Archive for gennaio, 2013


bright-star-movie-by-jane-campion031

 
BRIGHT STAR
Regia, soggetto e sceneggiatura Jane Campion
Con Abbie Cornish (Fanny Brawne), Ben Wishaw (John Keats), Paul Schneider (Charles Brown), Kerry Fox (la signora Brawne), Edie Martin (Margaret ‘Toots’ Brawne), Thomas Sangster (Samuel Brawne)
Fotografia Greig Fraser
Montaggio Alexandre De Franceschi
Musiche Mark Bradshaw
Costumi Janet Patterson
Genere drammatico, biografico
Durata 120 minuti
Produzione BBC Films (Gran Bretagna), Screen Australia (Australia), Pathé (Francia)
Anno 2009

 
 
John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 24 febbraio 1821) è oggi uno dei poeti romantici più famosi al mondo, ma purtroppo nella sua breve vita fu scarsamente apprezzato dai contemporanei. Cominciò a frequentare ambienti artistici e letterari intorno ai 20 anni e a quell’epoca risalgono le sue prime prove poetiche, lodate da pochi e criticate o ignorate dalla maggior parte, come la raccolta Poems e il poema Endymion. Nel 1818, però, il giovane poeta fece un incontro che avrebbe segnato la sua vita e la sua produzione successiva: conobbe infatti Fanny Brawne, graziosa fanciulla appassionata di moda nonché abile e fantasiosa sarta. I due si innamorarono, Fanny diventò musa ispiratrice di Keats, ma a causa delle precarie condizioni economiche di quest’ultimo non poterono ambire ad una felice e regolare unione, finché a troncare definitivamente la loro storia arrivò la tisi, che costrinse il poeta a lasciare l’Inghilterra per la più calda e soleggiata Italia, dove morì e fu sepolto, lontano dall’amata.
È proprio su questi ultimi intensi anni di vita del poeta che si concentra Bright star, ultimo film della regista Jane Campion, presentato al Festival di Cannes nel 2009 e uscito – in sordina – nelle sale italiane nel giugno 2010. La Campion, classe 1954, ha esordito dietro la macchina da presa negli anni ’80 e ha raggiunto la fama mondiale con Lezioni di piano nel 1993, al quale sono seguite altre sporadiche pellicole, in cui ha continuato a concentrarsi sulle figure femminili regalando riusciti ritratti di donne. Sia per la distanza di tempo che intercorre fra un lavoro e l’altro, sia per l’estetica meticolosa con cui gira ogni film, la Campion è spesso accusata di eccessivo manierismo e perciò le sue opere non hanno sempre l’attenzione che si meriterebbero. Non so se qualcuno ha espresso un simile giudizio anche nei confronti di Bright star; so solo che io l’ho trovato di una bellezza emozionante.

bright-star-movie-by-jane-campion01
Curato nei minimi particolari (in perfetto stile Campion), trasuda poesia da ogni singolo fotogramma: poesia nei dialoghi, poesia nelle scelte cromatiche, poesia negli abiti, poesia nelle inquadrature, poesia negli sguardi e nei gesti dei personaggi, poesia nei paesaggi. E Amore, con la A maiuscola, di una specie forse ormai rara, fatto di passione e allo stesso tempo di candore. Non è facile parlare di una storia d’amore romantica e tragica senza scadere nella banalità della retorica, senza andare oltre le righe incorrendo nella tentazione di trasformare il puro e profondo sentimento fra due giovani borghesi di inizio ‘800 in un passionale e a tratti torbido amour fou. Ma la regista neozelandese ci è riuscita, rispettando la memoria dei due innamorati, calandosi pienamente nello spirito della poesia di Keats e nella loro epoca, di cui ci fa assaporare rituali quotidiani e mondani, comportamenti, cultura e abbigliamento.

Bright-Star-Foto-Dal-Film-62_mid
Perfetti nel ruolo i giovani protagonisti, l’australiana Abbie Cornish, una Fanny Brawne dall’eleganza eccentrica (indossa sempre favolosi abiti cuciti da lei stessa) e dall’intelligenza vivace, estremamente moderna nella sua determinazione e forza di volontà, e l’inglese Ben Wishaw, un John Keats emaciato, fragile e liricamente sensibile alla bellezza e all’amore.
«Una cosa bella è una gioia per sempre», recita l’incipit di Endymion. E questo film, secondo me, risponde appieno a tale definizione.

