Archive for dicembre, 2012


Nella notte di Natale del 1997, Giorgio Strehler – ritenuto il Regista per antonomasia – ci lasciava improvvisamente, a 76 anni, nei giorni in cui erano in corso le prove di Così fan tutte del suo amato Mozart, opera che avrebbe inaugurato la nuova sede del Piccolo Teatro. A poche settimane di distanza dal conferimento del Nobel per la letteratura ad un altro importante uomo di teatro italiano, Dario Fo, Strehler se ne andava con un colpo di scena stupendo tutti, impegnato fino all’ultimo in ciò cui aveva dedicato la propria vita, il Teatro, fatto di cultura, di passione, di costanza. Una morte, insomma, quasi scontata per un artista, eppure, come lui stesso aveva dichiarato meno di un anno prima a Maria Grazia Gregori nel libro Il Piccolo Teatro di Milano. Cinquant’anni di cultura e spettacolo, non avrebbe voluto lavorare fino alla fine: «Adesso per quel poco di tempo che ci sarà voglio concentrarmi sull’ineluttabile destino degli essere umani. Non ho intenzione di continuare a fare questo mestiere pensando di essere immortale. Voglio dare una fine a quest’esperienza che è stata tutta la mia vita, per poi fermarmi nella contemplazione della morte. Ma voglio anche mettere a frutto quel bagaglio di esperienze umane e artistiche che ho potuto fare, per lasciare qualcosa a qualcuno… Forse potrei scrivere delle riflessioni sul teatro.»Giorgio Strehler
Il tempo, però, di abbandonare le scene e dedicarsi all’eventuale stesura di riflessioni teatrali non ci fu, ad altri è toccato negli anni portare avanti la sua immensa eredità artistica e culturale, recuperando talvolta lettere e scritti personali e inediti riguardanti la sua lunga carriera, cominciata come attore nella stagione 1940/41 e poi proseguita quasi esclusivamente come regista (di prosa e di lirica), soprattutto a partire dalla fondazione del Piccolo Teatro di Milano, inaugurato insieme all’inseparabile amico Paolo Grassi e a Nina Vinchi il 14 maggio 1947 con l’allestimento de L’albergo dei poveri di Maksim Gorkij. L’aver dato vita al primo stabile pubblico in Italia fu sicuramente un grande traguardo in un Paese arretrato culturalmente rispetto al resto d’Europa nonché ancora pieno della miseria portata dalla guerra, ma fu innanzitutto l’importante inizio, per il teatro della penisola, di un nuovo corso, di cui Strehler fu indiscusso protagonista, creando spettacoli che hanno fatto la Storia di questa arte. Il più famoso rimane indubbiamente Arlecchino servitore di due padroni, rappresentato per la prima volta il 24 luglio 1947 e tutt’oggi portato in scena dovunque, confermandosi come lo spettacolo teatrale italiano più conosciuto al mondo. Oltre a Goldoni, altri drammaturghi rimasero al centro dell’indagine strehleriana, concentrata fin dall’inizio sull’uomo: Pirandello, Shakespeare, Brecht, Bertolazzi, Cechov, solo per citare i più ricorrenti. Affermava il regista nel colloquio con la Gregori: «Io ho creduto in un teatro come glorificazione dell’infinita complessità, della libertà e del mistero dell’uomo. Del suo destino che ho sempre pensato meraviglioso anche se tanto lontano da poterne scorgere, a malapena, un tenue bagliore. Ma è quel bagliore che ha accompagnato tutta la mia vita, dandole il senso più vero. C’è una forma di severità nel mio modo di fare teatro con furore, un furore ardente. […] Se guardo alla mia vita, se penso all’avvenire credo che l’uomo possa percorrere due vie: o l’autodistruzione o il dovere di testimoniare la continuità degli esseri viventi. Perché quello che conta è sempre la vita. Sopra tutto e tutti».
La grandezza di Strehler stava non solo nel genio artistico in grado sviscerare un testo senza mai tradire l’autore e di lavorare tenacemente e appassionatamente concentrandosi su ogni minimo dettaglio – dalla recitazione degli attori, con cui collaborava senza imporre una propria visione, alle scene, ai costumi e alle luci –, bensì anche nella costante attenzione al contesto sociale da cui nasceva l’esigenza di rappresentare un certo spettacolo piuttosto che un altro. Per lui, il teatro era un connubio di arte e politica, tanto che aveva cercato di apportare il proprio contributo con una legge sul teatro che però non fu mai approvata, e riteneva necessario un ruolo degli intellettuali nell’attività politica del Paese: «Gli intellettuali devono capire che l’isolamento testardo, il disimpegno sistematico per non “sporcarsi le mani” insteriliscono la loro presenza nella società. E gli uomini politici debbono rendersi conto che il contributo degli uomini di cultura e degli artisti, soprattutto in un paese di alte tradizioni come il nostro, è una linfa preziosa per il progresso civile.» (Io, Strehler. Una vita per il teatro, conversazioni con Ugo Ronfani). Dichiarazioni che suonano incredibilmente attuali, come molte altre raccolte nelle diverse pubblicazioni edite prima e dopo la morte del Maestro, come viene ancora oggi chiamato e come lui stesso si chiamava poiché riteneva la propria attività un “mestiere”, attribuendo al teatro la sua tipica natura di bottega artigiana.

