Dopo le storie drammatiche di Giorni e nuvole (2007) e Cosa voglio di più (2010), Silvio Soldini è tornato alla commedia con Il comandante e la cicogna, film venato di una profonda amarezza mescolata ad una colorata leggerezza, che per il suo surrealismo molto ricorda le atmosfere di Pane e tulipani (1999) e Agata e la tempesta (2004).
Attraverso le quotidiane vicissitudini di alcuni personaggi apparentemente normali ma in realtà piuttosto strambi – seppur ognuno a suo modo – il regista racconta con occhio pungente il Belpaese, il quale purtroppo si rivela tutt’altro che bello. Osservati infatti dalle statue di noti personaggi della storia e della cultura italiana (per esempio Garibaldi, Leopardi, Leonardo), i protagonisti del film – alcuni speculando sull’ingenuità altrui per fare soldi, altri perché costretti dagli eventi – sono tutti più o meno coinvolti nell’italico costume del do ut des. Così, quando la statua di Garibaldi commenta amareggiata la dilagante corruzione e il disfacimento morale della società, ci par quasi di scorgere in essa uno sguardo pieno di inconsolabile tristezza. Difficile poi non condividere il suo pensiero quando, rievocando le lotte fatte per l’unità d’Italia, anche a prezzo della vita di molte persone, afferma: «Forse sarebbe stato meglio lasciarla agli austriaci». Il film, proprio perché Soldini vuole criticare un malcostume tipico di tutta l’Italia e non solo di una parte di essa, è ambientato in una imprecisata città del Nord, anche se sono piuttosto riconoscibili alcuni scorci milanesi e torinesi.
Comunque, nonostante questa amarezza di fondo, la bruttezza interiore e l’involgarimento delle persone emergono nel corso del film senza però soppiantare quella tenue ma pervicace speranza che lo stesso regista si è proposto di trasmettere attraverso la pellicola. Ciò è reso possibile dalla positività di personaggi come Diana (Alba Rorhwacher), artista squattrinata con la testa perennemente fra le nuvole, Elia (Luca Dirodi), ragazzino solitario e incompreso che si pone bizzarre domande esistenziali e accudisce una cicogna, Leo (Valerio Mastandrea), idraulico onesto, vedovo e padre di Elia e della sedicenne Maddalena (Serena Pinto), coinvolta suo malgrado in un video hard pubblicato sul web. Il loro continuare per la propria strada, pur se ciò significa rimanere ai margini della società e rischiare di essere come pecore fra i lupi, è un segno di speranza che dona allo spettatore un fiducioso sorriso. Poetica tra l’altro l’idea di indugiare sugli eventi casuali che fanno incontrare i vari personaggi, evidenziando così una caratteristica – presente nella vita di ognuno – che spesso insaporisce in modo inaspettato la nostra quotidianità.
La comicità surreale de Il comandante e la cicogna, creata anche da personaggi come Amanzio (Giuseppe Battiston), «originale eremita metropolitano», secondo la definizione di Soldini, e da Teresa (Claudia Gerini), fantasma in bikini e con accento ligure della moglie di Leo, affiora inoltre grazie alla colonna sonora, affidata alla Banda Osiris, e alla canzone dei titoli di coda, La cicogna, cantata da Vinicio Capossela.
Ben congegnata la squadra di attori, i quali hanno interpretato con bravura e ironia personaggi comuni eppure allo stesso tempo molto originali: Battiston unico e formidabile, ormai un habitué del cinema di Soldini; la Rorhwacher, rivelatasi bravissima nel genere comico (che finora non aveva provato) e piuttosto somigliante alla cantante Arisa nell’aspetto e nell’aria trasognata; Mastandrea divertentissimo, inusuale con l’accento campano. Doverosa una menzione anche per Luca Zingaretti e Maria Paiato, avvocato trafficone e rispettiva segretaria, crudelmente comici, e per le voci delle statue, Pierfrancesco Favino, Neri Marcorè e Gigio Alberti.

Clarissa Egle Mambrini

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