Dopo il debutto al Teatro Eliseo a metà ottobre, a novembre ha fatto tappa per undici giorni a Milano al Piccolo Teatro Grassi uno dei drammi più famosi di Ibsen, John Gabriel Borkman.
Condensando la suddivisione originale in quattro atti in un atto unico di circa cento minuti, il regista Piero Maccarinelli ha creato un allestimento che, pur restando fedele al testo, ha cercato di porne in evidenza la contemporaneità. Fortemente attuali risultano infatti i temi trattati da questa opera, rappresentata per la prima volta nel gennaio del 1897: il potere, la sete di denaro, il fallimento finanziario, il disonore, la sconfitta, l’amore messo in secondo piano rispetto ai beni materiali e al successo. Nella pièce tutti gli errori del protagonista sono già stati compiuti e vengono ricostruiti attraverso i dialoghi dei personaggi, che si trovano alle prese con le tristi conseguenze di quegli sbagli ormai irrimediabili.
Il noto banchiere Borkman (Massimo Popolizio) vive chiuso in casa da otto anni dopo averne trascorsi diversi in carcere per bancarotta. La vicenda lo ha ovviamente disonorato agli occhi della gente, però, ciononostante, l’uomo non è ancora disposto a ritenersi un perdente, anzi, si considera come uno dei migliori nel proprio settore. Così come l’unico amico rimastogli, Foldal (Mauro Avogadro), è autore di un testo rimasto impubblicato e quindi a sua volta «creatore di qualcosa che non vedrà mai la luce». Borkman vive al primo piano, mentre la moglie, Gunhild (Lucrezia Lante Della Rovere), sta a quello inferiore; i due non si incontrano mai, finché una sera giunge Ella (Manuela Mandracchia), sorella di Gunhild, abbandonata a suo tempo dal protagonista, al quale, nonostante la amasse, convenne sposare Gunhild per fare carriera. Distrutta dal dolore e ora ammalatasi gravemente proprio in seguito a quell’abbandono mai superato, che in parte ha colmato allevando il nipote Erhart (Alex Cendron) come se fosse figlio suo, Ella vorrebbe adesso riavere il ragazzo ventenne con sé per vivere con lui gli ultimi mesi che le rimagono. La richiesta diventa occasione per un incontro fra sorella e sorella, fra cognato e cognata e fra moglie e marito rimasti a lungo separati e distanti, ormai estranei; e nel volgere lo sguardo al passato sono costretti ad ammettere di aver sprecato tutta una vita, per propria scelta – come John Gabriel – o per colpa altrui – come Ella. Erhart, che compare dopo le discussioni fra gli adulti, diviene allora oggetto di contesa fra padre, madre e zia: ognuno vorrebbe trattenerlo per motivi puramente egoistici (Gunhild per vendicare l’onore della famiglia, John Gabriel per farne il proprio collaboratore in vista di un riscatto sociale che continua a credere possibile), trattandolo come fosse ancora un bambino. Il giovane però trova il coraggio di ribellarsi e sceglie la libertà, andandosene di casa al seguito dell’amata, una donna più vecchia di lui mal vista da Borkman e in particolare dalle due sorelle Rehntheim, e troncando così la catena di errori, di desideri irrealizzati, di attese vane che ha condotto alla disperazione la sua famiglia. Attraverso infatti la figura di Erhart, che rappresenta «la generazione dei figli ventenni, più consapevoli della limitatezza del loro agire nel mondo», giunge al pubblico l’invito a «bruciare la vita, aggredirla a morsi e viverla non nell’attesa del compimento di un progetto, ma nella certezza della sua brevità». Dopo questo episodio, John Gabriel esce finalmente di casa, in un paesaggio innevato, freddo e desolante tanto quanto la vita sua, di Gunhild e di Ella, ma qui incontra improvvisamente la morte e solo ora si intravede fra le sorelle una possibilità di riappacificazione.
L’atmosfera cupa, il senso di profonda solitudine e aridità di sentimenti che pervade l’intera opera è ben rappresentata dalle scelte scenografiche e illuminotecniche. Per tre quarti dello spettacolo, infatti, nelle scene ambientate all’interno della villa di campagna dove abitano i coniugi Borkman, la scenografia è cupa, spoglia e molto essenziale, costituita prevalentemente da un fondale nero e da luci “buie”, cui ben si intonano gli abiti scuri dei personaggi; alcune sedie e due lampadari riempiono la stanza abitata da Gunhild, mentre qualche sedia, un pianoforte verticale e un lampadario disegnano quella di John Gabriel. Un’esplosione di luce si ha invece nell’ultima parte, l’unica ambientata all’esterno: il fondale si accende di bianco fin quasi ad accecare gli spettatori, mentre su di esso si stagliano alti e sottili degli alberi spogli.
Ottimo il cast: vigoroso Popolizio, intense Della Rovere e Mandracchia, che hanno offerto una Gunhild fredda e delusa e una Ella struggente e romantica, molto bravi Avogadro, cui sono toccati i momenti comici dello spettacolo in coppia col protagonista (momenti inaspettati in un dramma così cupo), e Cendron, il quale ha dato vita ad un Erhart che sotto l’insicurezza dovuta all’infanzia difficile nasconde il coraggio e la maturità di far finalmente prevalere le proprie scelte.
Uno spettacolo insomma che offre «un’analisi lucida, filosofica e poetica, ma anche feroce e tragicomica del destino che fa di ognuno un prevaricatore, un umiliato e offeso, che trasforma ogni affermazione vitale in un gesto di violenza».

7 – 18 novembre 2012, Piccolo Teatro Grassi
JOHN GABRIEL BORKMAN
di Henrik Ibsen
Traduzione di Claudio Magris
Adattamento e regia Piero Maccarinelli
Con Massimo Popolizio, Lucrezia Lante Della Rovere, Manuela Mandracchia e Mauro Avogadro
e con Alex Cendron, Ilaria Genatiempo, Camilla Diana
Scene da un’idea di Carlo De Marino
Costumi Gianluca Sbicca
Luci Umile Vainieri
Musiche Antonio di Pofi
Produzione Artisti Riuniti in collaborazione con Teatro Eliseo

Spettacolo visto in anteprima martedì, 6 novembre 2012

Clarissa Egle Mambrini
(Foto tratte dalla Gallery dello spettacolo al Teatro Eliseo http://www.teatroeliseo.it/spettacolo.php?id=68)

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