Archive for novembre, 2012


Dopo il debutto al Teatro Eliseo a metà ottobre, a novembre ha fatto tappa per undici giorni a Milano al Piccolo Teatro Grassi uno dei drammi più famosi di Ibsen, John Gabriel Borkman.
Condensando la suddivisione originale in quattro atti in un atto unico di circa cento minuti, il regista Piero Maccarinelli ha creato un allestimento che, pur restando fedele al testo, ha cercato di porne in evidenza la contemporaneità. Fortemente attuali risultano infatti i temi trattati da questa opera, rappresentata per la prima volta nel gennaio del 1897: il potere, la sete di denaro, il fallimento finanziario, il disonore, la sconfitta, l’amore messo in secondo piano rispetto ai beni materiali e al successo. Nella pièce tutti gli errori del protagonista sono già stati compiuti e vengono ricostruiti attraverso i dialoghi dei personaggi, che si trovano alle prese con le tristi conseguenze di quegli sbagli ormai irrimediabili.
Il noto banchiere Borkman (Massimo Popolizio) vive chiuso in casa da otto anni dopo averne trascorsi diversi in carcere per bancarotta. La vicenda lo ha ovviamente disonorato agli occhi della gente, però, ciononostante, l’uomo non è ancora disposto a ritenersi un perdente, anzi, si considera come uno dei migliori nel proprio settore. Così come l’unico amico rimastogli, Foldal (Mauro Avogadro), è autore di un testo rimasto impubblicato e quindi a sua volta «creatore di qualcosa che non vedrà mai la luce». Borkman vive al primo piano, mentre la moglie, Gunhild (Lucrezia Lante Della Rovere), sta a quello inferiore; i due non si incontrano mai, finché una sera giunge Ella (Manuela Mandracchia), sorella di Gunhild, abbandonata a suo tempo dal protagonista, al quale, nonostante la amasse, convenne sposare Gunhild per fare carriera. Distrutta dal dolore e ora ammalatasi gravemente proprio in seguito a quell’abbandono mai superato, che in parte ha colmato allevando il nipote Erhart (Alex Cendron) come se fosse figlio suo, Ella vorrebbe adesso riavere il ragazzo ventenne con sé per vivere con lui gli ultimi mesi che le rimagono. La richiesta diventa occasione per un incontro fra sorella e sorella, fra cognato e cognata e fra moglie e marito rimasti a lungo separati e distanti, ormai estranei; e nel volgere lo sguardo al passato sono costretti ad ammettere di aver sprecato tutta una vita, per propria scelta – come John Gabriel – o per colpa altrui – come Ella. Erhart, che compare dopo le discussioni fra gli adulti, diviene allora oggetto di contesa fra padre, madre e zia: ognuno vorrebbe trattenerlo per motivi puramente egoistici (Gunhild per vendicare l’onore della famiglia, John Gabriel per farne il proprio collaboratore in vista di un riscatto sociale che continua a credere possibile), trattandolo come fosse ancora un bambino. Il giovane però trova il coraggio di ribellarsi e sceglie la libertà, andandosene di casa al seguito dell’amata, una donna più vecchia di lui mal vista da Borkman e in particolare dalle due sorelle Rehntheim, e troncando così la catena di errori, di desideri irrealizzati, di attese vane che ha condotto alla disperazione la sua famiglia. Attraverso infatti la figura di Erhart, che rappresenta «la generazione dei figli ventenni, più consapevoli della limitatezza del loro agire nel mondo», giunge al pubblico l’invito a «bruciare la vita, aggredirla a morsi e viverla non nell’attesa del compimento di un progetto, ma nella certezza della sua brevità». Dopo questo episodio, John Gabriel esce finalmente di casa, in un paesaggio innevato, freddo e desolante tanto quanto la vita sua, di Gunhild e di Ella, ma qui incontra improvvisamente la morte e solo ora si intravede fra le sorelle una possibilità di riappacificazione.
L’atmosfera cupa, il senso di profonda solitudine e aridità di sentimenti che pervade l’intera opera è ben rappresentata dalle scelte scenografiche e illuminotecniche. Per tre quarti dello spettacolo, infatti, nelle scene ambientate all’interno della villa di campagna dove abitano i coniugi Borkman, la scenografia è cupa, spoglia e molto essenziale, costituita prevalentemente da un fondale nero e da luci “buie”, cui ben si intonano gli abiti scuri dei personaggi; alcune sedie e due lampadari riempiono la stanza abitata da Gunhild, mentre qualche sedia, un pianoforte verticale e un lampadario disegnano quella di John Gabriel. Un’esplosione di luce si ha invece nell’ultima parte, l’unica ambientata all’esterno: il fondale si accende di bianco fin quasi ad accecare gli spettatori, mentre su di esso si stagliano alti e sottili degli alberi spogli.
Ottimo il cast: vigoroso Popolizio, intense Della Rovere e Mandracchia, che hanno offerto una Gunhild fredda e delusa e una Ella struggente e romantica, molto bravi Avogadro, cui sono toccati i momenti comici dello spettacolo in coppia col protagonista (momenti inaspettati in un dramma così cupo), e Cendron, il quale ha dato vita ad un Erhart che sotto l’insicurezza dovuta all’infanzia difficile nasconde il coraggio e la maturità di far finalmente prevalere le proprie scelte.
Uno spettacolo insomma che offre «un’analisi lucida, filosofica e poetica, ma anche feroce e tragicomica del destino che fa di ognuno un prevaricatore, un umiliato e offeso, che trasforma ogni affermazione vitale in un gesto di violenza».

7 – 18 novembre 2012, Piccolo Teatro Grassi
JOHN GABRIEL BORKMAN
di Henrik Ibsen
Traduzione di Claudio Magris
Adattamento e regia Piero Maccarinelli
Con Massimo Popolizio, Lucrezia Lante Della Rovere, Manuela Mandracchia e Mauro Avogadro
e con Alex Cendron, Ilaria Genatiempo, Camilla Diana
Scene da un’idea di Carlo De Marino
Costumi Gianluca Sbicca
Luci Umile Vainieri
Musiche Antonio di Pofi
Produzione Artisti Riuniti in collaborazione con Teatro Eliseo

Spettacolo visto in anteprima martedì, 6 novembre 2012

Clarissa Egle Mambrini
(Foto tratte dalla Gallery dello spettacolo al Teatro Eliseo http://www.teatroeliseo.it/spettacolo.php?id=68)

