[Articolo già pubblicato il 02/05/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/05/02/diaz-non-pulite-questo-sangue/]

Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Berlino, dove ha ricevuto Diaz_coveril premio del pubblico, Diaz – Don’t clean up this blood, diretto da Daniele Vicari e prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, è uscito nelle sale lo scorso 13 aprile. Film coraggioso e di forte impegno civile, ricostruisce un capitolo oscuro e drammatico della nostra storia recente, cioè quello del blitz della polizia nella scuola Diaz nel luglio 2001, nei giorni caldi del G8 di Genova che mise a ferro e a fuoco il capoluogo ligure. La pellicola tralascia la morte del giovane manifestante Carlo Giuliani avvenuta nel pomeriggio del 20 luglio, il fatto che sicuramente ha contribuito più di tutti ad alzare ulteriormente la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti, e inizia subito dopo, dagli scontri tra i due schieramenti che precedono il vero e proprio massacro perpetrato nella notte successiva all’interno dell’edificio scolastico adibito a dormitorio. Un’azione punitiva organizzata contro i Black Block e che invece si trasforma in una carneficina di persone inermi, alcune delle quali porteranno a vita i segni di questa violenza. Attraverso la riproposizione – fin dall’apertura del film – del gesto di un manifestante che fa da collante fra le varie storie che si intrecciano nel corso della pellicola, Vicari dà spazio ai diversi personaggi (dai ragazzi no global ad un poliziotto che non accetta questa giustizia sommaria) i quali, loro malgrado, si ritrovano a condividere la terribile notte tra il 20 e il 21 luglio 2001.
L’opera si basa su atti processuali e ricostruisce con perizia i momenti salienti dell’attacco alla Diaz e dei soprusi continuati poi per alcuni ragazzi nella caserma di Bolzaneto. Lo spazio dedicato alle violenze e agli abusi occupa buona parte del film e la crudeltà gratuita ed efferata non può non indignare fortemente lo spettatore, che ha l’impressione di ritrovarsi davanti ad uno scenario di guerra. Personalmente ho trovato alcune sequenze di una brutalità tale da star male e da sentire l’impellente bisogno di alzarmi e uscire dalla sala per prendere fiato; poi però è prevalso il senso del dovere, il dovere di guardare tutto fino in fondo, con gli occhi ben aperti. Perché film come questo hanno il grandissimo pregio di illuminare, di far riflettere, di porre domande, di aprire gli occhi appunto su fatti di cui dall’alto ci è stata raccontata una versione molto edulcorata e che in troppi abbiamo accettato.
Diaz non è un’opera contro la polizia o le forze dell’ordine, ma, anzi, uno degli intenti è proprio quello di restituire dignità e valore ad un’istituzione che è rimasta essa stessa infangata dal comportamento disumano tenuto da molti uomini e donne – fra i quali solo una parte ha pagato le conseguenze dei propri gesti – indegni di indossare una divisa.
Amnesty International ha definito i fatti della scuola Diaz come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”: ciò dovrebbe bastare per convincere gli indecisi e gli scettici a vedere il film di Vicari.

Per approfondire l’argomento, segnalo il sito ufficiale http://www.diazilfilm.it/ e l’intervista fatta da Fabio Fazio a Daniele Vicari e Domenico Procacci nella puntata di Che tempo che fa del 14 aprile scorso http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-28b0dd4e-a803-4d68-82ee-258c2db15a88.html?1335722523109.

Clarissa Egle Mambrini

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