 
Dopo aver visto il film, sono andata a recuperare il libro di poesie di John Keats che avevo studiato diversi anni fa per uno dei primi esami universitari e mi sono riletta il sonetto che dà il titolo alla pellicola. Lo copio qui di seguito, anche se la traduzione non corrisponde in tutto e per tutto a quella proposta dalla versione italiana del film, in cui, per esempio, l’aggettivo bright è reso con “fulgida” – come nel titolo del presente articolo.

 
Bright star! Would I were steadfast as thou art –
     Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
     Like nature’s patient, sleepless eremite,
The moving waters at their priestlike task
     Of pure ablution round earth’ human shores,
Or gazing on the new softfallen mask
     Of snow upon the mountains and the moors;
No – yet still steadfast, still unchangeable,
     Pillowed upon my fair love’s ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
     Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tendertaken breath,
     And so live ever – or else swoon to death.

 
Oh fossi come te, lucente stella,
costante – non sospeso in solitario
splendore in alto nella notte, e spiando,
con le palpebre schiuse eternamente
come eremita paziente ed insonne
della natura, le mobili acque
nel loro compito sacerdotale
di pura abluzione intorno ai lidi
umani della terra, o rimirando
la maschera di nuova neve che
sofficemente cadde sopra i monti
e sopra le brughiere, no – ma sempre
costante ed immutabile posare
il capo sul bel seno maturante
del mio amore e sentire eternamente
il suo dolce abbassarsi e sollevarsi,
per sempre desto in una dolce ansia,
sempre udire il suo tenero respiro
e vivere così perennemente –
o svenire altrimenti nella morte.

 
(Sonetto di John Keats tratto dal libro J. K., Poesie, traduzione di Mario Roffi, Einaudi, Torino, 1983, 1999, pp. 2425)

 Bright-Star-Foto-Dal-Film-68

Qui sotto, invece, nel primo video trovate il sonetto Bright star interpretato da Abbie Cornish (Fanny Brawne) al termine della pellicola, un estratto della colonna sonora e alcune fotografie del film, nel secondo il trailer italiano:


 

Clarissa Egle Mambrini

Annunci

Ciao Audrey!

Domenica ricorreva il ventennale della scomparsa di Audrey Audrey-HepburnHepburn, icona del cinema ed esempio di femminilità ed eleganza. Avrei voluto ricordarla degnamente, ma cosa scrivere? Il tempo di dedicarle un articolo un po’ personale non ce l’avevo purtroppo e alla fine mi sarei ritrovata a scrivere le solite cose che tanti giornali, blog e via dicendo hanno già ripetuto a memoria, elencando i film interpretati, i premi vinti, le date importanti, i mariti, i figli, la malattia…

Allora ho preferito puntare all’essenziale e così il mio personale omaggio ad Audrey sta nel dedicare questo spazio ad una delle scene più famose della storia del cinema, quella in cui Holly Golightly canta malinconica Moon River in Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961), anche se il mio film preferito fra quelli con la Hepburn rimane Vacanze romane (William Wyler, 1953).

Ciao Audrey!

 

 

Clarissa Egle Mambrini

Ieri sera su Rai Tre è andata in onda una puntata speciale del programma Che tempo che fa dal titolo G di Gaber per ricordare il cantautore milanese scomparso il 1° gennaio del 2003. Nel corso della serata molti e diversi gli artisti succedutisi sul palcoscenico per rendere il proprio personale omaggio al signor G, cantando una sua canzone o recitando un suo monologo, mentre il conduttore, Fabio Fazio, in alternanza alle esibizioni degli ospiti leggeva alcuni brani tratti dal libro G. Vi racconto Gaber di Sandro Luporini, presente in studio insieme ai familiari del cantautore.
È stata indubbiamente una rara serata di televisione intelligente e perciò Fazio e lo staff del programma hanno tutta la mia riconoscenza, ma non sarebbe stato più utile, specialmente per chi, come me, di Gaber ha fatto in tempo a vedere e sentire su per giù solo gli ultimi dieci anni di vita, proporre filmati d’epoca in cui era l’artista stesso a cantare e parlare? Di sicuro il materiale non sarebbe mancato e invece di usarne una millesima parte (e solo come “copertina” del programma prima dell’inizio vero e proprio) si sarebbe potuto mostrare più copiosamente. E ciò vale per altri “speciali” fatti “in memoria di”…
Ciononostante, fra le molte canzoni note, il programma mi ha anche riservato delle sorprese, la più gradita delle quali è stata il monologo Secondo me la donna del 1996, ieri interpretato da una Luciana Littizzetto insolitamente composta. Lo propongo qui di seguito, perché lo condivido pienamente. E saperlo scritto da un uomo, me lo fa apprezzare ancora di più!