I melomani più intransigenti sono purtroppo rimasti delusi dalla performance canora della prima di Lucia di Lammermoor, andata in scena al Coccia la sera del 2 novembre. Colpa forse della giovane età della maggior parte dei cantanti, a partire dalla soprano ventottenne Ekaterina Bakanova nel ruolo della protagonista, le orecchie fini hanno ritenuto il cast poco degno di misurarsi con la celebre opera donizettiana, assente dal palco novarese dall’autunno del 1999. Queste mancanze, ritenute gravi da alcuni, non sono state evidentemente percepite come tali da altri, dal momento che nel corso della serata e una volta calato il sipario gli interpreti hanno raccolto consensi e applausi. Se la Bakanova non ha convinto fino in fondo poiché apparsa non molto immedesimata nella tormentata eroina scozzese, resa a tratti in maniera un po’ sommaria, i migliori sono sicuramente stati il tenore Francisco Corujo (Edgardo), il basso Giovanni Battista Parodi (Raimondo) e la mezzosoprano Cinzia Chiarini (Alisa), mentre ci sono parsi meno incisivi in quanto ad interpretazione e a presenza scenica il baritono Serban Vasile (Enrico Ashton) e i tenori Alessandro Scotto Di Luzio (Arturo Bucklaw) e Alessandro Mundula (Normanno).
Tutt’altra cosa invece la parte visiva dello spettacolo, che ha rapito l’attenzione del pubblico grazie a scene e luci, non per niente ideate originariamente da Josef Svoboda, maestro dell’arte scenografica teatrale scomparso nel 2002 che ha contribuito alla nascita della disciplina del light design. La base scenografica, costituita dall’inizio alla fine da un’imponente scalinata occupante per intero lo spazio scenico, è stata resa dinamica dall’utilizzo delle luci e di molte videoproiezioni, le quali hanno ricreato sia spazi reali (come il giardino in cui si immaginano Lucia e Alisa giocare a volano) sia spazi “mentali”, tesi più che altro ad evidenziare le emozioni vissute e cantate dai personaggi in un dato momento (come il rosso intenso che ha invaso la scena all’inizio dell’opera: un richiamo al sangue e all’amore). I pochi oggetti presenti talvolta sul palco sono stati disposti in bilico sulla scalinata, sottolineando così la precarietà della vicenda narrata nonché della mente di Lucia, che – come scritto nelle note di regia – «è stata spinta alla schizofrenia. Si è ribellata ai giochi di potere esterni a lei, ammazzando Arturo per salvare dentro di sé la sua vera vita emozionale, cioè l’amore verso Edgardo». E all’entrata della protagonista nella scena madre dell’opera, quella appunto della sua pazzia dopo l’assassinio del neosposo, il corpo senza vita di Arturo (in questo caso interpretato da un ballerino) rotola giù dalle scale, aumentando indubbiamente il pathos del momento. Di lì a poco la famosa cadenza di Lucia, qui accompagnata, in luogo del consueto flauto, da un’arpa collocata nel palchetto di proscenio.
Per quanto riguarda i costumi, invece, secondo noi sarebbe stato preferibile adeguarli tutti alla medesima epoca storica, precisa o indeterminata che fosse, piuttosto che mescolarli e far perdere così omogeneità all’insieme: dalle armature medievali, infatti, si passava ad abiti a cavallo tra Ottocento e Novecento. E anche il taglio di capelli di Lucia, cui si sarebbe potuto rimediare con una parrucca, ci è sembrato poco consono all’ambientazione.
Ci sono piaciuti molto, infine, la direzione d’orchestra, affidata al giovane Matteo Beltrami, e la regia di Henning Brockhaus, il quale ha fatto di Lucia una paladina di sentimenti e umanità in contrasto con l’aridità del potere. «Allora come oggi l’eccessiva smania di potere porta a una deformazione dell’anima che può rivelarsi causa di follia. La nostra storia recente è piena di psicopatici e di individui che si sono consegnati al potere. In questo senso Lucia di Lammermoor risulta ancora attuale e contemporanea».

Piccola curiosità: i melomani più fortunati, presenti per puro caso alla replica di domenica 4 novembre, hanno potuto ascoltare Jessica Pratt, stella internazionale della lirica chiamata all’ultimo a sostituire la Bakanova improvvisamente indisposta. E, a quanto abbiamo letto sui giornali, la soprano australiana ha rubato la scena a tutti i colleghi, regalando un pomeriggio memorabile agli spettatori.

LUCIA DI LAMMERMOOR
Dramma tragico in tre atti su libretto di Salvatore Cammarano
tratto dal romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott
Musica di Gaetano Donizetti
Maestro Concertatore e Direttore Matteo Beltrami
Regia Henning Brockhaus
Scene Josef Svoboda
Ricostruzione allestimento scenico Benito Leonori
Costumi Patricia Toffolutti
Coreografie Emma Scialfa
Maestro del coro Antonio Greco
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro ASLICO del Circuito Lirico Lombardo
Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo, Fondazione Teatro Coccia di Novara, Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, Teatro dell’Aquila di Fermo, Teatro Alighieri di Ravenna

