Elia (Antonio Cifariello), Federica De Cola (Giulia Lazzarini), Massimiliano Gallo (Giuseppe Gramitto), Gabriele Cirilli (Claudio Villa), Alberto Resti (Johnny Dorelli), Armando De Razza (Cucaracho), Pierluigi Misasi (Fulvio Palmieri), Antonio Stornaiolo (Padre Domenico), Roberto De Francesco (Don Antonio), Cesare Bocci (Raimondo Lanza di Trabia), Michele Placido (Vittorio De Sica)
Casting Rita Forzano23560285_beppe-fiorello-domenico-modugno-la-fiction-volare-nel-blu-dipinto-di-blu-0
Aiuto regia Francesco Capone
Costumi Alberto Moretti
Scenografia Massimo Geleng
Fonico Andrea Petrucci
Organizzatore di produzione Antonio Stefanucci
Direttore di produzione Francesco Morbilli
Direttore della fotografia Saverio Guarna
Montaggio Patrizia Ceresani
Musiche originali Andrea Guerra
Produttore Rai Fabrizio Zappi
Prodotto da Elide Melli

 

Non sono un’amante della televisione e specialmente di telefilm, fiction, miniserie, soap opera et similia, tanto più dopo alcuni “obbrobri” visti nelle scorse stagioni sul piccolo schermo, in cui le opere di grandi personaggi venivano messe in secondo piano o quasi annullate per privilegiarne la vita privata, rappresentata con toni da romanzo “Harmony” che certo non rendevano giustizia al personaggio in questione e lo riducevano a “omuncolo” o “donnicciola” dedito/dedita a vizi e null’altro. Ancora ricordo per esempio la bruttissima miniserie su Walter Chiari andata in onda un anno fa di questi tempi… L’unica cosa buona fu l’interpretazione del bravo Alessio Boni, nei panni proprio del grande comico, ma tutto il resto era inguardabile, anzi, una pugnalata al cuore per chi, come me, adora Chiari e pensa che meriterebbe un trattamento ben più degno della sua arte.
Perciò, convinta che anche di Modugno avrebbero fatto uno scempio, lunedì sera mi sono accinta a vedere la prima puntata pensando che avrei cambiato canale subito dopo. Invece così non è stato: nonostante infatti la scontata struttura a flashback, tipica di ogni fiction Rai, man mano che la miniserie procedeva mi appassionavo alla storia e, stranamente, anche quando entravano in scena donne e amori del protagonista, si mantenevano toni sobri e rispettosi della loro memoria e della loro vita privata, senza mai oltrepassare il limite del buon gusto e senza lavorare tanto di fantasia introducendo noiosi e scontati elementi da feuilleton. Certo, solo i diretti interessati possono sapere cosa c’era di vero e cosa di inventato, però, a maggior ragione quando alcuni dei personaggi sono ancora viventi, mi sembra doveroso – in un film come in un libro o in uno spettacolo – non lasciarsi sopraffare dalla smania di scandagliare quasi morbosamente ogni briciola della loro intimità.
Al di là di tale questione, ho apprezzato Volare – La grande storia di Domenico Modugno perché ha mostrato il tortuoso e faticoso cammino del grande artista pugliese prima di arrivare allo strabiliante ed inaspettato successo con Nel blu dipinto di blu, scritta insieme all’amico Franco Migliacci – che sarà suo paroliere per il resto della carriera – e vincitrice del Festival di Sanremo nel 1958. Tutti, dai compagni di studi al Centro Sperimentale di Cinematografia agli addetti ai lavori e ad alcuni famosi artisti (come Anna Magnani ed Edith Piaf), riempivano spesso di complimenti il giovane Modugno per le sue doti artistiche e soprattutto canore (nonostante lui volesse a tutti i costi fare l’attore e utilizzasse le sue canzoni come piacevole passatempo e ripiego per racimolare qualcosa), eppure, dopo il diploma conseguito appunto presso il Centro, Mimmo si barcamenò per anni tra “lavoretti” come comparsa in qualche film o cantante ai concerti altrui, negli spettacoli di rivista o per gli emigrati italiani all’estero. Pochi gli ingaggi veramente importanti, molte invece le porte in faccia, tanto da sembrare ai limiti dell’assurdo vedere quanti sacrifici dovette fare Modugno e quanto gli costò la sua passione, sostenuta dalla caparbia volontà di riuscire e forse dall’inconscia convinzione che un giorno lui sarebbe diventato qualcuno. E quando la determinazione veniva meno, gli amici ma soprattutto la fidanzata (e poi moglie) Franca, attrice diplomatasi con lui, lo spronavano a non mollare, a cogliere le occasioni, seppure non apparentemente promettenti. Una storia che sicuramente è un valido insegnamento per i giovani e forse ancora più che mai in tempi in cui tutto sembra dovuto qui e ora senza capire la necessità e la soddisfazione di conquistarsi qualcosa.
La miniserie, che ha anche mostrato la genesi di alcune note canzoni di Modugno (per esempio La donna riccia, Musetto, Vecchio frack), soffermandosi in particolare su quella casuale, lunga ed elaborata di Nel blu dipinto di blu, ha raccontato circa un decennio della sua vita, dalla partenza dallo splendido paesino natio per l’avventura al Centro Sperimentale nella grande città fino alla strabiliante vittoria a Sanremo, che per lui significò l’inizio vero e proprio della carriera nonché di una nuova vita.
Ad interpretare questo grande artista uno straordinario ed eccellente Beppe Fiorello, che ne ha ricreato voce, fisionomia, mimica e gestualità con una precisione ed una passione notevoli. Tutte le canzoni presenti nella miniserie sono cantate proprio da Fiorello: talmente bravo che, chiudendo gli occhi, sembrava di sentire la voce di Modugno. Al suo fianco un ottimo cast, in cui vale la pena ricordare, nel ruolo della moglie, Kasia Smutniak, nei panni dei fraterni ed inseparabili compagni di studi, Alessandro Tiberi (Franco Migliacci), l’ex comico di Zelig Circus Antonio D’Ausilio (Riccardo Pazzaglia) e Federica De Cola (la futura grande attrice Giulia Lazzarini), nonché il simpatico cammeo di Michele Placido nelle vesti di Vittorio De Sica. Non è stata forse una scelta felicissima quella di affidare il ruolo di Claudio Villa al comico Gabriele Cirilli: pur essendo bravo, infatti, era difficile non ridere di fronte alle sue uscite in romanesco che ricordavano più che il “reuccio” la famosa domanda del personaggio di Cirilli «Chi è Tatiana?». Ma ciò non ha offuscato la piacevolezza di questa fiction, molto ben diretta da Riccardo Milani e seguita da oltre 11 milioni di spettatori.