Clarissa Egle Mambrini

Alcuni passaggi del monologo di Gaber (ma leggeteli dopo aver visto il video, sennò vi rovinate la sorpresa!):

«Secondo me la donna è donna da subito. L’uomo… è uomo a volte prima, a volte dopo, a volte mai!»

«Secondo me una donna innamorata imbellisce. Un uomo… rincoglionisce!»

«Secondo me le donne quando ci scelgono, non amano proprio noi. Forse una proiezione, un sogno, un’immagine che hanno dentro… Ma quando ci lasciano siamo proprio noi quelli che non amano più.»

«“Donna… L’angelo ingannatore.” L’ha detto Baudelaire.
“Donna… Il più bel fiore del giardino.” L’ha detto Goethe.
“Donna… Femmina maliarda.” L’ha detto Shakespeare.
“Donna, sei tutta la mia vita.” L’ha detto un mio amico ginecologo!»

«Secondo me la donna e l’uomo sono destinati a rimanere assolutamente differenti. E contrariamente a molti io credo che sia necessario mantenerle se non addirittura esaltarle queste differenze, perché è proprio da questo incontro/scontro tra un uomo e una donna che si muove l’universo intero. All’universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni. L’universo sa soltanto che senza due corpi differenti e due pensieri differenti non c’è futuro.»

NOVARA – Assente da 8 anni dal palco del Coccia, L’Italiana in Algeri è tornata in questo fine settimana nel teatro novarese in un elegante allestimento che ha debuttato al Fraschini di Pavia lo scorso novembre. A 200 anni esatti dalla prima rappresentazione, al Teatro San Benedetto di Venezia, la celebre opera buffa di Rossini ha divertito il pubblico, che però ci si aspettava rispondesse con maggiore affluenza, vista la notorietà di questo titolo nonché la vicinanza delle date dello spettacolo alla festività del Santo Patrono (San Gaudenzio, 22 gennaio).
La regia di Pieri Luigi Pizzi ripresa dal light designer Paolo Panizza è rimasta nel solco della tradizione dando tuttavia un tocco personale all’allestimento, in cui si è messa molto in evidenza la netta contrapposizione fra le concezioni maschiliste dei personaggi che pensano di poter disporre delle donne a proprio piacimento come fossero oggetti e la scaltrezza tutta femminile della protagonista, Isabella, consapevole del potere che ogni donna può esercitare sull’altro sesso con il proprio fascino. La storia, ispirata al librettista da una vicenda realmente accaduta nel 1805, è stata spostata in avanti di circa un secolo rispetto all’originale, almeno a giudicare dagli sfarzosi e colorati abiti occidentali di Isabella, che costituivano da soli uno spettacolo nello spettacolo, e l’eroina, già abile di per sé, è stata resa ancora più moderna e spavalda, con tanto di frusta per tenere a bada gli uomini all’occorrenza.

L'Italiana in Algeri - ASLICO

La contralto Carmen Topciu è stata molto brava, per quanto riguarda l’aspetto puramente mimicointerpretativo, nel rendere lo spirito di questo personaggio, ma non mi è parsa totalmente convincente dal punto di vista eminentemente canoro (specialmente nel primo atto), dove invece hanno primeggiato i bassi Bruno Taddia (Taddeo), perfetto, e Abramo Rosalen (Mustafà), calorosamente applauditi al termine della serata insieme alla soprano Sonia Ciani (Elvira). Tutto il cast in generale si è dimostrato secondo me valido dal punto di vista recitativo e ben affiatato, con un buon equilibrio nelle scene d’insieme – si veda il finale del primo atto in cui tutti cantano suoni onomatopeici muovendosi meccanicamente come burattini –, ma, a parte le eccezioni sopra citate e in qualche punto il giovane tenore Enea Scala (Lindoro), i singoli cantanti non mi sono sembrati ai massimi livelli.
Molto buone invece le prove dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, vigorosamente diretta da Francesco Pasqualetti, e del Coro ASLICO, diretto da Diego Maccagnola.
Scenografie (che ricostruivano il serraglio del Bey di Algeri), costumi e luci, dai caldi colori orientali, hanno offerto un’atmosfera da Mille e una notte, che ha ulteriormente trasportato la vicenda narrata nel regno del gioco e della finzione, dove – come fa notare Francesco Pasqualetti nella presentazione dell’opera – logica e morale sono sospese, come nei sogni, dando sfogo a liberatorie risate. Simpatica la trovata di trasformare la tirata del corsaro Haly (il basso Davide Luciano) contro le donne italiane nel secondo atto in una lezioncina fatta ai suoi uomini con tanto di bacchetta in mano ad indicare sensuali nudi femminili (dei dipinti proiettati su un fondale), simboli del pericolo che si insinua fra le belle forme muliebri. Così come assai divertente è stata, sempre nel secondo atto, la scena in cui Mustafà, appena nominato Pappataci, ed Isabella mangiano una vera pizza.