Spettacolo visto venerdì, 2 novembre 2012

Clarissa Egle Mambrini

Dopo le storie drammatiche di Giorni e nuvole (2007) e Cosa voglio di più (2010), Silvio Soldini è tornato alla commedia con Il comandante e la cicogna, film venato di una profonda amarezza mescolata ad una colorata leggerezza, che per il suo surrealismo molto ricorda le atmosfere di Pane e tulipani (1999) e Agata e la tempesta (2004).
Attraverso le quotidiane vicissitudini di alcuni personaggi apparentemente normali ma in realtà piuttosto strambi – seppur ognuno a suo modo – il regista racconta con occhio pungente il Belpaese, il quale purtroppo si rivela tutt’altro che bello. Osservati infatti dalle statue di noti personaggi della storia e della cultura italiana (per esempio Garibaldi, Leopardi, Leonardo), i protagonisti del film – alcuni speculando sull’ingenuità altrui per fare soldi, altri perché costretti dagli eventi – sono tutti più o meno coinvolti nell’italico costume del do ut des. Così, quando la statua di Garibaldi commenta amareggiata la dilagante corruzione e il disfacimento morale della società, ci par quasi di scorgere in essa uno sguardo pieno di inconsolabile tristezza. Difficile poi non condividere il suo pensiero quando, rievocando le lotte fatte per l’unità d’Italia, anche a prezzo della vita di molte persone, afferma: «Forse sarebbe stato meglio lasciarla agli austriaci». Il film, proprio perché Soldini vuole criticare un malcostume tipico di tutta l’Italia e non solo di una parte di essa, è ambientato in una imprecisata città del Nord, anche se sono piuttosto riconoscibili alcuni scorci milanesi e torinesi.
Comunque, nonostante questa amarezza di fondo, la bruttezza interiore e l’involgarimento delle persone emergono nel corso del film senza però soppiantare quella tenue ma pervicace speranza che lo stesso regista si è proposto di trasmettere attraverso la pellicola. Ciò è reso possibile dalla positività di personaggi come Diana (Alba Rorhwacher), artista squattrinata con la testa perennemente fra le nuvole, Elia (Luca Dirodi), ragazzino solitario e incompreso che si pone bizzarre domande esistenziali e accudisce una cicogna, Leo (Valerio Mastandrea), idraulico onesto, vedovo e padre di Elia e della sedicenne Maddalena (Serena Pinto), coinvolta suo malgrado in un video hard pubblicato sul web. Il loro continuare per la propria strada, pur se ciò significa rimanere ai margini della società e rischiare di essere come pecore fra i lupi, è un segno di speranza che dona allo spettatore un fiducioso sorriso. Poetica tra l’altro l’idea di indugiare sugli eventi casuali che fanno incontrare i vari personaggi, evidenziando così una caratteristica – presente nella vita di ognuno – che spesso insaporisce in modo inaspettato la nostra quotidianità.
La comicità surreale de Il comandante e la cicogna, creata anche da personaggi come Amanzio (Giuseppe Battiston), «originale eremita metropolitano», secondo la definizione di Soldini, e da Teresa (Claudia Gerini), fantasma in bikini e con accento ligure della moglie di Leo, affiora inoltre grazie alla colonna sonora, affidata alla Banda Osiris, e alla canzone dei titoli di coda, La cicogna, cantata da Vinicio Capossela.
Ben congegnata la squadra di attori, i quali hanno interpretato con bravura e ironia personaggi comuni eppure allo stesso tempo molto originali: Battiston unico e formidabile, ormai un habitué del cinema di Soldini; la Rorhwacher, rivelatasi bravissima nel genere comico (che finora non aveva provato) e piuttosto somigliante alla cantante Arisa nell’aspetto e nell’aria trasognata; Mastandrea divertentissimo, inusuale con l’accento campano. Doverosa una menzione anche per Luca Zingaretti e Maria Paiato, avvocato trafficone e rispettiva segretaria, crudelmente comici, e per le voci delle statue, Pierfrancesco Favino, Neri Marcorè e Gigio Alberti.

Clarissa Egle Mambrini

Nelle scorse settimane nella Sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini di Milano (multisala teatrale di arte contemporanea nel cuore della città) è andato in scena La discesa di Orfeo, titolo poco noto del drammaturgo americano Tennessee Williams, che lo pubblicò nel 1957 rielaborando un testo del 1940, Battle of Angels. Orpheus Descending – questo il titolo originale – fu rappresentato solo per due mesi riscuotendo scarso successo, mentre tutt’altra sorte toccò alla sua versione cinematografica, The fugitive kind  (Pelle di serpente, Sidney Lumet, 1959) con Anna Magnani e Marlon Brando, seppure non si collochi fra le pellicole più celebri tratte dalle opere teatrali di Williams.

Foto di Lara Peviani

Dopo una decina d’anni di ripensamenti e uno “studio” andato in scena il 31 maggio 2011 al termine di alcune settimane di rappresentazioni di Improvvisamente, l’estate scorsa, il regista Elio De Capitani, spronato dall’entusiasmo dell’attrice Cristina Crippa, splendida interprete dell’Elfo, ha deciso di farne uno spettacolo vero e proprio, che ha debuttato il 13 luglio scorso al Festival dei Due Mondi di Spoleto. L’allestimento ha mantenuto per certi versi un carattere di “studio”: gli attori, infatti, entrano in scena alla spicciolata mentre il pubblico ancora si sta accomodando in sala e si siedono intorno ad un lungo tavolo per una lettura del copione per poi passare alla “prova” vera e propria. Durante l’intero svolgimento dello spettacolo, inoltre, sono sempre tutti in scena, alla ribalta impegnati nell’azione oppure sullo sfondo o al buio, intenti ad osservare ciò che accade o addirittura a commentarlo, pronunciando alcune battute o le didascalie del testo, trasformandosi quindi in un coro di greca memoria che pone in evidenza determinati atteggiamenti e tratti del carattere dei personaggi. A questa funzione corale contribuiscono anche le musiche suonate dal vivo alla chitarra elettrica da Alessandra Novaga. E sono sempre gli attori che spostano gli oggetti di scena per adattarli all’ambientazione richiesta in un dato momento. La lugubre scenografia, simbolo di quella parte oscura e primordiale che è in noi come nei personaggi della vicenda, è costituita da «uno spazio industriale, una sala prove di un’indefinita periferia urbana […] Muri grigi e spogli, grate di ferro e finestre in vetrocemento che lasciano filtrare le luci della città, creando chiaroscuri che aprono squarci visionari in questo paesaggio crudamente realistico. Un luogo che non descrive gli ambienti del testo, ma permette la libertà di “citarli”».

Foto di Lara Peviani

Foto di Lara Peviani

La discesa di Orfeo è una novità assoluta per le scene italiane, come sottolineato dal regista stesso, attratto da questo testo per il misto di modernità e primordialità insite nella vicenda narrata – ambientata nell’America degli anni ’50 – e riscontrabili tutt’oggi nell’odierna società colpita dalla crisi: una «crisi che pare infinita, questo ’29 al rallentatore, questo non sentire più la terra sotto i piedi, ci porta a cercare di nuovo Williams. […] Siamo ridotti all’osso (sia delle protezioni sociali che del benessere e dei risparmi delle famiglie) ma questo non ci fa tornare a una condizione precedente, perché siamo immersi in una piena, contraddittoria, ricchissima, modernità: per questo sembriamo l’America di molti anni fa».
Nel contesto infatti di una cittadina di provincia dove tutti si conoscono, tra ipocrisia e pettegolezzo,  si colloca la vicenda di un novello “Orfeo” (metaforico è appunto il titolo della pièce) che per salvare l’amata “Euridice” viene linciato dai fanatici del luogo. L’intrigante vagabondo Val (interpretato da Edoardo Ribatto, che possiede decisamente il physique – et la voix – du rôle per questo personaggio), con tanto di chitarra e giacca di pelle di serpente, giunge in paese senza passare inosservato agli occhi delle donne, tra le quali c’è Carol (Elena Russo Arman, intensa ed emozionante come sempre), giovane milionaria ribelle – “la matta del villaggio” – che vorrebbe convincerlo a fuggire con lei. Ma, inaspettatamente, Val si innamora di Lady (Cristina Crippa, ovviamente favolosa), donna matura e disillusa, la quale porta sulle spalle il fardello di numerose disgrazie, prima fra tutte il matrimonio con Jabe (Luca Toracca, un cattivo molto convincente), che l’ha comprata giovane e bella dopo averle ucciso il padre, un emigrante italiano. Quando finalmente Lady si arrende alla passione sbocciata fra lei e Val, disposto a tutto pur di restarle accanto, ed inizia a credere alla sincerità del suo amore, arriva però il tragico e crudele finale, che riporta violentemente a galla la primordialità più buia dell’uomo, lasciando allo spettatore tanti spunti di riflessione e interrogativi, mescolati a brividi ed emozioni.
Ottimo pure il resto del cast, su cui ha primeggiato Corinna Augustoni (Vee Talbott) e in cui figurava anche, a partire dalla seconda replica milanese, Elio De Capitani nella parte dello sceriffo Talbott, ruolo interpretato precedentemente da Federico Vanni.