Quando Giorgio Strehler morì io avevo 13 anni e di lui sapevo solo che era un importante regista di cui sentivo spesso parlare in televisione; per me era quel signore sempre vestito di nero e dalla folta chioma bianca, apparentemente molto severo e ombroso. Mi ricordo lo stupore che colse me e i miei familiari nel momento in cui, riuniti intorno alla tavola per il pranzo di Natale, apprendemmo la notizia e non dimenticherò mai nemmeno la strana emozione di ritrovarmi il giorno seguente a rendergli omaggio, nel suo Piccolo Teatro, del quale varcavo per la prima volta la soglia, dove fu allestita la camera ardente. Non osai avvicinarmi, restai fra le poltrone della platea, da cui Milva era uscita poco prima che noi arrivassimo. Andandomene, se non ricordo male, apposi la mia firma sul quaderno posto all’ingresso del teatro, intravedendo fra le altre la firma di Ottavia Piccolo.

La nuova sede della Città del Teatro ideata da Strehler sarebbe poi stata inaugurata il 26 gennaio 1998 con Così fan tutte e intitolata al regista appena scomparso. Lì avrei visto i miei primi spettacoli del Piccolo, mentre al Grassi e allo Studio sarei andata solo in tempi più recenti, durante gli anni dell’università, quando, oltre a conoscere più approfonditamente la storia di questa importante istituzione, scoprii con enorme stupore che Giorgio Strehler debuttò come giovanissimo regista nella mia città, a Novara.
Sulla scia di quella scoperta risalente ad alcuni anni fa e dell’entusiasmo derivatomi da essa, ora, dopo ricerche durate parecchio tempo, sul regista triestino sto scrivendo un libro, Il giovane Strehler. Da Novara al Piccolo Teatro, che uscirà nel 2013 per i tipi della casa editrice milanese Lampi di Stampa con un contributo di Stella Casiraghi, grande conoscitrice del Maestro e curatrice di diverse pubblicazioni ad esso dedicati. Questo volume, oltre ad offrire una panoramica sulla cultura e sullo spettacolo dei primi anni Quaranta, si concentrerà prevalentemente sugli spettacoli novaresi diretti dal regista nel 1943 nell’ambito del teatro dei G.U.F., dando spazio anche ai suoi scritti dell’epoca comparsi su diverse riviste e quotidiani nonché alla sua attività di attore e regista fino ad arrivare alla fondazione del Piccolo nel 1947. Ponendo quindi l’attenzione su un periodo significativo per la storia personale e professionale di Strehler, intendo valorizzare eventi di cui la città di Novara dovrebbe essere orgogliosa e che spero di aiutare a conoscere più approfonditamente.
Sarà il mio omaggio a “quel signore sempre vestito di nero e dalla folta chioma bianca”.

 

Clarissa Egle Mambrini

 