Prossimo appuntamento al Coccia domenica 27 alle ore 16.00 con l’opera per bambini Brundibàr di Hans Kràsa, coprodotta dalla Fondazione e dall’Accademia M. Langhi di Novara in occasione della Giornata della Memoria. Biglietti a € 15,00 (intero) e € 10,00 (ridotto per ragazzi inferiori ai 14 anni) disponibili on line sul sito www.fondazioneteatrococcia.it oppure in biglietteria, aperta dal martedì (eccezionalmente anche a San Gaudenzio) al sabato dalle 10.30 alle 18.30, tel. 0321.233201.

18 e 20 gennaio 2013, Teatro Coccia
L’ITALIANA IN ALGERI
Dramma giocoso in due atti su libretto di Angelo Anelli
Musica di Gioachino Rossini
Con Carmen Topciu (Isabella), Enea Scala (Lindoro), Bruno Taddia (Taddeo), Abramo Rosalen (Mustafà), Sonia Ciani (Elvira), Alessia Nadin (Zulma), Davide Luciano (Haly)
Maestro Concertatore e Direttore Francesco Pasqualetti
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi ripresi da  Paolo Panizza
Lighting designer Paolo Panizza
Movimenti coreografici Isa Traversi
Maestro del coro Diego Maccagnola
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro ASLICO del Circuito Lirico Lombardo
Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo, Fondazione Teatro Coccia di Novara, Teatro Alighieri di Ravenna

Spettacolo visto venerdì, 18 gennaio 2013

 
 
Clarissa Egle Mambrini

Navigando su internet mi sono imbattuta in questo struggente ricordo di Renzo Arbore sull’amata Mariangela Melato. Non ho capito bene quale sia la fonte principale (forse «Il Sole 24 ore»); io l’ho trovato a questo link http://www.brogi.info/2013/01/renzo-arbore-il-privilegio-di-averla-accanto.html e in ogni caso ci tengo a pubblicarlo anche sul mio blog.
Buona lettura!
C. E. M.

Melato-Arbore

IL PRIVILEGIO DI AVERLA ACCANTO

di Renzo Arbore

«Sono stato innamorato di una grande artista e di una grande donna. E sono stato fortunato, per aver conosciuto una persona eccezionale che mi ha fatto diventare prima uomo e poi artista, una fortuna, lo dico con il cuore a pezzi, che ora pago con il grande dolore che provo.
Per lei, che era un dono della vita, ho sentito un amore ininterrotto. Io che ho sempre desiderato diventare un artista, stavo con una artista vera, un privilegio unico averla accanto, vedere che le sue scelte erano sempre fatte per migliorarsi; non era artista per ambizione personale o smania di ricchezza, lei viveva l’arte come una missione e per questa ha affrontato grandissime rinunce improntate all’etica, alla bellezza, alla cultura.
Era figlia di un timidissimo vigile urbano che ho conosciuto e lei era riuscita con enorme fatica e rinunciando alle cose futili a coltivarsi. Amava i libri, fino all’ultimo li ha voluti con sé, ai complimenti vacui preferiva quelli del suo pubblico fatto di persone modeste e intellettuali schivi. Andava orgogliosissima, tra i tanti premi, dall’aver ricevuto due volte il Duse, stravolgendo così il regolamento che non consentiva doppioni.
Questi ultimi tre anni, sono stati terribili per lei e anche per me. Nonostante ciò, malata, sottoposta a cure faticosissime affrontate con enorme coraggio, viveva per tornare sulla scena e ha ancora portato al successo tre lavori straordinari: Casa di bambola, Il dolore, un meraviglioso monologo e Filumena Marturano per la televisione. Era una donna vera, con una nobiltà d’animo fortissima. I suoi sentimenti erano puri, s’interessava di piccoli artisti, saltimbanchi, gente semplice, era lontana dalla meschinità, dalle menzogne, dalla cattiveria, dal cattivo gusto.
Lei mi ha insegnato la sua cultura straordinaria e io le ho fatto amare la cultura del Sud. Come i grandi aveva un fortissimo senso dell’umorismo e della musica. Aveva lo swing, una grazia interiore; ballava come nessuna, si aggiornava in maniera che mi lasciava stupefatto, aveva una passione per la sceneggiata, come per Ronconi e Medea, era multiforme. Tutto senza mai un accenno al botteghino, non abbiamo mai parlato di soldi noi due. Oggi la ricorderà Emma Bonino: non si conoscevano bene ma Mariangela l’amava perché riconosceva in lei il suo stesso rigore. Sempre con un sorriso. Quello con cui ci ha lasciato».