 

16 ottobre – 4 novembre 2012, Teatro Elfo Puccini
LA DISCESA DI ORFEO
di Tennessee Williams
Traduzione di Gerardo Guerrieri
Drammaturgia e regia Elio De Capitani
Scene e costumi Carlo Sala
Con Cristina Crippa, Elena Russo Arman, Edoardo Ribatto, Luca Toracca, Cristian Giammarini, Corinna Augustoni, Sara Borsarelli, Elio De Capitani, Debora Zuin, Marco Bonadei, Carolina Cametti e Alessandra Novaga (chitarra elettrica)
Luci Nando Frigerio
Suono Giuseppe Marzoli
Produzione Teatro dell’Elfo

 

Spettacolo visto martedì, 23 ottobre 2012

 

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo scritto il 24/10/2012]

Dopo i consensi ottenuti con l’inaugurazione della stagione lirica affidata a Morgan, lo scorso fine settimana il Coccia ha di nuovo ospitato un importante evento a livello nazionale e cioè il debutto del nuovo allestimento di Miseria e nobiltà coprodotto dal Teatro Stabile di Calabria e dal Teatro Quirino di Roma. Il testo, uno dei più celebri della tradizione napoletana, reso immortale nell’immaginario collettivo dalla versione cinematografica interpretata da Totò, era assente dalle scene novaresi dal marzo 2004, quando fu rappresentato dai fratelli Giuffré. Ora è tornato sul palco del Coccia nella versione di Geppy Gleijeses, che lo ha rielaborato in italiano attingendo dall’originale di Eduardo Scarpetta (del 1887), dall’adattamento del figlio Eduardo De Filippo (del 1953) e, appunto, dal film di Mario Mattoli interpretato da Totò (del 1954), senza tralasciare qualche richiamo all’attualità e alla crisi che ai giorni nostri sta portando alla miseria molte persone.
Il risultato è stato uno spettacolo vivace, ben calibrato e pieno di ritmo, che ha suscitato molte risate fra il pubblico, toccando l’apice con la famosissima scena dell’assalto alla pastasciutta fumante al termine del primo atto, ambientato nella povera stanza condivisa dalle famiglie dei due protagonisti, Felice e Pasquale.
Proprio per marcare ulteriormente la miseria totale in cui vivono questi personaggi, il primo atto si è svolto sul palcoscenico completamente spoglio, privo persino delle quinte, tanto da lasciar scorgere sullo sfondo il muro dell’edificio teatrale stesso. Unici oggetti di scena un tavolo e delle sedie, illuminati da una luce tenue e grigia, così come la quotidianità dei personaggi. Tutt’altra atmosfera invece nel secondo atto, ambientato nell’elegante salotto del cuoco arricchito Semmolone, le cui pareti erano ricche di quadri con cibi gustosi e ritratti di cuochi. Caldi i colori delle scenografie e dei divani presenti in scena così come le luci, a simboleggiare opulenza, agiatezza e una vita decisamente più serena rispetto a quella dei personaggi iniziali.
La compagnia, composta da validi caratteristi napoletani bravi uno più dell’altro, è apparsa affiatata sotto la direzione di Gleijeses, il quale, facendo il verso al Principe della Risata nell’intonazione di diverse battute, conosciute a memoria da molti spettatori, ha vestito i panni di Felice Sciosciammocca. Al suo fianco Lello Arena, eccezionale e spassoso nel ruolo di Pasquale, che ha interpretato in modo convincente pur non perdendo del tutto alcune proprie riconoscibili caratteristiche, specie nella pronuncia di certe frasi e parole. Marianella Bargilli , nonostante le origini toscane, è stata una brava Luisella, addirittura strepitosa nel secondo atto, così come una menzione speciale meritano Gigi De Luca, nei panni di Semmolone, Gino De Luca, un riuscito Luigino che molto ricordava l’interpretazione fatta da Carlo Croccolo nel film di Mattoli, e il piccolo Francesco De Rosa nel ruolo di Peppeniello, tenero e divertente.
Un ottimo inizio insomma per la stagione di prosa del Coccia nonché per la  tournée dello spettacolo, che fino ai primi di febbraio girerà in lungo e in largo l’Italia.

MISERIA E NOBILTÀ
di Eduardo Scarpetta
Regia di Geppy Gleijeses
Con Geppy Gleijeses, Lello Arena, Marianella Bargilli
e con Gigi De Luca,
Gina Perna, Antonio Ferrante, Gino De Luca, Loredana Piedimonte, Antonietta D’Angelo, Vincenzo Leto, Jacopo Costantini, Silvia Zora, Francesco De Rosa
Scene Francesca Garofalo
Costumi Adele Bargilli
Musiche Matteo D’Amico
Luci Luigi Ascione
Produzione Teatro Stabile di Calabria e Teatro Quirino

Spettacolo visto sabato, 20 ottobre 2012

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Federico Riva)

[Articolo scritto il 18/10/2012]