La Grande Magia - Luca De Filippo e Carolina Rosi - foto di Tommaso Le Pera-2MILANO – Non è fra i titoli più noti del grande Eduardo, eppure La grande magia si meriterebbe una fama ben più ampia. Scritta nel 1948 e accolta freddamente all’epoca da pubblico e critica, impreparati di fronte alla novità che essa rappresentava, quest’opera – se si esclude la trasposizione televisiva trasmessa il 19 febbraio 1964 – fu messa in scena solo due volte: dall’autore alla fine degli anni Quaranta e da Giorgio Strehler al Piccolo nel maggio 1985 in un allestimento nato con la supervisione di Eduardo, il quale però purtroppo morì il 31 ottobre 1984, poco prima dell’inizio delle prove. Come affermò lo stesso Strehler in un libro intervista di Ugo Ronfani pubblicato nel 1986, Io, Strehler. Una vita per il teatro, ne La grande magia «c’erano i preannunci di quel teatro dell’assurdo la cui invenzione sarebbe stata poi attribuita a Ionesco. […] Non tutti, nel ’48, avevano compreso ciò che invece aveva ben capito un americano, Eric Bentley, il quale aveva visto quale terribile verità si nascondesse dietro l’apparente pirandellismo di quella commedia. La “grande magìa”, aveva detto Bentley, è in realtà una “piccola magìa”, quella di Otto Marvuglia, smascherata fin dall’inizio come pura ciarlanateria. Come la usa Eduardo, la parola magìa è una figura retorica. Indica le illusioni, le idee folli. […] Altro che semplice favoletta! Con il suo finale, Eduardo non si arrende al melodramma, se ne serve. Basterebbe questo per fare della Grande Magìa qualcosa di eccezionale, nella linea della Tempesta e dell’Illusion di Corneille. Perché ci spiega  che cosa Eduardo intendesse quando diceva che ‘la verità del teatro è la finzione’: è l’illusione che i personaggi della scena continuamente si creano, e creano per gli spettatori. È il mondo alternativo col quale credono di poter risanare le ferite del mondo reale, che alla fine prevalgono, come “la realtà” racchiusa nella scatola di Calogero.»
Il legame tra verità e finzione, tra realtà ed illusione è dunque al centro di questo testo,La grande magia 2 - Foto di Tommaso Le Pera in cui si narra appunto una vicenda ai limiti dell’assurdo. Durante uno spettacolo all’Hotel Metropol, il mago Otto Marvuglia (Luca De Filippo), con l’aiuto della moglie e assistente Zaira (Carolina Rosi) fa sparire per finta Marta Di Spelta (Lydia Giordano), la quale ne approfitta per fuggire con l’amante, mentre il marito Calogero (Massimo De Matteo), pur di non accettare la realtà disonorevole di cui tutti sono da tempo a conoscenza, si lascia illudere da Marvuglia che la moglie in verità sia nascosta in una scatola: solo se la aprirà confidando ciecamente nella fedeltà della consorte, Calogero ritroverà Marta. Passano gli anni e l’uomo continua a vivere portandosi sempre appresso questa scatola, credendo in tutto e per tutto a ciò che gli racconta Marvuglia, illudendosi che il tempo si sia fermato nel momento in cui la moglie è sparita e che ogni cosa ricomincerà solo quando lui avrà abbastanza fede per aprire la scatola e riavere quindi di nuovo al proprio fianco l’amata. L’uomo si trascura, invecchiando precocemente, e non ascolta nemmeno i consigli dei propri familiari, che cercano di farlo rinsavire e di allontanarlo dal mago. La situazione rimane però senza via di scampo: anche quando Marta ad un certo punto torna sotto il tetto coniugale, Calogero, infatti, non avendo ancora aperto la scatola, preferisce credere che quella che si trova davanti sia un’illusione, mentre la moglie vera sia rinchiusa – fedele – nella scatola che gli è sempre stata accanto.