Per ulteriori informazioni e curiosità, si possono consultare il sito interamente dedicato a Modugno e quello della miniserie, sul quale è ancora possibile, per qualche giorno, rivedere le due puntate.


Clarissa Egle Mambrini

NOVARA – Domenica 21 febbraio 1993, con un concerto diretto dal Maestro Riccardo Muti e alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, novarese, si inaugurò il Teatro Coccia restaurato, chiuso per lavori dal 1986.
Per me, che avevo 9 anni e non ero mai stata in un teatro (eccezion fatta per il Faraggiana, di cui però avevo usufruito come cinema), e per un centinaio di bambini miei coetanei quella riapertura si trasformò in un’occasione di scoperta e di gioco. A scuola infatti leggemmo un libro per l’infanzia scritto appositamente per celebrare l’evento, Fantasmi al teatro Coccia di Anna Lavatelli, che, attraverso l’avventura della bimba Andrea Di Lillo, coinvolta dai fantasmi del conte Marco Caccia e del marchese Luigi Tornielli nella preparazione di un’opera composta da Carlo Coccia, diretta da Guido Cantelli e cantata da Toti Dal Monte e Ferruccio Tagliavini, ci diede modo di imparare alcuni passaggi e personaggi fondamentali nella storia del teatro novarese.fantasmi al teatro coccia
Poi, esperienza ancora più emozionante, fummo coinvolti nelle riprese di un film di Vanni Vallino tratto proprio dal libro e presentato al pubblico nel gennaio 1994, in occasione di San Gaudenzio, patrono della città. I “provini” si effettuarono a nostra insaputa, nel senso che le maestre un giorno ci fecero scrivere un tema su noi stessi (in cui io tra l’altro avevo inventato alcune cose di sana pianta, descrivendo il mio atteggiamento con i compagni di classe non per quello che era in realtà ma per quello che avrei voluto… E per fortuna qualche anno dopo sarei diventata così come avevo scritto in quel tema! Ma allora no, proprio no: ero ancora molto, molto introversa…) senza ovviamente dirci che non si trattava di una normale esercitazione, bensì che sarebbe servito al regista per inquadrare il nostro carattere e scegliere la potenziale protagonista. Così un giorno ci ritrovammo in classe Vanni Vallino che, temi alla mano, fece una chiacchierata per approfondire ulteriormente il discorso. Dopo di che la giovanissima protagonista fu scelta: doveva essere mascolina, spigliata e avere possibilmente i capelli corti: chi meglio della nostra compagna di classe Francesca? E poi, un giorno, iniziarono le riprese… e così scoprii che nel cinema esiste quell’operazione chiamata montaggio e che non è necessario girare le scene nell’ordine in cui si svolgono… e tante altre cose!
Nel giugno del 1993 inoltre mi esibii proprio in teatro per il mio primo saggio di danza. Ricordo le numerose prove, ricordo l’emozione della prima uscita sul palco e soprattutto della rassicurante sensazione di non vedere il pubblico poiché era totalmente al buio… Ricordo la maestra di danza, Vittoria Minucci, che una volta chiuso il sipario ci disse: «Non siete state brave… Siete state bravissime!» e regalò ad ognuna di noi un cerchietto e un elastico per capelli…
Stranamente non ricordo quale fu il primo spettacolo che vidi a teatro… Mi sembra si trattasse di un balletto. Ricordo però benissimo di aver insistentemente chiesto al papà di comprare i biglietti per un palchetto: mi affascinava troppo l’idea di stare lì!
Ora sono passati 20 anni da quell’esperienza, che su di me ha inciso profondamente. Il libro della Lavatelli e il film di Vallino non sono più in commercio da un pezzo… Sfogliare quelle pagine ma soprattutto rivedere il film mette tanta nostalgia. Però è anche un bel viaggio nelle emozioni…

Fantasmi al teatro Coccia
di Anna Lavatelli
Interlinea Edizioni
1993, Novara, pp. 35

Fantasmi al teatro Coccia
un film di Vanni Vallino
Sceneggiatura Anna Lavatelli, Vanni Vallino
Con Giuseppe Percivaldi, Abele Lino Antonione, Valeria Bosco, Rossana Carretto, Enrico Tacchini, Vanna Zorzi, Davide Tricotti, Luisa Bagna, Gabrio Mambrini, Cristina Baraggioni, Rossella Introini
e con Francesca Ruggerone e i 100 bambini delle classi del secondo ciclo delle scuole elementari Bottacchi, Levi, Tommaseo
Aiuto regia Nicoletta Pavesi, Claudio Pavesi, Massimo Marcotti, Paolo D’Onofrio
Musiche originali composte, arrangiate ed eseguite da Dario Artuso
Tema musicale originale composto da Marco Dondi
Organizzazione e direzione orchestra al teatro Coccia Luca Quinti

Per un po’ di storia sul Teatro Coccia, date un’occhiata a wikipedia oppure alla pagina dell’Azienda Turistica Locale.