due_noi

NOVARA – Noti al pubblico televisivo per essere protagonisti di fortunate e longeve fiction come Un medico in famiglia e Tutti pazzi per amore, Lunetta Savino ed Emilio Solfrizzi sabato sera hanno riempito il Coccia di spettatori in ogni ordine di posti (peccato che – come al solito – di giovani ce ne fossero ben pochi…). Interpreti di una pièce inglese che ha permesso ai due attori di sfoggiare la propria bravura, Savino e Solfrizzi hanno divertito ed entusiasmato il pubblico per più di un’ora e mezza nei panni di diverse coppie alle prese con matrimoni in crisi. Due di noi di Michael Frayn raccoglie tre atti unici, messi in scena consecutivamente senza nessun intervallo, ed è un vero tour de force per gli attori, chiamati ad interpretare tutti i personaggi passando velocemente da uno all’altro con tanto di cambio di abiti e parrucche, per non parlare delle diverse caratteristiche fisiche e psicologiche che li contraddistinguono.
La scenografia (di Antonio Panzuto) resta fissa per tutto lo spettacolo ed è giocata su due piani, che però vengono sfruttati entrambi solo nella terza parte. Di volta in volta, grazie all’ausilio di differenti oggetti di scena, il palco è una camera da letto con accanto il bagno, poi un salotto, e infine un soggiorno con accanto sala e cucina e al piano superiore la toilette. Gli abiti (di Barbara Bessi), prevalentemente colorati ed estrosi, e le acconciature sono tipicamente anni Settanta. Le luci (di Alessandro Verazzi) iniziano con toni vagamente stranianti nella prima parte mentre diventano più naturalistiche nel corso dello spettacolo.
Si parte con Black and Silver, atto di circa un quarto d’ora in cui vediamo una coppia in “vacanza” a Venezia nella stessa camera d’albergo in cui passò la luna di miele anni prima. Ora i due sono insieme al loro bimbo in fasce e di notte, non riuscendo a dormire a causa dei suoi capricci mentre dalla stanza del piano di sopra arrivano ben altri “rumori molesti”, marito e moglie ripensano a come erano prima della sua nascita, arrivata troppo tardi. Tra gag e battute velate da un po’ di amarezza, questo primo episodio scivola via velocemente, condito da un buon ritmo e da sane risate del pubblico.
Il secondo atto unico, invece, Mr. Foot, di circa venti minuti, fa calare la tensione e può forse risultare leggermente noioso, anche se bisogna riconoscere che ha dato modo alla Savino di dimostrare ulteriormente le proprie ottime doti di interprete, trattandosi praticamente più di un suo monologo con il piede (soprannominato “Zampetta”) del marito che di un dialogo vero e proprio. (Tra l’altro, questo rapporto fra una moglie chiacchierona e un marito quasi assente, non vi ricorda vagamente Giorni felici di Samuel Beckett?).
Ma il brio del racconto riprende immediatamente nel terzo atto unico, Chinamen, commedia degli equivoci che per un’ora tiene incollato il pubblico alle poltrone, regalando tanti momenti spassosi e gustose risate e strabiliando per il trasformismo degli attori, che interpretano contemporaneamente cinque personaggi: marito e moglie, infatti, stanno aspettando degli amici a cena quando scoprono che, per errore, hanno invitato, fra gli altri, una coppia da poco separata e il nuovo fidanzato di lei. Per rimediare non resta che fare in modo che i tre non si incontrino e così i due padroni di casa passano la serata a fare avanti e indietro da una stanza all’altra.
Sicuramente Due di noi ha perso il lato più graffiante che poteva avere nel 1970, quando fu rappresentata a Londra per la prima volta: oggi infatti di coppie che scoppiano se ne trovano ovunque, nella realtà come nella finzione. I motivi di incomprensione fra coniugi sono però ancora quasi sempre gli stessi e riderci su con intelligente ironia non passa mai di moda. Un plauso quindi alla scelta del regista Leo Muscato di ripescare lo humour inglese per parlare di temi sempre attuali con allegria e spensieratezza.