Molte le risate e i momenti divertenti durante lo spettacolo, grazie sia al testo – recitato in italiano con qualche accenno di napoletano – sia agli ottimi interpreti (oltre a quelli sopra citati, Nicola Di Pinto, Giovanni Allocca, Carmen Annibale, Gianni Cannavacciuolo, Alessandra D’Ambrosio, Antonio D’Avino, Paola Fulciniti, Daniele Marino, Giulia Pica), capeggiati da Luca De Filippo, che è sempre un’intensa emozione veder recitare (lo avevamo già apprezzato quattro anni fa in Filumena Marturano), poiché in lui e accanto a lui sembra di intravedere il padre Eduardo, spirito immortale come solo i grandi artisti possono essere. Le risate, però, soprattutto alla fine, diventano amare, pervase di incredulità ed inquietudine, mentre il pubblico pare chiedersi: «Davvero ci si può ridurre così?». Ciò che accade a Calogero Di Spelta, infatti, è purtroppo quanto mai attuale: basti pensare alle tantissime persone che ancora oggi cadono con disarmante ingenuità nelle trappole tese da sedicenti maghi e veggenti, i quali promettono soluzioni facili ad ogni problema della vita. Ma il grido d’allarme lanciato da La grande magia si riferisce anche ad un discorso più ampio, prendendo di mira tutti quei sottili giochi di illusione che si insinuano pericolosamente nella nostra quotidianità, tendendoci continui inganni contro i quali sta a noi opporci. «Pensiamo a come la realtà oggi ci viene offerta sempre più mediata da giornali, tv, internet. E noi non sappiamo più chi siamo. Calogero di Spelta si chiude totalmente in sé, simbolo di un’umanità più egoista e ipocrita, che rifiuta la costruzione comune in una società migliore», afferma il regista, il quale spiega: «La grande magia ci consegna l’immagine di un’Italia immobile, un Paese che si lascia scivolare in un insensato autoinganno. […] È palesemente dichiarato anche il gioco del metateatro, un espediente drammaturgico che è giusto ricordare al pubblico ma che mai sovrasta la finalità principale della commedia: raccontarci una storia, appassionarci a una vicenda umana, filtrata dalla lente di una straordinaria poesia».
Gioco metateatrale che viene sottolineato per esempio da alcune scelte scenotecniche, soprattutto nel primo atto, ambientato sulla terrazza del’Hotel Metropol che si affaccia sul mare, dipinto sul fondale ma anche rappresentato dalla platea, tra le cui poltrone si muove il motoscafo sul quale scappano i due amanti. Scenografie e luci, inoltre, ben si adattano all’evolversi della vicenda, passando dalle tinte colorate e vivaci del primo atto e arrivando al terzo con toni più cupi e opachi. Così come i costumi sgargianti del mago e della moglie simboleggiano perfettamente il loro carattere falso e illusorio.
Al termine, applausi convinti per tutti. Lo spettacolo, che alla recita del 4 dicembre cui abbiamo assistito ha richiamato anche un numeroso gruppo di studenti delle scuole superiori, dopo il debutto il 10 ottobre scorso al Teatro Morlacchi di Perugia è stato rappresentato in diverse città e l’11 gennaio da Pistoia riprenderà la tournée in tutta Italia. Per ulteriori informazioni, consultare il sito: http://www.defilippo.it/.