Clarissa Egle Mambrini
(L’illustrazione della copertina del libro è di Antonio Ferrara)

red priest 1 - foto repertorioNOVARA – Raramente ho visto il pubblico del Coccia così caloroso ed entusiasta come martedì sera al concerto dell’ensemble inglese dei Red Priest. I quattro formidabili musicisti hanno suscitato diverse volte, nel corso della serata, spontanei applausi da parte degli spettatori, incantati di fronte alla loro bravura e al loro modo originale di presentare la musica antica, tanto che al termine dell’esibizione hanno dovuto concedere due bis per accontentare la platea, accalcatasi poi nel foyer per acquistare alcuni loro cd.
La formazione, nata nel 1997, ha all’attivo parecchie registrazioni e numerosi concerti in giro per il mondo e nel 2008 ha fondato una propria casa discografica, la Red Priest Recordings, etichetta sotto la quale sono stati ripubblicati anche gli album precedenti a quell’anno. Paragonato dalla stampa mondiale ai Rolling Stones, a Jackson Pollock, ai Marx Brothers, a Spike Jones e al Cirque du Soleil, questo quartetto, che si chiama così in onore di Vivaldi, detto appunto il “Prete rosso” per il colore dei suoi capelli, è stato descritto dalla critica musicale come «visionario ed eretico», «oltraggioso eppure compulsivo», «totalmente irriverente e altamente intelligente», «completamente selvaggio e intensamente geniale», con un «rovente e malizioso senso dell’umorismo» ed un «approccio alla musica antica che rompe le regole», offrendo «un concerto da camera rock».
Nella loro tappa novarese i Red Priest, tutti rigorosamente con indosso qualcosa di rosso, hanno eseguito Carnival of the Seasons, un concerto dedicato alle stagioni e composto non solo dalle celebri musiche di Vivaldi arrangiate da loro stessi in maniera anticonformista, ma anche da brani di Bach, Biber, Corelli, Johnson, Purcell e Van Eyck, scelti per l’affinità con la tematica delle varie stagioni e suonati ed interpretati in modo altrettanto particolare. I quattro straordinari musicisti – che anche presi singolarmente vantano curricula di tutto rispetto – hanno infatti offerto un vero e proprio spettacolo, coinvolgente e pieno di ritmo, in cui hanno rivisitato con ironia pezzi noti e meno noti del repertorio classico integrando l’esecuzione strumentale con gestualità e mimica, senza lesinare divertenti colpi di scena, come quando il flautista, Piers Adams, è spuntato per qualche istante da dietro il clavicembalo indossando una maschera “mostruosa” mentre i suoi colleghi, la violinista Julia Bishop, la violoncellista Angela East e il calvicembalista David Wright, stavano eseguendo La danza delle streghe di Robert Johnson, inserita nella parte sull’autunno poiché in quella stagione si celebra la festa di Halloween. Adams inoltre, dopo un veloce saluto in italiano seguito alla vivace Primavera di Vivaldi suonata in apertura, nel corso della serata ha dettagliatamente spiegato, in un inglese piuttosto comprensibile (ma forse non sarebbe stato male avere un traduttore, soprattutto per quella buona parte di pubblico che per ovvi motivi di età l’inglese lo mastica poco o per niente), i diversi brani che il gruppo andava ad interpretare, descrivendo le scenette che avrebbero in qualche modo ricostruito. Del resto – come si legge nel programma di sala – già Vivaldi aveva unito alle sue Quattro stagioni una serie di versi per creare un percorso “visivo” nella mente dell’ascoltatore, aumentando così la diffusione dell’opera.
Un concerto costruito in tal modo in effetti sarebbe stato molto utile, secondo me, per un pubblico di bambini e ragazzi restii a conoscere ed apprezzare la musica classica e tanto più quella antica: divertendosi e accompagnati nella comprensione da un trascinante insegnante come Piers Adams – un mago del flauto che in alcuni momenti ricordava le prodezze di Ian Anderson dei Jethro Tull – avrebbero probabilmente imparato – se non tutti, almeno qualcuno – che anch’essa può emozionare.
I Red Priest torneranno in Italia il 20 giugno per esibirsi a Bolzano. Nel frattempo stanno mettendo a punto un nuovo progetto, Handel in the wind, che dopo il rodaggio dal vivo verrà registrato durante l’estate e andrà a costituire il nuovo album.
Se volete tenerli d’occhio, potete consultare il loro sito ufficiale: www.redpriest.com.
Il prossimo appuntamento della Concertistica da camera al Coccia è giovedì 21 febbraio alle 21.00 con il giovane pianista coreano Dong Kyu Kim, che suonerà brani di Mozart, Schumann, Liszt e Stravinskij. Ingresso a € 10,00 (ridotto € 8,00).