12 e 13 gennaio 2013, Teatro Coccia
DUE DI NOI
di Michael Frayn
Traduzione di Filippo Ottoni
Con Lunetta Savino ed Emilio Solfrizzi
Regia Leo Muscato
Scene Antonio Panzuto
Costumi Barbara Bessi
Disegno luci Alessandro Verazzi
Produzione Roberto Toni per ErreTiTeatro30 in collaborazione con LeArt’

Spettacolo visto sabato, 12 gennaio 2013

Clarissa Egle Mambrini

NOVARA – Continua il felice connubio fra Morgan e il Teatro Coccia. Dopo il successo ottenuto iofacciolo scorso ottobre con la regia de Il matrimonio segreto di Cimarosa (cfr. il mio articolo “Il matrimonio segreto” dark e psichedelico di Morgan fa volare alto il Coccia), sua prima prova nell’opera lirica, l’eclettico artista milanese ha pensato di ambientare nell’affascinante cornice del Coccia il videoclip della nuova canzone Io faccio del rapper Big Fish, brano a cui partecipa lo stesso Morgan.
Diretto da Rino Tagliafierro e presentato in anteprima a dicembre agli Hip Hop Awards di MTV, il video è stato trasmesso a Quelli che il calcio… domenica e a Occupy Deejay su Deejay TV lunedì, stesso giorno in cui il brano è stato inserito nella programmazione di radio e canali musicali nazionali.
Di nuovo ampia visibilità, quindi, per il teatro novarese, protagonista del video insieme ad una ballerina classica dopo che negli ultimi anni era stato fugace sfondo in due spot pubblicitari, uno con Catherine Spaak e l’altro con l’étoile Eleonora Abbagnato.

 

Clarissa Egle Mambrini

mariangela melatoA novembre sarei voluta andare all’Elfo Puccini di Milano a vedere Mariangela Melato ne Il dolore di Marguerite Duras. Il foglio sul quale mi ero scritta l’elenco degli spettacoli teatrali di mio interesse per questa stagione è ancora lì, sulla scrivania della mia camera, e su Il dolore si trova una riga, segno che in un secondo tempo successe qualcosa per cui allo spettacolo non andai. Accadde infatti che l’intera tournée fu cancellata a causa dei problemi di salute dell’attrice, dovuti ad una caduta che – se non ricordo male – già la scorsa stagione le impedì di recitare anche a Milano. Fui dispiaciuta, ma ero ovviamente convinta che alla prossima stagione lo spettacolo sarebbe stato riproposto e quindi che avrei di nuovo avuto la possibilità di vedere la Melato. Oggi invece l’inaspettata e triste notizia della sua morte, di lei che i suoi 71 anni li portava meravigliosamente, che riusciva ancora ad essere seducente e che sembrava destinata a fare ancora tante cose…
Sento sempre un gran senso di vuoto quando personaggi della sua levatura ci lasciano e in questo caso – non so perché – pur non avendola mai incontrata né sentita recitare di persona, ma solo attraverso il filtro di uno schermo, quel vuoto sembra ancora più grande ed incolmabile.
La ricordo divertentissima in molti film comici, struggente ed emozionante nelle poche interpretazioni teatrali che ho avuto finora modo di vedere in università o in televisione, sempre unica e straordinaria, umile e vitale, forte e determinata. Immensa donna e attrice, una delle migliori in Italia, è stata diretta dai registi teatrali e cinematografici più importanti (Luca Ronconi, Luchino Visconti, Giorgio Strehler, Dario Fo, Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Lina Wertmüller, Pupi Avati, Elio Petri, solo per citarne alcuni) e ha recitato anche per il piccolo schermo, tenendo fede alla sua idea di “artista totale”. L’ultima volta in cui potei ammirarla fu in occasione della messa in onda su Rai Uno, il 30 novembre del 2010, della sua intensa interpretazione in Filumena Marturano, accanto a Massimo Ranieri, riproposta tra l’altro proprio una decina di giorni fa. Poi la speranza di ammirarla dal vivo… E da oggi, sapere che ciò non accadrà, è forse uno dei miei rimpianti più grandi.

mariangela-melato

Di più non riesco a scrivere e del resto non credo ci sia bisogno di dire altro.
Mi limito a segnalare la lettera di addio scritta da Elio De Capitani e Ferdinando Bruni al seguente link http://www.elfo.org/stagioni/20122013/ildolore/melato.html e un commovente ricordo dell’attrice fatto da Luca Ronconi http://piccoloteatro.tv/it/00007/3949/page.html.

