vittoria-400x270Oggi pomeriggio, mentre controllavo la home page di Facebook, ho saputo grazie al post di un amico ballerino della morte di Vittoria Ottolenghi, grande esperta di danza che imparai a conoscere due anni fa, nei primi mesi di programmazione di Rai5, dove il sabato sera, subito dopo cena, veniva spesso intervistata da Kledi Kadiu all’interno di Step – Passi di danza, trasmissione sull’arte coreutica. Aveva un modo di parlare di immediata presa sugli ascoltatori: dolcemente, con parole semplici e con un entusiasmo e una passione magnetici riusciva a raccontare i grandi personaggi e la storia della danza rendendoli alla portata di tutti, anche dei meno esperti.
Non era nuova del resto a esperimenti del genere. Già nei decenni scorsi, infatti, contribuì alla diffusione della danza al grande pubblico attraverso il piccolo schermo con diverse manifestazioni portate nelle piazze e riprese dalla Rai e programmi televisivi, il più famoso dei quali resta Maratona d’estate, che, iniziato alla fine degli anni Settanta, superò le venti edizioni, subendo poi purtroppo la legge dell’audience che con l’arrivo del nuovo millennio ne impose la cancellazione. Grazie a lei, comunque, un’arte spesso considerata elitaria uscì dalle accademie e dai teatri, incuriosendo e affascinando platee sempre più ampie senza però mai rinunciare alla qualità, contrariamente a quanto accade con molti programmi televisivi degli ultimi anni: «[…] prima della Maratona d’estate la danza […] in Italia poteva contare su poco più di cinquantamila spettatori in tutto. Dopo la Maratona almeno due milioni di italiani hanno acquisito il gusto e il piacere di un’arte – la danza – specialmente adatta al nostro tempo, perché visuale, dinamica, internazionale e di vocazione interdisciplinare. Dal punto di vista esteticocritico abbiamo sempre seguito due criteri, semplici ed espliciti: la qualità e la molteplicità. Abbiamo cercato di scegliere, con scrupolo puntiglioso, balletti del più alto livello, almeno in alcune delle componenti strutturali: coreografia, musica, allestimento scenico, interpreti. E abbiamo volto includere nella Maratona, fin dall’inizio, ogni genere di danza, dalla classica alla moderna, dal folk al jazz. […]»
E pensare che ad occuparsi di questa arte ci arrivò quasi per caso, a metà anni Cinquanta, quando, tornata in Italia dopo aver trascorso alcuni anni in Inghilterra (si era laureata in Letteratura inglese alla Sapienza di Roma con Mario Praz), Silvio D’Amico le chiese di collaborare all’Enciclopedia dello Spettacolo curando la parte relativa alla danza e al teatro musicale. Quello fu solo l’inizio della sua lunga carriera nel leggiadro mondo di Tersicore, cui dedicò la sua intera vita, incuriosita dal bello e dal nuovo, stringendo amicizia con grandi ballerini come lo schivo e straordinario Rudolf Nureyev, scrivendo numerosi saggi e articoli per varie riviste del settore e noti quotidiani, sempre instancabile e appassionata come una bambina.
Dopo una lunga malattia si è spenta alcuni giorni fa, lunedì 10 dicembre, a Roma, la città in cui nacque nel 1924. Ma la maggior parte dei mass media, troppo impegnati a parlare degli acquisti di Natale o a dare notizie altrettanto futili sulle starlette di turno, non hanno ritenuto doveroso dedicarle lo spazio che si sarebbe meritata, come del resto è spesso già capitato in passato con altri personaggi della sua levatura.
Questo articolo è il nostro omaggio per lei.

 
Clarissa Egle Mambrini

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