5 febbraio 2013 – Teatro Coccia
RED PRIEST
Piers Adams (flauti)
Julia Bishop (violino)
Angela East (violoncello)
David Wright (clavicembalo)
in
CARNIVAL OF THE SEASONS
Programma
Parte prima: La Primavera
ANTONIO VIVALDI (arr. Red Priest) – Concerto in mi maggiore La primavera
HEINRICH BIBER – Crocifissione (dalla Sonata di Pasqua)
Parte seconda: L’Estate
JACOB VAN EYCK – Che cosa facciamo questa sera?
HENRY PURCELL – Suite Sogno di una notte di mezza estate
ANTONIO VIVALDI (arr. Red Priest) – Concerto in sol minore L’estate
Parte terza: L’Autunno
JOHANN SEBASTIAN BACH – Preludio in re minore per violoncello solo
ANTONIO VIVALDI (arr. Red Priest) – Concerto in fa maggiore L’Autunno
ROBERT JOHNSON – La danza delle streghe
Parte quarta: L’Inverno
ARCANGELO CORELLI (arr. Red Priest) – Concerto grosso in sol minore Per la notte di Natale
ANTONIO VIVALDI (arr. Red Priest) – Concerto in fa minore L’Inverno

Concerto organizzato dall’Associazione Amici della Musica Vittorio Cocito di Novara
in collaborazione con la Fondazione Teatro Coccia

Clarissa Egle Mambrini

NOVARA – Da alcuni anni in tutto il mondo il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria per ricordare le vittime del nazismo. A Novara, quest’anno, si è deciso di farlo con un’interessante iniziativa che ha coinvolto una settantina di bambini e ragazzi fra i 6 e i 16 anni nella realizzazione di un’opera cecoslovacca, Brundibár, composta proprio durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo spettacolo è andato in scena al Coccia domenica pomeriggio (Giornata della Memoria) di fronte ad un folto pubblico costituito per lo più da famiglie e lunedì mattina per gli studenti delle scuole elementari e medie inferiori.
L’opera racconta di due fratellini, Pepícek e Aninka, che, per procurarsi i soldi necessari a comprare il latte alla mamma malata, decidono di cantare al mercato sperando di raggranellare qualcosa, ma vengono mandati via dal malvagio suonatore d’organetto Brundibár. I due però, grazie all’aiuto «di un impavido passero, di un astuto gatto, di un saggio cane e dei bambini del paese», riescono a scacciarlo e a cantare infine nella piazza del mercato. La storia è ovviamente simbolica: Brundibár infatti rappresenta Hitler e con esso tutte le dittature, il potere e le guerre, contro i quali si leva il canto di ribellione e di speranza intonato da questi bambini.