21 novembre – 6 dicembre 2012, Piccolo Teatro Strehler
LA GRANDE MAGIA
Commedia in tre atti di Eduardo De Filippo
Regia Luca De Filippo
Scene e costumi Raimonda Gaetani
Luci Stefano Stacchini
Consulenza magica Bustric
Con Luca De Filippo, Massimo De Matteo, Nicola Di Pinto e Carolina Rosi
e con (in ordine alfabetico) Giovanni Allocca, Carmen Annibale, Gianni Cannavacciuolo, Alessandra D’Ambrosio, Antonio D’Avino, Paola Fulciniti, Lydia Giordano, Daniele Marino, Giulia Pica
Produzione Teatro Stabile dell’Umbria e Elledieffe – La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo

 

Spettacolo visto martedì, 4 dicembre 2012

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Tommaso Le Pera)

vittoria-400x270Oggi pomeriggio, mentre controllavo la home page di Facebook, ho saputo grazie al post di un amico ballerino della morte di Vittoria Ottolenghi, grande esperta di danza che imparai a conoscere due anni fa, nei primi mesi di programmazione di Rai5, dove il sabato sera, subito dopo cena, veniva spesso intervistata da Kledi Kadiu all’interno di Step – Passi di danza, trasmissione sull’arte coreutica. Aveva un modo di parlare di immediata presa sugli ascoltatori: dolcemente, con parole semplici e con un entusiasmo e una passione magnetici riusciva a raccontare i grandi personaggi e la storia della danza rendendoli alla portata di tutti, anche dei meno esperti.
Non era nuova del resto a esperimenti del genere. Già nei decenni scorsi, infatti, contribuì alla diffusione della danza al grande pubblico attraverso il piccolo schermo con diverse manifestazioni portate nelle piazze e riprese dalla Rai e programmi televisivi, il più famoso dei quali resta Maratona d’estate, che, iniziato alla fine degli anni Settanta, superò le venti edizioni, subendo poi purtroppo la legge dell’audience che con l’arrivo del nuovo millennio ne impose la cancellazione. Grazie a lei, comunque, un’arte spesso considerata elitaria uscì dalle accademie e dai teatri, incuriosendo e affascinando platee sempre più ampie senza però mai rinunciare alla qualità, contrariamente a quanto accade con molti programmi televisivi degli ultimi anni: «[…] prima della Maratona d’estate la danza […] in Italia poteva contare su poco più di cinquantamila spettatori in tutto. Dopo la Maratona almeno due milioni di italiani hanno acquisito il gusto e il piacere di un’arte – la danza – specialmente adatta al nostro tempo, perché visuale, dinamica, internazionale e di vocazione interdisciplinare. Dal punto di vista esteticocritico abbiamo sempre seguito due criteri, semplici ed espliciti: la qualità e la molteplicità. Abbiamo cercato di scegliere, con scrupolo puntiglioso, balletti del più alto livello, almeno in alcune delle componenti strutturali: coreografia, musica, allestimento scenico, interpreti. E abbiamo volto includere nella Maratona, fin dall’inizio, ogni genere di danza, dalla classica alla moderna, dal folk al jazz. […]»
E pensare che ad occuparsi di questa arte ci arrivò quasi per caso, a metà anni Cinquanta, quando, tornata in Italia dopo aver trascorso alcuni anni in Inghilterra (si era laureata in Letteratura inglese alla Sapienza di Roma con Mario Praz), Silvio D’Amico le chiese di collaborare all’Enciclopedia dello Spettacolo curando la parte relativa alla danza e al teatro musicale. Quello fu solo l’inizio della sua lunga carriera nel leggiadro mondo di Tersicore, cui dedicò la sua intera vita, incuriosita dal bello e dal nuovo, stringendo amicizia con grandi ballerini come lo schivo e straordinario Rudolf Nureyev, scrivendo numerosi saggi e articoli per varie riviste del settore e noti quotidiani, sempre instancabile e appassionata come una bambina.
Dopo una lunga malattia si è spenta alcuni giorni fa, lunedì 10 dicembre, a Roma, la città in cui nacque nel 1924. Ma la maggior parte dei mass media, troppo impegnati a parlare degli acquisti di Natale o a dare notizie altrettanto futili sulle starlette di turno, non hanno ritenuto doveroso dedicarle lo spazio che si sarebbe meritata, come del resto è spesso già capitato in passato con altri personaggi della sua levatura.
Questo articolo è il nostro omaggio per lei.