Chi volesse saperne di più su Mariangela Melato, può consultare il suo sito web: http://www.mariangelamelato.com/

Clarissa Egle Mambrini

A novembre, per i tipi della Skira, è uscito un nuovo libro su Giorgio Strehler, Il metodo Strehler. Diari di prova della Tempesta scritti da Ettore Gaipa. Il volume ripercorre le fasi dell’allestimento de La tempesta di Shakespeare diretta dal grande regista e prodotta dal Piccolo riproponendo i diari tenuti da Ettore Gaipa dal 6 marzo fino al 28 giugno 1978, giorno del debutto al Teatro Lirico di Milano.
Gaipa (1920-1993) fu prezioso e appassionato collaboratore del Piccolo, cui ritornò a fasi alterne, dapprima come interprete poi come studioso e drammaturgo: per esempio fu il Nostromo della prima edizione de La tempesta, rappresentata nei Giardini di Boboli a Firenze nel 1948, tradusse L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht per la produzione dello stabile milanese del 1956 e scrisse la prima biografia su Strehler nel 1959.
La curatrice del volume, Stella Casiraghi, che si occupa da oltre vent’anni di promozione e organizzazione culturale e ha già al suo attivo diverse pubblicazioni dedicate a Strehler (Lettere sul teatro, Due volte sola. Sceneggiature per cinema e televisione, Memorie. Copione teatrale di Carlo Goldoni, Nessuno è incolpevole. Scritti civili e politici, Non chiamatemi Maestro), ha voluto fortemente questo libro non solo per l’interesse dato dal poter seguire, giorno dopo giorno, l’evoluzione di uno spettacolo, ma anche per lo stretto legame fra arte e società che emerge dalla lettura dei diari di Gaipa. Un legame del resto sempre presente nelle scelte compiute da Strehler, il quale anche in questo caso agì con acuta sensibilità, concentrandosi su un’opera molto vicina all’atmosfera e agli avvenimenti di quegli anni bui per la storia italiana.
Ciò è emerso anche durante la presentazione de Il metodo Strehler, condotta lo scorso 17 novembre in una sala del Teatro Franco Parenti di Milano dalla stessa Casiraghi con interventi di Giulia Lazzarini, Franco Sangermano, Cecilia Chailly e Renato Sarti. L’incontro, uno dei tantissimi organizzati all’interno della manifestazione Bookcity Milano, che per tre giorni (16, 17 e 18 novembre) ha trasformato la città nella capitale della cultura libraria, è stato introdotto dalla direttrice del Parenti Andrée Ruth Shammah, la quale ha sottolineato l’importanza data da Bookcity al teatro dedicandogli diversi appuntamenti e ha ricordato l’assoluto rilievo, per la cultura milanese, italiana e mondiale, della figura di Strehler: «Per chi ama il teatro e cresce a Milano è impossibile non sentire la sua presenza».
il metodo strehler - copertina