COCCIA BRUNDIBAR 1
I giovanissimi solisti e coristi dell’allestimento andato in scena al Coccia appartengono all’Accademia di canto e musica da camera M. Langhi di Novara, da diversi anni presenza fissa nella stagione lirica del teatro al fianco dei cantanti professionisti e protagonista già nel febbraio 2011 di Ghirlino, opera di formazione scritta da Luigi Ferrari Trecate più o meno negli stessi anni di Brundibár. Unico interprete adulto il basso Massimiliano Galli, nei panni ovviamente del cattivo suonatore d’organetto, che è comparso in scena uscendo dalla buca del suggeritore, inizialmente manovrato dai bambini come un burattino nelle loro mani. A dirigere le prodezze canore dei piccoli il loro Maestro Alberto Veggiotti, in questa occasione anche direttore degli altrettanto giovani musicisti delle Orchestre UECO e Accademia M. Langhi, guidate dalle violiniste Greta e Suela Mullaj, mentre responsabile della regia e della ideazione scenica è stata Emiliana Paoli, anch’essa “vecchia” conoscenza del Coccia, con cui ha collaborato come regista e assistente regista in diverse produzioni, facendosi apprezzare soprattutto per la bravura nel lavorare con i bambini (ricordiamo La Bohème nel novembre 2007, Cavalleria Rusticana e Pagliacci nel febbraio 2010, il suddetto Ghirlino e tutte le opere della scorsa stagione, solo per citare alcuni titoli). A completare il già nutrito cast le ginnaste della Società Ginnastica Pro Novara dirette da Michela Fitto e le ballerine di Studio Danza dirette da Alida Pellegrini, che hanno deliziato il pubblico con acrobazie e coreografie.
Come confermatoci dalla stessa Emiliana Paoli, non trattandosi di un allestimento di routine, cioè riguardante un’opera rappresentata da professionisti, la preparazione di Brundibár (e con ciò intendiamo riferirci principalmente al lavoro svolto con cantanti, coro e orchestra. L’ideazione di scenografie e costumi solitamente viene fatta con buon anticipo anche negli allestimenti abituali) è durata alcuni mesi, non solo i classici dieci o quindici giorni: le prove infatti sono iniziate lo scorso ottobre, impegnando bambini e ragazzi ogni due fine settimana in un lavoro in divenire, poiché sia la parte musicale sia quella registica venivano costruite man mano proprio in quel frangente, mentre nella settimana precedente il debutto le prove si sono svolte tutti i giorni, dalle 17 alle 21. Nel caso di Brundibár, così come con qualsiasi altro spettacolo realizzato con dei ragazzi, «non c’era l’attore che arriva già con la parte pronta per le tante volte in cui l’ha recitata: qui era tutto da costruire, ed era più facile perché così avevo l’opportunità di vedere realmente in scena quello che io, regista, volevo vedere e comunicare. È stato un lavoro molto gratificante, perché tutto quello che succedeva sul palco sapevo di avercelo messo io».
Un grande impegno, quindi, quello in cui si sono profusi questi giovanissimi per realizzare lo spettacolo, probabilmente anche sacrificando ore di gioco e uscite con gli amici. Penso siano da ammirare, che siano un esempio per i loro coetanei e per i troppi adulti – genitori e insegnanti compresi – sempre più indifferenti all’importanza della memoria storica e della cultura. Sono certa che un’esperienza simile sia stata altamente formativa per loro, esibitisi come piccoli, grandi professionisti, con una passione ed un entusiasmo che hanno colmato alcune trascurabilissime imprecisioni, forse dovute anche alla comprensibile ed immancabile emozione.