Era dal febbraio 2007 che non vedevamo al Coccia un’opera così divertente, da quando cioè il veterano Beppe De Tomasi regalò al pubblico novarese un particolare e riuscito allestimento “cinematografico” de Il Turco in Italia di Gioachino Rossini. Lo scorso 5 ottobre, serata inaugurale della nuova stagione teatrale, assistendo a Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa con la regia di Morgan abbiamo rivissuto le stesse emozioni, a cui si è aggiunto il gradito stupore di veder rispettato lo spirito dell’opera, cosa su cui nutrivamo qualche dubbio trattandosi della prima prova da regista lirico dell’eclettico musicista e cantautore milanese. Nel corso dello spettacolo lo scetticismo invece è stato completamente cancellato per fare spazio a sorrisi, meraviglia e allegria, suscitati non solo dalla trama, intessuta di equivoci e di amore, ma anche dalla bravura dei cantanti (i più applauditi sono stati il basso Bruno Praticò nel ruolo di Geronimo e la soprano Stefania Bonfadelli nei panni di Carolina) e dei musicisti (l’Orchestra Filarmonica Italiana diretta dal giovane e talentuoso Carlo Goldstein), nonché dall’originalità essenziale e visionaria di Morgan, che ha creato un allestimento innovativo e coinvolgente modernizzando personaggi e vicende senza stravolgere il senso della storia né tanto meno il genere musicale dell’opera buffa cui appartiene.
Il matrimonio segreto è dotato di una musica talmente briosa e vivace che riesce difficile pensare sia stato composto quando ormai questo genere era al tramonto. La vitalità delle melodie e dei personaggi incantò il pubblico fin dalla prima esecuzione, il 7 febbraio 1792 al Burgtheater di Vienna, quando fu bissato per intero la stessa sera su richiesta dell’imperatore – caso unico nella storia dell’opera. Piacevole all’ascolto ancora oggi e infarcito di schermaglie amorose sempre attuali, la sapiente regia di Morgan è riuscita a coglierne gli aspetti più divertenti ed universali, curando molto anche la mimica dei singoli personaggi – rappresentati talvolta come delle marionette – ed evidenziando i loro tratti caratteriali più spiccati: così per esempio il conte Robinson (il basso Filippo Fontana) è diventato un ricco pretendente imbranato con tanto di tic nervoso, mentre Fidalma (la mezzosoprano Irene Molinari) una giovane vedova ancora piacente e disperatamente aggressiva nei confronti dell’oggetto del suo desiderio, cioè Paolino (il tenore Edgardo Rocha), che prova a conquistare utilizzando anche frustino e manette. Bella inoltre l’idea di creare un gigantesco abito da sposa, che diventa come un pulpito dal quale alcuni personaggi – e per prima Elisetta (la soprano Maria Costanza Nocentini), invidiosa e gelosa della sorella Carolina – ammoniscono gli altri.
Costellato qua e là di elementi cinematografici – i titoli di testa proiettati sul fondale nero durante l’esecuzione dell’Ouverture, i termini e le frasi più importanti del libretto che lampeggiavano quasi come messaggi pubblicitari sull’ossatura scenografica nel corso dell’opera, per arrivare alla scritta finale a sipario chiuso «FINE (lieto)» – l’allestimento si è caratterizzato per il forte impatto visivo dato dai costumi, dalle parrucche, dal trucco, dagli oggetti di scena, dalle luci e dalle scenografie, che nell’insieme creavano un effetto di “barocco dark rock” dal sapore psichedelico. Nero e verde i colori predominanti, su cui svettavano vivaci tinte fluo (tra l’altro in voga quest’anno), sei poltrone colorate – tre delle quali disposte ad un certo punto in scena a costituire il tricolore italiano – e la poltrona multicolore di Cimarosa, spettatore immaginario dell’opera, posizionata in proscenio. Unico legame visivo con l’epoca in cui l’opera fu scritta le parrucche indossate dai personaggi e quella enorme sul capo della clavicembalista. Gli abiti – neri per Carolina, Paolino e Geronimo e grigio scuro a fantasia scozzese per Elisetta, Fidalma e il Conte Robinson – erano di taglio contemporaneo, ma con alcuni dettagli di sapore settecentesco.
Abbiamo trovato un po’ troppo povera e lugubre la scenografia, costituita da «una casa delle bambole sventrata» – come l’ha definita Morgan – in cui si intrufolavano neri figuranti che sembravano ombre di una lanterna magica (altro richiamo cinematografico), però la sua neutralità è indubbiamente servita a non suggerire una particolare collocazione geografica e storica della vicenda, così come nelle intenzioni del regista: «Ci sono opere d’arte che fermano il tempo, lo prendono per il collo e lo sottomettono, poi ci si buttano dentro e ci rimangono in eterno. E il tempo ce le consegna, intatte e perfette, cosicché noi di passaggio le traghettiamo nel nostro momento». Morgan si è inoltre ritagliato due comparsate nel corso dello spettacolo: una all’inizio del secondo atto, in cui si è inserito come spettatore invisibile nel dialogo fra Paolino e Fidalma “rubando” loro alcune frasi, e l’altra alla fine, quando si è mescolato ai figuranti e ai personaggi intenti a festeggiare la felice risoluzione di tutti gli equivoci.
Una volta chiuso il sipario, lunghi minuti di applausi per tutti gli artisti e tanti «Bravo!» per Morgan, promosso a pieni voti. Il pubblico, soddisfatto e contento, per più di tre ore ha seguito con partecipazione l’opera, aiutato anche dai sovratitoli proiettati al di sopra dello stemma di Novara, sull’arco di proscenio, un’utile novità da tempo richiesta dagli assidui frequentatori del Coccia che si è andata ad aggiungere all’abituale libretto dell’opera riprodotto insieme al programma di sala.
Un’inaugurazione di stagione scintillante e ben riuscita, condita da un po’ di mondanità (presenti in sala, oltre a molte autorità locali, Franca Valeri, Ivano Fossati e Dori Ghezzi), che si è rivelata anche un’arguta operazione mediatica, portando il nome delle nostra città e del Coccia su stampa e televisioni nazionali. E finalmente, dopo che negli ultimi anni si erano viste sempre le solite opere, un titolo poco rappresentato a Novara – l’ultima volta risale alla stagione 1996/97.
Una sfida vinta, quindi, per la nuova Direttrice artistica e organizzativa Renata Rapetti, la quale ora si sta interessando per vendere ad altri teatri in Italia e all’estero questo allestimento, che intanto a dicembre sarà trasmesso su Sky Classica in venti Paesi del mondo e su Sky Arte.
Speriamo infine che i giovani venuti a teatro forse per la prima volta in questa occasione, perché attirati dal nome famoso del regista, imparino ad amare veramente questa arte, senza necessariamente essere allettati dall’esca del “volto noto”. Perché il teatro può coinvolgere, appassionare ed essere rivoluzionario senza per forza servirsi del clamore mediatico, ma per percepire tutto ciò bisogna avere voglia di conoscerlo.

IL MATRIMONIO SEGRETO
Opera buffa di due atti su libretto di Giovanni Bertati
Musica di Domenico Cimarosa
Direttore Carlo Goldstein
Regia Marco Castoldi, in arte Morgan
Aiuto regia Mercedes Martini
Lighting Designer Marcello Jazzetti
Scene Patrizia Bocconi
Costumi Giuseppe Magistro
Orchestra Filarmonica Italiana
Nuovo Allestimento
Produzione Fondazione Teatro Coccia

Spettacolo visto venerdì, 5 ottobre 2012

Clarissa Egle Mambrini
(Foto di Mario Finotti, Fondazione Teatro Coccia)

[Articolo già pubblicato il 28/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/28/teatro-coccia-e-i-giovani/]