 
Clarissa Egle Mambrini

 Colazione da Tiffany 1NOVARA – Il classico di Truman Capote, reso celebre dalla pellicola diretta da Blake Edwards e interpretata dall’immortale Audrey Hepburn nel 1961, dallo scorso gennaio sta girando i teatri italiani in un riuscito adattamento, per la regia di Piero Maccarinelli, che il 24 e 25 novembre scorsi ha fatto tappa al Teatro Coccia. Chi conosce a memoria il film, sarà forse rimasto un po’ spaesato all’inizio, essendo lo spettacolo interamente tratto dal libro: non siamo più infatti nella New York di fine anni ’50, bensì in quella fra 1943 e 1945, e la vicenda è narrata in flashback dallo scrittore William Parsons nel 1957; il “mestiere” della protagonista, inoltre, è definito in maniera molto esplicita in diversi punti, cosa impensabile per una commedia hollywoodiana dell’epoca, in cui persino il finale aperto dell’opera letteraria fu trasformato in un più rassicurante happy end (tra l’altro fra i più memorabili della storia del cinema).
Quando Capote scrisse il romanzo (pubblicato nel 1958) aveva in mente Marilyn Monroe, provocante e un po’ bambina, proprio come la sua Holly Golightly, mentre sullo schermo la sua creatura avrebbe avuto il volto della Hepburn, che indubbiamente contribuì a far emergere soprattutto il lato elegante, raffinato, sofisticato e spensierato del personaggio su quello più disinibito e cinico. Ma, come ci racconta Maccarinelli nelle note di regia, probabilmente la prima ispiratrice di Holly – il cui vero nome è Lulamae Barnes – fu la madre dello scrittore, Nina detta Lilli Mae, eccentrico spirito libero simile in effetti alla protagonista del romanzo. E nello spettacolo teatrale c’è anche Truman Capote, che il regista ha voluto identificare per certi versi nel personaggio appunto dello scrittore, dandogli però un nome diverso da quello che ha nel libro e nel film, in cui si chiama Paul Varjak.
Qui William Parsons (il bravo figlio d’arte Lorenzo Lavia) ricopre infatti un ruolo rilevante, nelle vesti di narratore e di coprotagonista, e, forse anche a causa del paio di occhiali dalla montatura vistosa, non ha nulla della patina da “belloccio” hollywoodiano di George Peppard, attore che interpretò appunto Paul Varjak sul grande schermo. William è caratterizzato come un personaggio timido e impacciato di fronte all’esuberanza femminile della seducente Holly e dell’imponente condomina Madame Spanella (Anna Zapparoli), un giovane uomo a tratti comico che si lascia travolgere dalla vitalità della ragazza (nel libro appena diciannovenne), subendone ovviamente il fascino e innamorandosene.
Protagonista assoluta rimane comunque lei, Holly Golightly, creatura selvatica a tal punto da avere come indirizzo sulla cassetta della posta “In transito” e da non dare un nome al gatto che tiene in casa, perché ancora non sa qual è il proprio posto (nel mondo) e solo quando lo troverà avrà un indirizzo, comprerà dei mobili e darà un nome al suo compagno a quattro zampe. Colazione da Tiffany 2Si mantiene facendo la prostituta per facoltosi uomini d’affari che la pagano profumatamente persino per farlo nel bagno di un locale pubblico, rincasa a notte fonda, dà feste strampalate, veste con gusto, prende il sole nuda e ogni tanto canta accompagnandosi con la chitarra (ma Moon river,la celebre canzone del film, si sente solo in sottofondo al termine dello spettacolo). Ad interpretare questo straordinario personaggio, Francesca Inaudi, che ha superato brillantemente la prova confermandosi attrice versatile e talentuosa, una delle migliori del nostro odierno panorama, nota al grande pubblico per aver recitato in film e fiction di successo negli ultimi dieci anni, dopo essersi diplomata alla Scuola del Piccolo Teatro. Sarebbe stata una battaglia persa fin dall’inizio cercare di imitare un’icona come Audrey Hepburn, ancora oggi nell’immaginario collettivo soprattutto come protagonista di Colazione da Tiffany, e la Inaudi ha sapientemente dato vita alla sua Holly, affascinante, fragile e disinibita, uscendone vincente, come dimostrato dai calorosi applausi ricevuti.
Molto bravi anche gli altri attori del cast (Flavio Bonacci, Biagio Forestieri, Fortunato Cerlino, Giulio Federico Janni, Cristina Maccà, Ippolita Baldini, Riccardo Floris, Pietro Masotti), che hanno offerto uno spettacolo vivace e con un buon ritmo.
Apprezzabili inoltre le soluzioni scenografiche ideate da Gianni Carluccio, che sono riuscite a ricreare quasi tutti i numerosi luoghi in cui la vicenda si svolge – compresa ovviamente la gioielleria Tiffany, dove le “paturnie” della protagonista magicamente scompaiono – e i costumi di Alessandro Lai.
L’unica pecca di questo allestimento è stato, secondo noi, l’eccessivo turpiloquio: probabilmente nell’intento di levare il velo di perbenismo ipocrita cui Capote – ma soprattutto Edwards – erano in un certo senso obbligati, si è optato per una continua sottolineatura, ancora più marcata rispetto al libro, di aspetti poco edificanti dei vari personaggi, servendosi però di troppe parolacce e mettendole in bocca anche alle donne, seguendo un uso e un gusto più vicini all’epoca a noi contemporanea che non agli anni ‘40.
Ciò non inficia comunque il nostro parere più che positivo su questo spettacolo, in programmazione nei prossimi giorni a Mestre e a Genova. Per maggiori informazioni e curiosità, consultare il link http://www.ipocriti.com/spet_view.asp?spet_id=49.