COCCIA BRUNDIBAR 2

La genesi di Brundibár ha tra l’altro una storia molto particolare, che è doveroso ricordare per apprezzarne ulteriormente il valore e il significato. Si tratta di un’opera per bambini in due atti scritta da Hans Krása su libretto di Adolf Hoffmeister nel 1938 e rappresentata per la prima volta all’orfanotrofio ebraico di Praga nel 1942, quando il compositore e lo scenografo Frantisek Zelenka erano già stati deportati nel campo di raccolta di Terezin. L’anno successivo tutti i membri del coro e il personale dell’orfanotrofio furono a loro volta deportati a Terezin (solo Hoffmeister fece in tempo a fuggire) e a quel punto Krása ricostruì a memoria la partitura adattandola agli strumenti disponibili nel campo – chitarra, clarinetto, contrabbasso, fisarmonica, flauto, percussioni, pianoforte, quattro violini e un violoncello – , mentre Zelenka ridisegnò le scenografie e Camilla Rosenbaum curò le coreografie. Nacque così una nuova versione di Brundibár che andò in scena il 23 settembre, con diverse repliche fino al 1944, quando fu anche rappresentata nel corso di un’ispezione della Croce Rossa e in un’altra occasione filmata per una pellicola di propaganda nazista. Nel documentario Voices of the children di Zuzana Justman – una delle piccole coriste di Terezin – si trovano le immagini relative a quella registrazione, in cui compare anche Ela Weissberger, che all’epoca vestiva i panni del Gatto. Pochi dei partecipanti alla prima di Terezin sopravvissero all’Olocausto: la maggior parte – compreso Krása – morì ad Auschwitz.
L’allestimento curato dalla Paoli ha voluto in qualche modo ricordare il fatto che Brundibár nacque in un campo di concentramento, ideando una scenografia essenziale (per cui ci si è serviti anche di videoproiezioni) costituita da elementi che simboleggiavano alcune caratteristiche di quel luogo infernale e che magicamente poi si trasformavano nei negozi della piazza del mercato. Un contrasto sottolineato dalle scelte cromatiche: dalle tonalità cupe di scene, luci e costumi del prologo, in cui i piccoli attori, sulle note del celebre tema strappalacrime composto da John Williams per il film Schindler’s list, entravano nel campo di concentramento, venivano costretti a spogliarsi dei poveri abiti e separati gli uni dagli altri, si è poi passati ai colori caldi e luminosi dell’opera vera e propria, in cui i bambini stessi, come in un sogno, si sono riappropriati dei propri vestiti, hanno allestito il palcoscenico e hanno messo in scena la favola, per tornare infine alla desolazione del campo di concentramento però con una nuova consapevolezza. «Termina la rappresentazione», si legge nelle note di regia, «e torna il “controllo”, ci si risveglia dal sogno, il sipario si chiude e la storia finisce; ma immediatamente si riapre su di un nuovo giorno, su una realtà che comunque è cambiata perché il vissuto della notte acquista valore reale; sconfiggere nella finzione Brundibár regala una sensazione positiva, qualcosa è mutato nella coscienza. Brundibár è sì un racconto di fame e desolazione, ma è anche un messaggio di speranza, è la vittoria dell’unione sull’arroganza del potere».