Lo scorso 25 ottobre, all’Università del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro a Novara, si è svolto un interessante incontro organizzato dal Coccia per avvicinare i giovani all’affascinante mondo del teatro e, in particolare, ad alcuni spettacoli dei cartelloni Prosa e Varie-Età inseriti nell’abbonamento dedicato ai ragazzi sotto i 27 anni di età. Relatore Andrea Bisicchia, critico, saggista e docente di Organizzazione del teatro e dello spettacolo alla Cattolica di Milano, il quale, con l’ausilio di alcuni filmati, ha illustrato i quattro titoli dell’abbonamento under 27, accomunati – come ha sottolineato il professore – dal rapporto fra razionale e irrazionale, presente in essi con diverse modalità.
Il primo è Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, che, mescolando alcuni generi drammaturgici e affrontando tematiche tipiche del genio inglese come l’amore e il desiderio mimetico, ad un certo punto narra anche di una compagnia di dilettanti (molto diffuse quando il testo fu scritto nel 1595) alle prese con la messa in scena di uno spettacolo, particolare metateatrale che diventa centrale nell’originale versione firmata da Gioele Dix. Il noto attore ha chiamato a raccolta alcuni giovani comici di Zelig, dando vita ad un curioso esperimento che, pur «senza tradimenti al testo, alla sua carica vitalistica, alle sue preziose ambiguità, alla sua fantasiosa e dirompente comicità […] ne reinventa il linguaggio e lo smarca dal rischio della convenzione».
Il secondo è un altro spettacolo metateatrale, Servo di scena di Ronald Harwood, diretto e interpretato dal grande Franco Branciaroli, il quale sta portando avanti un percorso di esplorazione del teatro nel teatro attraverso la rappresentazione di diversi testi. In questo spettacolo (scritto e ambientato nel 1940), il protagonista è un grande attore al tramonto e in piena crisi, che necessita dell’aiuto psicologico del fidato servo di scena per continuare il proprio mestiere senza arrendersi. Come ha ricordato Bisicchia raccontando un aneddoto su Gianni Santuccio – il quale una sera arrivò a teatro per una recita di Finale di partita di Samuel Beckett convinto di non stare bene e di non essere in grado di fare lo spettacolo mentre invece, dopo essere stato rassicurato sulla presenza di due medici in sala, entrò in scena e fu eccezionale – i grandi attori sono in effetti i più labili perché vogliono sempre dare tutto e dare il meglio e proprio perciò sono maggiormente soggetti ad ansie e timori, che talvolta rischiano di bloccarli. Servo di scena si presenta quindi come un’ottima occasione per conoscere il mondo del teatro – di cui mostra soprattutto la parte nascosta, cioè ciò che succede dietro le quinte – e restarne affascinati.
Ma il titolo che forse vale tutta la stagione di prosa (senza nulla togliere agli altri) è La resistibile ascesa di Arturo Ui di Bertolt Brecht, premiato nell’ottobre 2011 come Migliore Spettacolo dell’anno dall’Associazione Nazionale Critici del Teatro e interpretato dal grande attore novarese Umberto Orsini, che ritorna nella sua città dopo La tempesta rappresentata al Coccia nel febbraio 2010. Il testo, composto tra 1940 e 1941, parla di crisi economica e di potere ed è fortemente attuale, tanto da sembrare scritto ai giorni nostri. Ambientato nella Chicago del 1929, nel pieno della crisi economica, narra l’ascesa al potere del gangster Arturo Ui: un modo per il tedesco Brecht, esiliato da nove anni dalla propria patria, per raccontare la genesi del nazismo e la conquista del potere da parte di Adolph Hitler attraverso allegorie ed elementi grotteschi. Inserendo inoltre molte canzoni, l’autore dà al pubblico la possibilità di non immedesimarsi con ciò che viene rappresentato obbligandolo a riflettere, un procedimento tipico dello “straniamento” brechtiano. Come si evince sin dal titolo, però, l’ascesa di Arturo Ui è “resistibile”, poiché se se ne ha la volontà si può resistere a qualsiasi forma di dittatura, stando comunque in guardia da questa mostruosità sempre in agguato che può creare altri mostri. Lo spettacolo, che per le canzoni si avvale delle musiche della celeberrima Opera da tre soldi, si preannuncia come un appuntamento imperdibile per il pubblico novarese, soprattutto perché offre finalmente l’occasione di assistere alla messinscena di un testo di Brecht, autore piuttosto ignorato nella storia passata del Coccia.
Infine, quarto e ultimo titolo dell’abbonamento under 27 è L’uomo, la bestia e la virtù di Luigi Pirandello, rappresentante di un tipo di teatro psicologico avversato da Brecht, fautore invece di un teatro civile e politico. Un legame fra i due autori è dato però dal grottesco, presente nella produzione di entrambi ed elemento tipicamente italiano che mescola comico e tragico. L’uomo, la bestia e la virtù, uno dei primi testi teatrali di Pirandello, scritto intorno al 1916, quando in Italia si diffonde il teatro grottesco, è sintomatico dell’intera produzione drammatica dell’autore siciliano, che prende la struttura del tipico dramma borghese allora tanto di moda e lo distrugge.
Dopo questa interessante lezione, Bisicchia si è soffermato sulla volontà, da parte della direzione del Coccia, di dare una svolta al teatro novarese, una svolta possibile solo grazie alla partecipazione di un pubblico nuovo e giovane, che deve imparare a conoscere il teatro, a frequentarlo per la sua bellezza (e non solo come evento mondano) e ad amarlo: perché il teatro non ha mezze misure, « il teatro si ama. Di teatro ci si ammala», ha affermato il professore (e la sottoscritta condivide pienamente). Bisicchia ha inoltre sottolineato come di uno spettacolo, se vissuto in maniera profonda, non si è solo spettatori bensì testimoni. E proprio per formare un nuovo pubblico, il Coccia ha inoltre indetto un concorso per i giovani che vorranno cimentarsi nella redazione di recensioni degli spettacoli compresi nell’abbonamento under 27. Gli articoli vanno inviati via mail all’indirizzo dell’Ufficio Stampa, ufficio.stampa@fondazioneteatrococcia.it, con oggetto “Recensione spettacolo”. I partecipanti devono essere al di sotto dei 27 anni oppure, se hanno già superato questa età, essere studenti universitari muniti di tessera. Non è obbligatorio recensire tutti e quattro gli spettacoli, così come non è vincolante aver acquistato l’abbonamento. Le recensioni verranno tutte inserite sul sito del teatro mentre le tre vincitrici, decretate da una commissione di esperti del settore, saranno addirittura pubblicate su riviste specializzate.
Speriamo che la dozzina di ragazzi presenti all’incontro faccia opera di proselitismo – come auspicato da Bisicchia – e che a successive eventuali lezioni il loro numero cresca, così come quello degli insegnanti delle scuole superiori, invitati ma per la maggior parte assenti – cosa secondo noi molto grave. Nascondendosi dietro la scusa del prezzo del biglietto, i giovani novaresi – come probabilmente accade in molte altre realtà di provincia – purtroppo non sono mai stati grandi frequentatori teatrali (chi lo dice ha meno di trent’anni e numerosi tentativi falliti alle spalle per quanto riguarda il fatto di convincere i coetanei ad assistere a qualche spettacolo). Ammesso che sicuramente ci sarà chi per seri motivi economici non può permettersi di venire spesso a teatro, sappiamo per esperienza personale che nella maggior parte dei casi non sono i soldi a mancare ma la voglia. I ragazzi preferiscono spendere le stesse cifre di un biglietto teatrale – se non molto di più – per dedicarsi solitamente a passatempi secondo noi più futili (discoteca, giro di diversi locali in una sola sera, acquisto di qualsiasi oggetto tecnologico di ultima generazione e via dicendo): quello che dovrebbero capire è che uno spettacolo teatrale non esaurisce la sua forza nella durata sul palcoscenico, ma è qualcosa che nutre la mente e l’anima per sempre, cosa che invece il rumore di una discoteca, l’alcool e i cellulari non possono fare. Per questo motivo i soldi spesi per il teatro (o per un libro, per una mostra, per qualsiasi forma d’arte) sono ben spesi e un buono spettacolo li vale tutti. Il Coccia, inoltre, da anni offre diverse opportunità per comprare i biglietti e prezzi agevolati: i minorenni e gli studenti universitari muniti di tessera possono infatti assistere a tutti gli spettacoli della stagione teatrale usufruendo di uno sconto del 20% e chiunque, di qualsiasi età, può acquistare i carnet, che consentono di avere uno sconto del 30% sul singolo biglietto. Da quest’anno, i ragazzi al di sotto dei 27 anni hanno appunto anche la possibilità di assistere ai quattro spettacoli di cui abbiamo parlato sopra a prezzi ancora più vantaggiosi grazie all’abbonamento a loro dedicato: a seconda dei settori, il costo – comprensivo di tutti e quattro i titoli – varia da un minimo di € 30,00 ad un massimo di € 60,00. Se a ciò si aggiunge la lodevole iniziativa di organizzare una piacevole lezione di storia del teatro come quella tenuta ieri dal professor Bisicchia, è proprio il caso di dire che il Coccia sta facendo molto per andare incontro ai giovani. Ora tocca a loro rispondere in modo adeguato, si spera anche grazie ad una maggiore collaborazione degli insegnanti e, magari, delle famiglie.