24 e 25 novembre 2012, Teatro Coccia
COLAZIONE DA TIFFANY
di Truman Capote
Adattamento di Samuel Adamson – Traduzione di Fabrizia Pompilio
Con Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia
e con Flavio Bonacci, Anna Zapparoli, Biagio Forestieri, Fortunato Cerlino, Giulio Federico Janni, Cristina Maccà, Ippolita Baldini, Riccardo Floris, Pietro Masotti
Scene Gianni Carluccio
Costumi Alessandro Lai
Regia Piero Maccarinelli
Produzione Compagnia Gli Ipocriti

 
Spettacolo visto domenica, 25 novembre 2012

Clarissa Egle Mambrini

MILANO – Questa sera si recita a soggetto, ultima opera della trilogia metateatrale pirandelliana QuestaSera1(le altre due sono Sei personaggi in cerca d’autore e Ciascuno a suo modo), è uno dei titoli più noti dello scrittore e drammaturgo siciliano. Testo complesso, di non immediata comprensione in tutti i suoi dettagli a causa del continuo scivolare fra il piano della realtà e quello della finzione, fu scritto da Pirandello nel 1930, mentre viveva a Berlino. Un esilio forzato cui l’autore si sottopose dopo le delusioni sofferte in patria, un’Italia in ritardo sul resto d’Europa per quanto riguardava il settore teatrale, dove ancora dominavano le compagnie di giro capeggiate dal grande attore o mattatore e stentavano a farsi strada le prime figure di metteurs en scène, presto definiti semplicemente registi. Influenzato dall’atmosfera culturalmente fervida della Germania e proseguendo nella propria riflessione metateatrale che si concentrava appunto sul dissidio che si stava facendo strada sulle scene italiane tra attori, autori e aspiranti registi, Pirandello in questa opera rappresentò una compagnia di bravi attori alle prese con un regista dispotico cui diede, significativamente, il nome di Dottor Hinkfuss. Non più quindi un gruppo di interpreti coordinati dal capocomico, bensì da un regista che, a giudicare dal titolo di cui si fregia, ha pure una provenienza culturale elevata, derivante non solo dalla pratica sulle assi del palcoscenico, tipica dei mestieranti e dei figli d’arte. Ciò lo investe di un ruolo superiore, dominante, tanto da renderlo vero e proprio creatore dello spettacolo – basato su una novella usata come traccia – a scapito sia dell’autore del testo sia degli attori, impossibilitati a dare libera espressione ai personaggi che sono chiamati ad interpretare.
L’allestimento rappresentato al Teatro Carcano lo scorso mese, prodotto dalla Compagnia Molière e dal Teatro Quirino di Roma, è stato quasi del tutto fedele alla pièce originale, sulla quale il regista, Ferdinando Ceriani, è intervenuto sfoltendola in alcuni punti (pensiamo per esempio all’iniziale lunga spiegazione che il Dottor Hinkfuss fa al pubblico a propositoQuestaSera2 dello spettacolo), lasciando all’immaginazione degli spettatori qualche scena che avrebbe richiesto l’aggiunta di attori – peraltro già piuttosto numerosi – e ulteriori costumi oppure aggiungendo alcune battute qua e là. Inoltre, diversamente dal testo, l’attrice che interpreta la chanteuse (Carla Ferraro) qui era anche una seducente assistente del Dottor Hinkfuss, personaggio assente nell’originale. In generale lo spettacolo ha puntato molto sugli aspetti più comici – fino al paradosso – della vicenda narrata, grazie soprattutto allo strepitoso Mariano Rigillo (Attor brillante/ Sampognetta), praticamente perfetto, il cui affiatamento con la compagna Anna Teresa Rossini (Attrice caratterista/ Signora Ignazia) è stato indubbiamente un valore aggiunto all’intera rappresentazione, come del resto confermato dai calorosi applausi ricevuti dai due. La loro bravura è stata tale, infatti, da mettere in ombra – secondo noi – quella che invece, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto essere la figura dominante, cioè appunto il Dottor Hinkfuss (Ruben Rigillo), qui risultato poco incisivo. Molto bravi comunque anche gli altri interpreti, in particolare Giacinto Palmarini (Primo attore/ Verri), torvo e irascibile fin dall’inizio, e Silvia Siravo (Prima attrice/ Mommina), liricamente struggente nella drammatica parte finale, dove è stata protagonista assoluta.
Qualche riserva, infine, per la scenografia scarna, quasi inesistente e molto scura, che si confondeva con le quinte del teatro. Ciò, insieme all’utilizzo di un pianoforte verticale costantemente presente in scena, ha dato all’allestimento l’aspetto più di una prova che di uno spettacolo vero e proprio, particolare che, se per certi versi ha contribuito a sottolineare l’aspetto fortemente metatetrale dell’opera, non ci ha però del tutto convinti.

5 – 18 novembre 2012, Teatro Carcano
QUESTA SERA SI RECITA A SOGGETTO
di Luigi Pirandello
Regia Ferdinando Ceriani
Con Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Giacinto Palmarini, Ruben Rigillo, Silvia Siravo, Carla Ferraro, Andrea Nicolini, Fabrizio Vona, Francesco Di Trio, Serena Marinelli, Federica Marchettini, Salvatore Rancatore, Simone Vaio, Eleonora Tiberia
Scene Andrea Bianchi Forlani
Musiche Alessandro Panatteri
Costumi Marta Crisolini Malatesta
Disegno Luci Giovanna Venzi
Produzione Compagnia Molière e Teatro Quirino Vittorio Gassman