Foto di Mario Finotti
All’inizio e alla fine dello spettacolo sono state lette e proiettate sul fondale alcune toccanti parole della sopravvissuta Ela Weissberger: «Quando noi cantavamo, dimenticavamo la fame, dimenticavamo dove fossimo. Quando eravamo in scena, sul palco, dimenticavamo ogni cosa. E quando, alla fine, cantavamo la canzone della vittoria, immaginavamo di aver sconfitto Hitler. C’era tanto potere in questa musica…». Nella recita di domenica pomeriggio, inoltre, al termine dell’opera sono state lette le testimonianze di alcuni sopravvissuti al campo di Terezin, interpretate da coppie costituite da bambino e adulto rappresentanti lo stesso personaggio com’era allora e com’è adesso.
Ottima iniziativa, quindi, questa, per ricordare ancora una volta l’atrocità dei campi di sterminio e del genocidio degli ebrei. Sarebbe buona cosa, però, che sia a scuola sia altrove ai bambini e agli adulti si ricordassero anche gli altri stermini di massa che hanno insanguinato il genere umano, taciuti e dimenticati perché – come affermano gli stessi storici – la Storia la scrivono i vincitori ma purtroppo spesso anche i vincitori hanno commesso crimini disumani.

 
27 e 28 gennaio 2013 – Teatro Coccia
BRUNDIBÁR
Opera per bambini in due atti su libretto di Adolf Hoffmeister
Versione Terezin 1943
Musica di Hans Krása
 
Solisti e Coro di Voci Bianche a cura dell’Accademia M. Langhi
Basso Massimiliano Galli

Orchestra Ueco Junior e Orchestra dell’Accademia M. Langhi
Violini solisti Greta e Suela Mullaj

Maestro del Coro e Direttore d’orchestra Alberto Veggiotti
Direzione musicale a cura di Marina Goggi
Regia e idea scenica Emiliana Paoli
 
Movimenti coreografici in collaborazione con
A.S.D. Società Ginnastica Pro Novara 1881
Responsabile tecnico Michela Fitto
Studio Danza Novara A.S.D.
Direttore Alida Pellegrini

Lighting Designer Ivan Pastrovicchio
Maestri Collaboratori Ivan Magnelli, Alba Pepe, Matteo Spina
Allestimento scenico e costumi Fondazione Teatro Coccia

Coproduzione Fondazione Teatro Coccia e Accademia di canto e musica da camera M. Langhi

 
Spettacolo visto domenica, 27 gennaio 2013

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Mario Finotti, Fondazione Teatro Coccia.
Per le dichiarazioni rilasciate da Emiliana Paoli si ringrazia Serena Galasso, Addetta Stampa del Teatro)