ABBONAMENTO UNDER 27
Sogno di una notte di mezza estate – Lunedì 12 e martedì 13 novembre 2012, ore 21.00
Servo di scena – Mercoledì 27 e giovedì 28 febbraio 2012, ore 21.00
La resistibile ascesa di Arturo Ui – Sabato 16 e domenica 17 marzo 2013, ore 21.00
L’uomo, la bestia e la virtù – Giovedì 18 e venerdì 19 aprile 2013, ore 21.00
Acquistabile presso la biglietteria del Teatro Coccia, aperta da martedì a sabato dalle 11.30 alle 17.30, tel. 0321.233201, oppure on line sul sito www.fondazioneteatrococcia.it.
Per informazioni e aggiornamenti, è possibile consultare anche le pagine Facebook e Twitter della Fondazione Teatro Coccia.

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 18/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/18/il-reality-di-matteo-garrone/]

La parola reality è entrata ormai da un decennio nel nostro vocabolario quotidiano, un termine “ipocrita” e ossimorico, che cela in se stesso il proprio esatto contrario, poiché dietro l’illusione di “realtà” che i cosiddetti reality show vogliono trasmettere al pubblico c’è invece un mondo finto e costruito ad arte, fatto di un nulla desolante che però purtroppo ha catalizzato negli anni l’attenzione di moltissime persone. Era il 2000 quando nacque la prima edizione italiana del Grande fratello e da allora i reality show, esibendo infinite volgarità sempre più assurde, si sono moltiplicati, andando in onda persino sulla televisione pubblica. La stagione televisiva appena cominciata a quanto pare farà a meno dei due capisaldi del genere, cioè Grande fratello e L’isola dei famosi, visti gli ascolti deludenti delle ultime edizioni, ma quanto fatto negli anni scorsi è stato sufficientemente deleterio per parte della nostra società.
È ciò che traspare dal bel film di Matteo Garrone, intitolato appunto Reality, una commedia grottesca premiata all’ultimo Festival di Cannes con il Grand Prix della Giuria e uscita nelle sale a fine settembre. Ambientata in un quartiere povero di Napoli, narra la storia del pescivendolo Luciano (Aniello Arena, ergastolano dal 1993, divenuto attore in carcere), il quale, avendo doti da intrattenitore, viene spinto dai figli e dai familiari che vivono nel suo stesso palazzo a partecipare alle selezioni per il Grande fratello. Tutti sono convinti che Luciano sarà fra i prescelti che prenderanno parte al programma e col passare del tempo se ne convince anche lui, tanto da iniziare a credere che alcuni responsabili del reality lo osservino quotidianamente per controllare e giudicare i suoi comportamenti. In men che non si dica, quella di Luciano diventa una vera e propria fissazione, che lo porta a trascurare lavoro e famiglia per passare le sue giornate davanti al televisore a seguire il Grande fratello, ormai cominciato senza di lui. Una fissazione tra paranoia e follia che lo conduce ad una percezione distorta della realtà, di fronte alla quale né la moglie, né i familiari, né gli amici, né i medici trovano una soluzione, fino ad arrivare allo sconfortante e tragicomico finale.
Con questo film, Garrone si conferma uno dei migliori registi del cinema italiano contemporaneo, che con acuta sensibilità riesce a raccontare per immagini vicende ben poco edificanti del nostro Paese. Già ci era riuscito con Gomorra (2008), trasposizione cinematografica del romanzo di Roberto Saviano, e con Reality colpisce nuovamente nel segno, se possibile in maniera ancora più sorprendente, facendo un ritratto impietoso di quella parte della società che è figlia del Grande fratello e dei suoi emuli. La miseria intellettuale in cui vivono i personaggi del film è ben rappresentata in diverse sequenze: significativi a tal proposito sono per esempio la scena iniziale della spogliazione, da parte dei protagonisti, degli abiti vistosi indossati per una cerimonia nuziale che sono in netto contrasto con le squallide stanze in cui essi vivono, e quella ambientata nel centro commerciale, tempio moderno per molte famiglie, in cui anche i chiassosi e ingombranti personaggi di Reality vanno in massa, trascinando un carrello stracolmo come le loro pance. Come abbiamo già detto, non sono ricchi, anzi, appartengono alla classe medio-bassa, eppure – eccezion fatta per Luciano e la moglie – sono tutti sovrappeso, bimbi compresi, simboleggiando così una pienezza materiale inseguita da molte persone in questa epoca, cui fa da contraltare una spaventoso vuoto intellettuale e culturale. È così che l’insulso vincitore dell’ultima edizione del Grande fratello diventa per loro un vero e proprio mito da adorare, per cui persino i bambini – e questa è forse una delle cose più tristi – stravedono. E quando Luciano, con moglie e figli, torna a casa dopo aver sostenuto il provino negli studi di Cinecittà, parenti e condomini lo applaudono trepidanti, poiché questo primo contatto con la televisione lo ha già reso ai loro occhi un personaggio, destinato ad ottenere fama e denaro, gli unici valori in cui  questi personaggi sembrano credere.
Un messaggio positivo arriva però dalla storia personale dell’attore protagonista, Aniello Arena, il quale, finito in carcere a 24 anni per aver commesso un omicidio, grazie al teatro ha abbracciato una nuova vita, redimendosi da quella precedente e dando quindi prova della ricchezza interiore che l’arte e la bellezza possono regalare. Di pochi giorni fa le sue parole a Che tempo che fa: «Napoli è la città dell’altro Aniello che ho sotterrato definitivamente. Vorrei dire ai ragazzi di studiare e di avvicinarsi all’arte. Mi capita di pensare di essere nato due volte: il teatro e il cinema mi hanno partorito di nuovo».