Spettacolo visto venerdì, 9 novembre 2012

Clarissa Egle Mambrini

In giro per l’Italia da circa un anno dopo il debutto al Teatro Romano di Verona nel luglio2012_13_DIX_SOGNO_DI_UNA_NOTTE_DI_MEZZA_ESTATE_crop 2011 all’interno del Festival Shakespeariano, a metà novembre il Sogno di una notte di mezza estate diretto da Gioele Dix e interpretato da alcuni comici del programma televisivo Zelig ha fatto tappa anche al Teatro Coccia di Novara. A causa della collocazione di entrambe le date in serate feriali, il pubblico novarese – vuoi per la innata pigrizia vuoi per la mancanza di mezzi pubblici – non ha purtroppo aderito numeroso, nonostante il richiamo di noti volti televisivi, perdendo così l’occasione di assistere ad uno spettacolo esilarante, costruito con raffinata originalità.
Il testo shakespeariano, infatti, è stato trattato con rispetto seppure ripulito della sua sfera più aulica e anticheggiante. Il risultato è stata una rappresentazione dal linguaggio decisamente più contemporaneo, in cui non sono mancati doppi sensi e scenette comicamente sexy senza però mai scadere nella volgarità, anzi mantenendo a nostro avviso una certa fedeltà all’atmosfera goliardica e maliziosa della vicenda originale che molto probabilmente avrebbe apprezzato Shakespeare stesso. sogno 1Gioele Dix si è divertito a mescolare diversi generi teatrali, inserendo inoltre molte canzoni e brani musicali di varia derivazione (dal Rinaldo di Haendel a Over the rainbow di Judy Garland ne Il mago di Oz, da Guarda che luna! di Fred Buscaglione alla sigla dei Looney Tunes passando per I will survive di Gloria Gaynor e tanti altri ancora) eseguiti live dal bel duo formato dalla cantante Petra Magoni e dal contrabbassista Ferruccio Spinetti e alcune citazioni cinematografiche, come il botta e risposta «Duca» – «Dica!», che è il memorabile intercalare di Antonio De Curtis in Totò lascia o raddoppia?, o l’amore assillante di Teseo per Ippolita il quale, di fronte alla neosposa ubriaca, si domanda e si risponde da solo: «Cara, tu mi ami?… E allora lo vedi che la cosa è reciproca!», come l’insopportabile Furio creato da Carlo Verdone in Bianco Rosso e Verdone. Sono stati resi moderni e talvolta alternativi anche i personaggi: pensiamo alla volitiva e determinata Ippolita, ad Oberon, un re delle fate losco e stralunato quanto una rock star, al suo braccio destro Puck, allucinato per l’uso di “strane” sostanze e caratterizzato da una lunga chioma di dreadlocks.
Al di là comunque di tutti questi accorgimenti, l’intuizione vincente è sicuramente stata la scelta del gruppo di attori, che sono parsi molto affiatati e hanno divertito il pubblico dall’inizio alla fine, stupendo per bravura e professionalità. sogno 3Abituati infatti a vederli “nascosti” dietro i loro soliti personaggi di Zelig, è stata una bella sorpresa scoprirli anche ottimi interpreti comici. Ognuno di essi (Alessandro Betti, Maria Di Biase, Gianni Cinelli, Katia Follesa, Corrado Nuzzo, Marco Silvestri, Marta Zoboli) ha ricoperto due ruoli, come vuole il testo originale, ma l’attenzione del regista si è concentrata soprattutto sul gruppo di attori dilettanti ed imbranati intenti a preparare uno sgangherato spettacolo per le nozze del duca Teseo con la regina delle Amazzoni Ippolita, evidenziando così ulteriormente l’aspetto metateatrale dell’opera e dell’allestimento stesso, che si è valso di una scenografia fissa per tutta la rappresentazione raffigurante un’indeterminata «selva periferica postindustriale». Moderni e spesso appariscenti i costumi, talvolta contrassegnati da elementi distintivi di un dato personaggio (per esempio la testa di cavallo per Ippolita, le zeppe con tacco vertiginoso di Ermia/Quince).
Alla fine applausi per tutti, ma soprattutto per la trascinante Katia Follesa, campionessa di autoironia (che ad un certo punto dello spettacolo, in bilico su scarpe altissime, ha fatto il verso alla camminata insicura e ridicola dell’aspirante Miss Italia, suo personaggio di qualche anno fa), e per la sconosciuta Petra Magoni, cantante dalla voce straordinaria e versatile che ha vestito perfettamente i panni del folletto Puck.
Lo spettacolo sta proseguendo il suo tour in altre città italiane. Per maggiori informazioni, consultare il sito http://www.areazelig.it/mobile/mob_dettaglio.php?id=387

12 e 13 novembre 2012, Teatro Coccia
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
di William Shakespeare
Traduzione e adattamento di Gioele Dix e Nicola Fano
Con
Alessandro Betti – Lisandro e Flute
Maria Di Biase – Titania e Ippolita
Gianni Cinelli – Demetrio e Snug
Katia Follesa – Quince ed Ermia
Corrado Nuzzo – Oberon e Teseo
Marco Silvestri – Bottom ed Egeo
Marta Zoboli – Snout ed Elena
e con
Petra Magoni – Puck
Ferruccio Spinetti – il contrabbassista
Regia Gioele Dix
Produzione Teatro Stabile di Verona e Bananas s.r.l.
in collaborazione con Estate Teatrale Veronese

Spettacolo visto lunedì, 12 novembre 2012

Clarissa Egle Mambrini