Il regista, infatti, nonostante sia scomparso già da quindici anni (cfr. il mio articolo Quindici anni fa moriva Giorgio Strehler) è stato un personaggio altamente significativo per la cultura teatrale mondiale e ha lasciato molto di sé nella sua città d’adozione. Quell’edizione de La tempesta si colloca indubbiamente fra i suoi spettacoli più memorabili e, come testimoniato anche da Franco Sangermano – interprete nello spettacolo nel ruolo di Francesco –, assai forte era il legame fra l’opera shakespeariana e la società italiana dell’epoca. La situazione politica allora era di estrema urgenza e il caso Moro fece da sfondo continuo alle prove dello spettacolo, tanto che talvolta venivano interrotte per permettere alla compagnia di raccogliersi in riunioni e parlare proprio di ciò che stava accadendo. Il 16 marzo – giorno del rapimento di Aldo Moro – la prova fu addirittura sospesa, così come il 9 maggio – giorno del suo assassinio: «È l’ultimo atto della tragedia di Aldo Moro. […] Siamo rimasti a lungo in platea a discutere, ad accapigliarci, a cercar di chiarire idee. Ma, stranamente, i temi che ci appassionavano, finivano sempre per riaddurci al nostro lavoro, alle nostre responsabilità, alla “tempesta” di tutti noi, alla “tempesta” in tutti noi», si legge sui diari di Gaipa. Ancora una volta emerge, quindi, la necessità della cultura e del recupero dei classici per capire la realtà che ci circonda, una necessità tanto più urgente nei periodi di crisi, motivo per cui un libro come questo può rivelarsi molto utile in un momento storico come il nostro.
Oltre alle profonde riflessioni suscitate dalla rievocazione di quei gravi fatti, nel corso della presentazione del libro si è però anche riso molto grazie ai diversi aneddoti raccontati da una frizzante Giulia Lazzarini, straordinaria interprete del Piccolo che ne La tempesta ebbe il duplice ruolo dello spirito Ariel e dell’Arpia. La Lazzarini, che ad ottobre è stata protagonista al Teatro Grassi proprio con uno spettacolo che prendeva spunto da quello storico allestimento, Remake. Un racconto di “Tempesta”, ha ricordato con passione e nostalgia quella «fantastica esperienza», rivelando il proprio stupore nel rivedersi e nel pensare alla grandissima tenacia con cui riuscì a creare il volo di Ariel secondo le precisissime indicazioni di Strehler. Merito anche – ha sottolineato l’attrice – della bravura di coloro che gestivano le sue peripezie aeree, tra i quali Marise Flach, Aurelio Caracci e il compagno Carlo Battistoni, seriamente preoccupato per la sua incolumità. Affrontare quel ruolo richiese infatti una buona dose di audacia, poiché era molto pericoloso, ma l’esigentissimo Strehler parve accorgersi di ciò solo quando la Flach, per provargli che un determinato movimento da lui richiesto alla Lazzarini fosse troppo rischioso, cadde e si fece male, tanto da arrivare alla prima con le stampelle.
«Io all’epoca mi accorsi pochissimo dello spettacolo nel suo insieme perché ero presissima dai miei personaggi impegnativi e dal cambio di ruolo e di costumi in tutta fretta, al buio, dietro le quinte, mentre la rappresentazione proseguiva… Fu peggio dei bombardamenti!», ha continuato l’attrice. E poi: «Per gli attori quelle prove furono un periodo di vera clausura. Le prove di Strehler erano del resto già degli spettacoli in sé. Sino all’ultima notte prove su prove, senza orari. Ricordo Tino Carraro [altro indimenticabile interprete del Piccolo, qui nei panni di Prospero, n.d.a.] che, in piedi da sette ore, con Strehler che continuava ad avanzare richieste, disse: “Ma perché non mi viene un infarto?”. Fu un’esperienza estenuante!».
Nonostante i sacrifici, però, quell’esperienza fu significativa per chi la visse, come testimoniato anche da Renato Sarti – che era uno dei mimi e uno dei marinai –, troppo giovane allora per capire veramente quanto sarebbe stata importante, e da Cecilia Chailly, famosa arpista sorella del direttore d’orchestra Riccardo Chailly, all’epoca studentessa diciottenne del conservatorio, scelta perché una delle più disponibili ad affrontare un repertorio contemporaneo. «Io avevo già vissuto il teatro da dietro le quinte, ma alla Scala. La prosa invece fu per me una novità.», ha affermato la musicista, confessando di aver provato inizialmente terrore vedendo Strehler provare.
Lo stesso Strehler che poi, il giorno precedente al debutto, sarebbe stato insoddisfatto e scontento, come al suo solito, lavorando fino all’ultimo per cambiare e sistemare, ripetendo: «Lo spettacolo mi è sfuggito di mano!». Un’inquietudine che si rifletteva del resto anche nel rapporto con i collaboratori: «27 giugno. […] Ci ha amato e odiato tutti per cinque mesi, voleva stringerci tutti al cuore e, un istante dopo, ci avrebbe inceneriti. Mille volte ha urlato al tradimento, mille volte ha teso le braccia ad abbracciare. […] Vedo Giorgio che si allontana dalla sala con schive parole di ringraziamento e immagino quali saranno i suoi tormenti, domani sera, chiuso nella sua stanza o in giro intorno al teatro, lui che non assiste mai a una sua prima. Poi qualcuno verrà a prenderlo perché si unisca alla gente nella liberazione dell’applauso e dei ringraziamenti. Facile intuire che non sarà soddisfatto, come mai lo è. […]». E l’ultima sera, dopo lo spettacolo: «28 giugno. […] Giorgio lo si è visto per pochi minuti sulla pedana, con i suoi attori, con Damiani [scenografo, n.d.a.] e Carpi [musicista, n.d.a.], poi è fuggito senza lasciare traccia. C’è da giurare che non lo si vedrà neppure nei prossimi giorni. Una consuetudine che dura da decenni. Di questa Tempesta, con lui, se ne parlerà come di un ricordo fra pochi giorni, o in autunno, alla ripresa dell’attività. Sappiamo ormai da sempre di dover rispettare il suo desiderio di solitudine e quando ci ritroveremo con lui questa avventura sarà soltanto un altro episodio della sua e della nostra “vita nel teatro”».

 

Il metodo Strehler. Diari di prova della Tempesta scritti da Ettore Gaipa
A cura di Stella Casiraghi
Skira, Milano, 2012
pp. 168, cm. 15×21
€ 24,00

 

Clarissa Egle Mambrini