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 12/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/12/fai-bei-sogni/]

«Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.»
Questa è forse la frase più significativa dell’ultimo romanzo del giornalista e scrittore Massimo Gramellini, Fai bei sogni, pubblicato da Longanesi lo scorso marzo e subito diventato un best-seller, tradotto già in diverse lingue. Opera autobiografica molto toccante, ripercorre le tappe principali del percorso compiuto dall’autore alla scoperta di una dura verità, quella riguardante la morte della madre, avvenuta quando lui aveva solo 9 anni. Una verità necessaria, inconsciamente sempre ricercata e sospettata, ma mai veramente accettata fino a che, quarant’anni dopo, qualcuno gli consegna una busta in cui quella verità è rimasta sempre nascosta. La scoperta diventa un’occasione per guardarsi indietro, per riesaminare la propria vita e analizzare, anche con autoironia, se stesso e le scelte fatte. Un esame di coscienza che, pur partendo da esperienze personali, riesce in diversi punti a trasformarsi in un’indagine interiore e in un bilancio della propria vita in cui molti lettori potrebbero riconoscersi.
Le origini giornalistiche di Gramellini, che ha cominciato la propria carriera occupandosi di cronaca sportiva ed oggi è uno dei vicedirettori de La Stampa, sono ben visibili nello stile essenziale, fatto di periodi brevi e diretti, che rende la lettura agile e piacevole. Ciò però non gli impedisce di esprimere concetti molto importanti e profondi attraverso metafore ed immagini originali e semplici al tempo stesso, che affascinano i lettori regalando piccole, preziose regole di vita.
Un romanzo insomma da leggere tutto d’un fiato, denso di emozioni e riflessioni, «dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire se stessi.»

Fai bei sogni
di Massimo Gramellini
Longanesi
Milano, 2012
Pp. 216
€ 14,90

Clarissa Egle Mambrini

[Articolo già pubblicato il 02/10/2012 su http://lazzurroblog.wordpress.com/2012/10/02/bella-addormentata-di-marco-bellocchio/]

Applauditissimo da pubblico e critica all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove è ingiustamente rimasto senza nessun riconoscimento da parte della giuria (se si esclude il Premio Marcello Mastroianni all’attore emergente Fabrizio Falco), Bella addormentata di Marco Bellocchio si candida a diventare uno dei film più importanti nella lunga carriera del regista emiliano, che ancora una volta si distingue per sensibilità e profondità.
Ambientando le storie di vari personaggi di invenzione (interpretati da un ottimo cast su cui primeggiano Toni Servillo e Roberto Herlitzka) nei giorni che, nel febbraio 2009, videro l’Italia divisa in due a proposito della sorte di Eluana Englaro, Bellocchio pone all’attenzione degli spettatori molti interrogativi su temi gravi e delicati come l’eutanasia, l’accanimento terapeutico, la fede (religiosa e politica), l’etica e, più in generale, la vita e la morte senza mai suggerire delle risposte. Questa mancanza di una tesi ben definita offre al pubblico la possibilità di riflettere su questioni tanto importanti in modo completamente libero da qualsiasi preconcetto e ciò è secondo noi un notevole punto di forza della pellicola, pervasa dal primo all’ultimo fotogramma dall’atmosfera di incertezza in cui gravitano tutti i personaggi, anche quelli che inizialmente sembrano molto sicuri delle proprie idee.
La vicenda Englaro è uno sfondo costantemente presente, attraverso soprattutto l’utilizzo di filmati di repertorio di telegiornali e trasmissioni televisive, che all’epoca dei fatti monitoravano non solo la clinica La Quiete di Udine, dove la donna fu trasportata perché si eseguisse la sentenza che dava il via libera alla sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata, ma anche il Parlamento, in fermento per votare a tempo di record il disegno di legge che impedisse la sospensione delle cure per i pazienti in stato vegetativo. Attorno a questa storia, quelle di un senatore del PDL (Toni Servillo) che, avendo in passato aiutato a morire la moglie gravemente malata, non se la sente di seguire il partito e votare la legge, e della figlia (Alba Rohrwacher) che invece va fino ad Udine per manifestare contro la decisione di lasciar morire Eluana; di un ragazzo (Michele Riondino) che, insieme al fratello (Fabrizio Falco), si trova nella città friulana sul fronte opposto della ragazza ma nonostante ciò se ne innamora; di un medico (Piergiorgio Bellocchio) che salva ripetutamente la vita ad una tossicodipendente (Maya Sansa); di una madre (Isabelle Huppert) che ha abbandonato la sfolgorante carriera di attrice per stare vicina alla giovane figlia da tempo tenuta in vita solo dalle macchine e non si cura più di nessun altro, nemmeno del figlio (Brando Placido) che tanto la adora e che si sente ovviamente trascurato da questa cieca devozione della mamma per la sorella.
“Bella addormentata” non è quindi una sola, ma sono tante, non da ultimo l’Italia stessa – come ha dichiarato Bellocchio –, assopita ormai da tempo in un preoccupante stato di dormiveglia. Però, nonostante le accuse mosse da qualcuno contro la troppa “italianità” del film, il pregio di questa pellicola è sicuramente quello di partire da una storia vera accaduta nel nostro Paese per riflettere su argomenti più ampi e universali, che possono interessare qualunque essere umano. E se è vero che “nemo propheta in patria”, auguriamo a Bella addormentata di trovare fuori dai confini nazionali i riconoscimenti che merita.

Clarissa Egle Mambrini